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Ascolta, Israele: il Signore è il nostro Dio, il Signore è uno solo.
Tu amerai il Signore tuo Dio con tutto il cuore, con tutta l'anima e con tutte le forze.
Questi precetti che oggi ti dò, ti stiano fissi nel cuore.(Dt 6,4-6)

è in atto lo ‘sfratto’ di Dio

20 novembre 2009

Presidente Martinez, si è appena concluso il Convegno internazionale da lei fortemente voluto per festeggiare il fondatore del Partito popolare italiano, il servo di Dio don Luigi Sturzo, a cinquant’anni dalla sua morte. Qual è oggi la sua eredità e com’è spendibile nel perenne scontro frontale che caratterizza la scena politica italiana?
Il pensiero di don Luigi Sturzo costituisce oggi la migliore via d’uscita alle continue rimozioni storiche che stanno pesantemente segnando la vita civile, sociale e morale insieme, del nostro paese. Il trasporto affettivo e la lucida razionalità di cui don Luigi fu capace sono per noi il miglior monito per superare l’anomalia di un paese che registra sempre più inefficienza e corruzione, di una società troppo timida, remissiva e conformista dinanzi al male. Noi crediamo che si possa ripartire da don Luigi Sturzo, da quella nozione a lui cara di «autentico umanesimo integrale», con la quale può riassumersi quella sociologia “cristianamente ispirata” che va da Leone XIII a Giovanni Paolo II. Don Sturzo sintetizzò la vita sociale e la forza morale dell’impegno dei cattolici in politica riproponendo l’originalità del “metodo cristiano”, da lui riassunto in tre parole, «amicizia, collaborazione e aiuto reciproco». Il nostro Convegno internazionale sturziano ha dimostrato che enti e istituzioni, politiche ed ecclesiastiche, religiose e non, possono collaborare fattivamente per rimettere in auge la società civile, con i suoi ideali ancora non sopiti, le sue buone prassi, le sue interazioni virtuose. La mia esperienza mi permette di affermare che è possibile creare “luoghi prepolitici”, piattaforme di laicità pensata e vissuta, in cui dare spazio alla creatività e al protagonismo sociale delle nuove generazioni. È quanto continueremo a fare a Caltagirone, nei siti sturziani recuperati e rifunzionalizzati.

© Tempi – 17 novembre 2009

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Messaggio del 2 novembre 2009

12 novembre 2009

Messaggio del 2 novembre 2009 ( Mirjana )

Cari figli, anche oggi sono tra di voi per mostrarvi la via che vi aiuterà a conoscere l’amore di Dio. Amore di Dio che vi ha permesso di sentirlo come Padre e invocare come Padre. Da voi aspetto che con la sincerità riguardate nei vostri cuori e vediate quanto lo amate. E’ l’ultimo ad essere amato? Circondati dai beni, quante volte lo avete tradito, negato e dimenticato? Figli miei, non illudetevi con i beni terreni. Pensate all’anima quale più importante del corpo. Purificatela. Invocate il Padre. Lui vi aspetta, ritornate da Lui. Io sono con voi perché Lui nella sua misericordia mi manda. Grazie!

San Paolo e Cristo crocifisso e risorto

12 novembre 2009

Per capire qual’è la relazione con noi del crocifisso

BENEDETTO XVI

UDIENZA GENERALE

Piazza San Pietro
Mercoledì, 22 ottobre 2008

L’importanza della cristologia: preesistenza e incarnazione

Cari fratelli e sorelle,

nelle catechesi delle scorse settimane abbiamo meditato sulla ‘conversione’ di san Paolo, frutto dell’incontro personale con Gesù crocifisso e risorto, e ci siamo interrogati su quale sia stata la relazione dell’Apostolo delle genti con il Gesù terreno. Oggi vorrei parlare dell’insegnamento che san Paolo ci ha lasciato sulla centralità del Cristo risorto nel mistero della salvezza, sulla sua cristologia. In verità, Gesù Cristo risorto, “esaltato sopra ogni nome”, sta al centro di ogni sua riflessione. Cristo è per l’Apostolo il criterio di valutazione degli eventi e delle cose, il fine di ogni sforzo che egli compie per annunciare il Vangelo, la grande passione che sostiene i suoi passi sulle strade del mondo. E si tratta di un Cristo vivo, concreto: il Cristo – dice Paolo – “che mi ha amato e ha consegnato se stesso per me” (Gal 2, 20). Questa persona che mi ama, con la quale posso parlare, che mi ascolta e mi risponde, questo è realmente il principio per capire il mondo e per trovare la strada nella storia.

Chi ha letto gli scritti di san Paolo sa bene che egli non si è preoccupato di narrare i singoli fatti in cui si articola la vita di Gesù, anche se possiamo pensare che nelle sue catechesi abbia raccontato molto di più sul Gesù prepasquale di quanto egli scrive nelle Lettere, che sono ammonimenti in situazioni precise. Il suo intento pastorale e teologico era talmente teso all’edificazione delle nascenti comunità, che gli era spontaneo concentrare tutto nell’annuncio di Gesù Cristo quale “Signore”, vivo adesso e presente adesso in mezzo ai suoi. Di qui la caratteristica essenzialità della cristologia paolina, che sviluppa le profondità del mistero con una costante e precisa preoccupazione: annunciare, certo, il Gesù vivo, il suo insegnamento, ma annunciare soprattutto la realtà centrale della sua morte e risurrezione, come culmine della sua esistenza terrena e radice del successivo sviluppo di tutta la fede cristiana, di tutta la realtà della Chiesa. Per l’Apostolo la risurrezione non è un avvenimento a sé stante, disgiunto dalla morte: il Risorto è sempre colui che, prima, è stato crocifisso. Anche da Risorto porta le sue ferite: la passione è presente in Lui e si può dire con Pascal che Egli è sofferente fino alla fine del mondo, pur essendo il Risorto e vivendo con noi e per noi. Questa identità del Risorto col Cristo crocifisso Paolo l’aveva capita nell’incontro sulla via di Damasco: in quel momento gli si rivelò con chiarezza che il Crocifisso è il Risorto e il Risorto è il Crocifisso, che dice a Paolo: “Perché mi perseguiti?” (At 9,4). Paolo sta perseguitando Cristo nella Chiesa e allora capisce che la croce è “una maledizione di Dio” (Dt 21,23), ma sacrificio per la nostra redenzione.

L’Apostolo contempla affascinato il segreto nascosto del Crocifisso-risorto e attraverso le sofferenze sperimentate da Cristo nella sua umanità (dimensione terrena) risale a quell’esistenza eterna in cui Egli è tutt’uno col Padre (dimensione pre-temporale): “Quando venne la pienezza del tempo – egli scrive -, Dio mandò il suo Figlio, nato da donna, nato sotto la Legge, per riscattare quelli che erano sotto la Legge, perché ricevessimo l’adozione a figli” (Gal 4,4-5). Queste due dimensioni, la preesistenza eterna presso il Padre e la discesa del Signore nella incarnazione, si annunciano già nell’Antico Testamento, nella figura della Sapienza. Troviamo nei Libri sapienziali dell’Antico Testamento alcuni testi che esaltano il ruolo della Sapienza preesistente alla creazione del mondo. In questo senso vanno letti passi come questo del Salmo 90: “Prima che nascessero i monti e la terra e il mondo fossero generati, da sempre e per sempre tu sei, Dio” (v. 2); o passi come quello che parla della Sapienza creatrice: “Il Signore mi ha creato come inizio della sua attività, prima di ogni sua opera, all’origine. Dall’eternità sono stata formata, fin dal principio, dagli inizi della terra” (Prv 8, 22-23). Suggestivo è anche l’elogio della Sapienza, contenuto nell’omonimo libro: “La Sapienza si estende vigorosa da un’estremità all’altra e governa a meraviglia l’universo” (Sap 8,1).

Gli stessi testi sapienziali che parlano della preesistenza eterna della Sapienza, parlano anche della discesa, dell’abbassamento di questa Sapienza, che si è creata una tenda tra gli uomini. Così sentiamo echeggiare già le parole del Vangelo di Giovanni che parla della tenda della carne del Signore. Si è creata una tenda nell’Antico Testamento: qui è indicato il tempio, il culto secondo la “Thorà”; ma dal punto di vista del Nuovo Testamento possiamo capire che questa era solo una prefigurazione della tenda molto più reale e significativa: la tenda della carne di Cristo. E vediamo già nei Libri dell’Antico Testamento che questo abbassamento della Sapienza, la sua discesa nella carne, implica anche la possibilità che essa sia rifiutata. San Paolo, sviluppando la sua cristologia, si richiama proprio a questa prospettiva sapienziale: riconosce in Gesù la sapienza eterna esistente da sempre, la sapienza che discende e si crea una tenda tra di noi e così egli può descrivere Cristo, come “potenza e sapienza di Dio”, può dire che Cristo è diventato per noi “sapienza per opera di Dio, giustizia, santificazione e redenzione” (1 Cor 1,24.30). Similmente Paolo chiarisce che Cristo, al pari della Sapienza, può essere rifiutato soprattutto dai dominatori di questo mondo (cfr 1 Cor 2,6-9), cosicché può crearsi nei piani di Dio una situazione paradossale, la croce, che si capovolgerà in via di salvezza per tutto il genere umano.

Uno sviluppo ulteriore di questo ciclo sapienziale, che vede la Sapienza abbassarsi per poi essere esaltata nonostante il rifiuto, si ha nel famoso inno contenuto nella Lettera ai Filippesi (cfr 2,6-11). Si tratta di uno dei testi più alti di tutto il Nuovo Testamento. Gli esegeti in stragrande maggioranza concordano ormai nel ritenere che questa pericope riporti una composizione precedente al testo della Lettera ai Filippesi. Questo è un dato di grande importanza, perché significa che il giudeo-cristianesimo, prima di san Paolo, credeva nella divinità di Gesù. In altre parole, la fede nella divinità di Gesù non è una invenzione ellenistica, sorta molto dopo la vita terrena di Gesù, un’invenzione che, dimenticando la sua umanità, lo avrebbe divinizzato; vediamo in realtà che il primo giudeo-cristianesimo credeva nella divinità di Gesù, anzi possiamo dire che gli Apostoli stessi, nei grandi momenti della vita del loro Maestro, hanno capito che Egli era il Figlio di Dio, come disse san Pietro a Cesarea di Filippi: “Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente” (Mt 16,16). Ma ritorniamo all’inno della Lettera ai Filippesi. La struttura di questo testo può essere articolata in tre strofe, che illustrano i momenti principali del percorso compiuto dal Cristo. La sua preesistenza è espressa dalle parole: “pur essendo nella condizione di Dio, non ritenne un privilegio l’essere come Dio” (v. 6); segue poi l’abbassamento volontario del Figlio nella seconda strofa: “svuotò se stesso, assumendo una condizione di servo” (v. 7), fino a umiliare se stesso “facendosi obbediente fino alla morte e a una morte di croce” (v. 8). La terza strofa dell’inno annuncia la risposta del Padre all’umiliazione del Figlio: “Per questo Dio lo esaltò e gli donò il nome che è al di sopra di ogni nome” (v. 9). Ciò che colpisce è il contrasto tra l’abbassamento radicale e la seguente glorificazione nella gloria di Dio. E’ evidente che questa seconda strofa è in contrasto con la pretesa di Adamo che da sé voleva farsi Dio, è in contrasto anche col gesto dei costruttori della torre di Babele che volevano da soli edificare il ponte verso il cielo e farsi loro stessi divinità. Ma questa iniziativa della superbia finì nella autodistruzione: non si arriva così al cielo, alla vera felicità, a Dio. Il gesto del Figlio di Dio è esattamente il contrario: non la superbia, ma l’umiltà, che è realizzazione dell’amore e l’amore è divino. L’iniziativa di abbassamento, di umiltà radicale di Cristo, con la quale contrasta la superbia umana, è realmente espressione dell’amore divino; ad essa segue quell’elevazione al cielo alla quale Dio ci attira con il suo amore.

Oltre alla Lettera ai Filippesi, vi sono altri luoghi della letteratura paolina dove i temi della preesistenza e della discesa del Figlio di Dio sulla terra sono tra loro collegati. Una riaffermazione dell’assimilazione tra Sapienza e Cristo, con tutti i connessi risvolti cosmici e antropologici, si ritrova nella prima Lettera a Timoteo: “Egli si manifestò nella carne, fu giustificato nello Spirito, apparve agli angeli, fu annunziato ai pagani, fu creduto nel mondo, fu assunto nella gloria” (3,16). E’ soprattutto su queste premesse che si può meglio definire la funzione di Cristo come Mediatore unico, sullo sfondo dell’unico Dio dell’Antico Testamento (cfr 1 Tm 2,5 in relazione a Is 43,10-11; 44,6). E’ Cristo il vero ponte che ci guida al cielo, alla comunione con Dio.

E, finalmente, solo un accenno agli ultimi sviluppi della cristologia di san Paolo nelle Lettere ai Colossesi e agli Efesini. Nella prima, Cristo viene qualificato come “primogenito di tutte le creature” (1,15-20). Questa parola “primogenito” implica che il primo tra tanti figli, il primo tra tanti fratelli e sorelle, è disceso per attirarci e farci suoi fratelli e sorelle. Nella Lettera agli Efesini troviamo una bella esposizione del piano divino della salvezza, quando Paolo dice che in Cristo Dio voleva ricapitolare tutto (cfr. Ef 1,23). Cristo è la ricapitolazione di tutto, riassume tutto e ci guida a Dio. E così ci implica in un movimento di discesa e di ascesa, invitandoci a partecipare alla sua umiltà, cioè al suo amore verso il prossimo, per essere così partecipi anche della sua glorificazione, divenendo con lui figli nel Figlio. Preghiamo che il Signore ci aiuti a conformarci alla sua umiltà, al suo amore, per essere così resi partecipi della sua divinizzazione.

 

USA, nuova Bisanzio

7 novembre 2009

Per lo stratega del Pentagono, autore del libro «La grande strategia dell’Impero bizantino» in uscita da Rizzoli,  gli Stati Uniti devono imparare dall’esperienza di governo più duratura della storia – quella appunto di Bisanzio – l’intelligenza prima della forza.

Edward Luttwak, lo stratega militare di origine romena che ha fatto da consulente al Pentagono e al consiglio per la sicurezza nazionale della Casa Bianca, è da almeno trent’anni convinto che le grandi potenze devono tenersi fuori dai conflitti regionali – a meno che non rappresentino un interesse nazionale chiave. Analogamente pericoloso per i Paesi avanzati, come gli Stati Uniti, è farsi trascinare nella lotta di guerriglia e nelle operazioni di controinsorgenza. Iraq e Afghanistan a suo dire non fanno eccezione. Delle sue teorie militari Luttwak ha trovato conferma nella storia. Se nella Grande strategia dell’Impero romano Luttwak aveva visto in Roma un esempio di forza imponente usata come mezzo di dissuasione, in La grande strategia dell’Impero bizantino, in uscita da Rizzoli (pagine 500, euro 25,00), ha identificato nella Costantinopoli imperiale la lezione di un impero che sa gestire le sue risorse, tenere a bada i nemici e preservare la sua esistenza senza essere costantemente in guerra. Una strategia che potrebbe insegnare molto ai moderni generali americani.

su A-vvenire:

leggi: Luttwak:”USA, nuova Bisazio

K. Rahner

7 novembre 2009

Troppo vicino a Hegel e Heidegger, troppo «relativista»… Il dibattito sulla piena ortodossia del grande teologo riprende quota grazie a riletture globali del suo pensiero.

Karl Rahner: il Concilio tradito, libro appena pubblicato dall’editrice Fede e Cultura (pp. 368, euro 24). Scritto dal domenicano Giovanni Cavalcoli, docente di Metafisica allo Studio filosofico domenicano di Bologna e membro della Pontificia Accademia Teologica, è di fatto la prima monografia che sintetizza e approfondisce le obiezioni mosse negli anni al sistema rahneriano (suddivise in gnoseologia, trascendenza verso Dio, antropologia, cristologia e vita cristiana) e i fraintendimenti dottrinali che, secondo i critici, avrebbe alimentato.

Leggi …

IL CROCEFISSO

4 novembre 2009

LEI MI DEVE FARE UNA CORTESIA:LE FACCENDE DI CASA DEVE FARSELE A CASA SUA!!

“Infatti, mentre noi eravamo ancora peccatori, Cristo morì per gli empi nel tempo stabilito.  […]Ma Dio dimostra il suo amore verso di noi perché, mentre eravamo ancora peccatori, Cristo è morto per noi.”(Rm5,6.8)

 

tecnicismo e sessualità

26 ottobre 2009

sesso: intervista a Fabrice Hadjadj

Parla il filosofo francese che invoca una nuova Mistica della carne contro ogni riduzione dei rapporti a “masturbazione assistita”: «Il tecnicismo e la morale borghese rinchiudono il desiderio sessuale nel preservativo. È la Chiesa l’unica a non aver paura di liberarlo fino in fondo»

Leggi: La preghiera di Camillo Langone sul Foglio

di Rodolfo Casadei

Conversare con Fabrice Hadjadj, l’autore di Mistica della carne. La profondità dei sessi, è un’esperienza di grande piacevolezza intellettuale. Attraverso il suo linguaggio sempre lucido si ha l’impressione di sentirsi trascinati contemporaneamente nel profondo degli argomenti e verso l’alto, ben al di sopra del ronzio pseudo-pansessualista. Trentotto anni, francese, nato da genitori ebrei di origini tunisine e convinzioni maoiste, ama presentarsi come un «ebreo di nome arabo e di confessione cattolica». Al cattolicesimo è approdato dopo una giovinezza trascorsa tra l’ammirazione degli ideali rivoluzionari della Comune di Parigi e l’immersione nella lettura dei grandi nichilisti del Novecento. Ha scelto di battezzarsi e diventare cattolico alla soglia dei trent’anni e se gli domandi perché l’ha fatto replica divertito: «Sono io che mi chiedo: perché non l’ho fatto prima? ». Fabrice Hadjadj insegna in un liceo e nel seminario diocesano di Tolone, ma è soprattutto un filosofo, una specie di Nietzsche cattolico, autore di una decina di libri in forma di saggi e drammi teatrali. Ecco una sintesi della conversazione.
«La nozione di educazione sessuale è problematica, perché la sessualità implica l’esperienza del desiderio e del suo eccesso. Il desiderio sessuale non si educa così come ci si educherebbe alla matematica: non è una semplice forma di istruzione. Si tratta di un desiderio che ci fa sentire non più padroni di noi stessi. Questa esperienza di spossessamento chiede di essere vissuta pienamente, e qui si innesta l’esigenza dell’educazione nel senso di un “accompagnamento” del desiderio. Ma non per contenerlo, spezzarlo, diminuirlo, anzi: per andare fino in fondo. Invece oggi ci sono due modalità di praticare l’educazione sessuale fra loro opposte, ma entrambe sbagliate.
 La prima è la presentazione della sessualità secondo una modalità tecnica, centrata sui temi del rischio per la salute e della pianificazione familiare, per cui nei licei si dice: “Guardate che attraverso il sesso si trasmettono malattie e si possono verificare gravidanze”. La gravidanza è messa da subito sullo stesso piano delle malattie a trasmissione sessuale, e perciò si consiglia il preservativo. Il dono della vita è messo sullo stesso piano di una minaccia di morte, è visto come una malattia. Di conseguenza l’educazione sessuale consiste nello spiegare come si applica un preservativo, come si prende la pillola anticoncezionale o la pillola del giorno dopo, eccetera. Ma questa non più è sessualità, è qualcosa dell’ordine di una masturbazione con partner, di una masturbazione assistita.
L’uomo è intrappolato dentro al suo stesso piacere, non incontra nessuno, non è in una relazione sessuale che presuppone l’apertura dell’uomo a una donna che desidera a tal punto che gli pare di vedere in lei la strada della sua vita. 
La sessualità è ridotta a un atto consumistico che deve essere gestito secondo una modalità tecnica. Dicendo ai ragazzi: “Fate quel che volete, però proteggetevi”, si trasmette l’idea che il cuore della sessualità non è l’incontro, l’unione, la comunione, ma la preservazione. Infatti la parola ultima è: preservativo. Ciò significa che l’amore viene pensato in termini di preservazione, che la sessualità viene pensata in termini di protezione di sé. Tutto è centrato su di sé, sul proprio piccolo piacere: ci si serve dell’altro come di una cosa. Pasolini ha ben compreso e denunciato questa distruzione della sessualità da parte del consumismo. Dall’altra parte c’è un’educazione sessuale concepita secondo una modalità morale estrinseca. Cioè da una parte si colloca il desiderio sessuale, dall’altrala morale che viene a fare ostruzione. La morale borghese taglia la strada alla sessualità perché la considera come qualcosa di pericoloso in sé. E quindi cerca di controllarla. Dice che ci vuole il sentimento, il rispetto dell’altro, eccetera. Come se, appunto, la sessualità fosse pericolosa in sé e bisognasse aggiungervi qualcosa che in essa non è già presente. La morale non è pensata a partire da ciò che il desiderio sessuale in quanto tale esige per essere se stesso, ma a partire da qualcosa di esterno che viene a contenere tale desiderio. Dunque da una parte abbiamo il tecnicismo, dall’altra il moralismo, ed entrambi sono inefficaci nell’educare i giovani. I quali, quando gli si dice: “Facendo sesso proteggetevi”, tendono a rispondere: “Sì, ma se tanto devo morire e dopo non c’è nulla, perché devo proteggermi? Che cos’è questo aggeggio da buon piccolo borghese, per preservarsi? Dobbiamo morire! Che ci importa dell’avvenire? Tanto vale andare al massimo, bere, ubriacarsi, farsi tante donne. Mi dite che l’Aids uccide, ma io sono comunque destinato a perire, e allora perché dovrei stare nei ranghi?”. Quando gli adolescenti reagiscono al tecnicismo e al moralismo in questo modo, sono in realtà più profondi degli adulti. Dietro una rivolta come questa, anche quando non è esplicitata, ci sono una profondità e un’esigenza di senso che né il tecnicismo né il moralismo possono dare».
Il contrario della repressione

«Lo scopo di una vera educazione sessuale, a mio parere, deve essere l’affermazione del desiderio sessuale fino in fondo. E del resto è quello che dice anche la Chiesa. La Chiesa non proibisce certo il sesso, non è repressiva, al contrario: è favorevole al sesso fino alle estreme conseguenze, non con un piccolo preservativo che mi protegge, o con un lieve sfregamento che mi procura un lieve piacere e poi me ne vado di corsa. No: fate pure, ma portate l’esperienza alle sue estreme conseguenze. La morale della Chiesa non è contro il sesso, è la liberazione sessuale che è contro il sesso, perché lo riduce a un atto di consumo. La Chiesa è per la pienezza della sessualità».

Il dualismo dell’omosessualità

«Quando dico sessualità penso alla sessuazione: l’uomo e la donna, il maschile e il femminile. La Chiesa rigetta l’omosessualità semplicemente perché non si tratta di vera sessualità. Dire omosessualità è come dire “cerchio quadrato”: se i due hanno lo stesso sesso, viene meno l’ordinazione reciproca dei due sessi. Se la vostra sessualità non è aperta alla fecondità, di cosa state parlando? Prendete in mano il primo manuale di zoologia che trovate, e scoprirete che la sessualità è legata alla questione della fecondità, della procreazione. Attenzione, quando dico che l’omosessualità non è una sessualità io non discrimino: non sto proponendo giudizi di valore, il mio intento non è prescrittivo, ma descrittivo. Anche i greci ritenevano che la pederastia non era sessualità, e proprio per questo la consideravano superiore. Per loro era una realtà spirituale, qualcosa che aveva a che fare con l’emulazione virile ed era legata alla loro visione dualista del rapporto fra anima e corpo. 
Chiamare sessualità qualcosa che non lo è sarebbe una contraffazione. E questo è importante anche per coloro che vengono definiti omosessuali, chiamati a prendere coscienza che il loro desiderio non è propriamente sessuale. Essi in realtà fanno un uso non sessuale delle loro parti sessuali. Non è perché le parti sessuali entrano in gioco che si è obbligati a definire ciò sessualità: io posso, se voglio, ficcare il mio pene in una porta, ma quel che faccio non è sessualità. Non sono necessariamente atti sessuali tutti gli atti che io posso fare con le mie parti sessuali. Se vivo l’amore e la comunione in opposizione al dato fisico del mio corpo, vivo una situazione schizofrenica, dualista. La Chiesa insiste sull’unità di carne e spirito, di anima e corpo. Nessuna posizione al mondo è più unitaria di quella della Chiesa. Essa dice: siete liberi di fare quel che volete, ma vi ricordiamo soltanto che se andate in quella direzione, vi sarà una rottura della vostra unità personale, questa rottura noi la chiamiamo peccato».

L’esperto che uccide l’incontro

«La questione centrale della sessualità è la comunione feconda entro la quale i corpi esprimono quel che le anime vivono. Di fronte a un tema del genere, come può la posizione dell’“esperto” non essere quella di uno che impone una riduzione tecnica? L’incontro umano contiene qualcosa che mi sfugge. L’idea stessa che si possano fare previsioni in materia di incontro ci immette in una logica di calcolo del rischio estranea all’essenza dell’incontro. Non ci sono più l’uomo e la donna che si incontrano per vivere qualcosa di unico. È esattamente quello che troviamo in 1984 di Orwell: anche lì ci sono gli esperti che organizzano tutto. E poi c’è un momento in cui l’eroe del racconto sfugge alla presa dello Stato totalitario: è quando si trova da solo con una donna nella foresta, e lei si spoglia davanti a lui. In quel momento è fuori dalla logica degli esperti, non c’è nessuno che gli dia indicazioni e gli ingiunga come deve comportarsi. 
Bisogna accettare che nell’ambito della sessualità non esistono gli esperti. Altrimenti si finisce nel tecnicismo e nell’ingiunzione sociale. La seconda cosa da dire riguardo agli “esperti” che entrano nelle scuole, è che questo fatto pone un altro problema: rende impossibile agli adolescenti la sessualità come scoperta. Quello che predomina è un massiccio discorso entro il quale i gesti del desiderio sono ridotti a delle pratiche. E perciò a delle tecniche: c’è la fellatio, c’è la sodomia, c’è il rischio dell’Aids. E questo è veramente terribile, perché all’essere in un incontro e nei gesti del desiderio all’interno di un incontro, si sostituisce l’induzione di comportamenti. E anziché essere con l’altro e vivere con l’altro, si cerca di conformarsi a una normatività fatta di norme sessuali, o meglio pseudo sessuali, che vengono imposte alla persona: voi dovete fare così e cosà, se non fate così sbagliate. Questo è pericoloso perché non si è più nella scoperta dell’altro e nel movimento del desiderio, si è in qualcosa che è intrusione: l’intrusione di una serie di norme e inoltre l’intrusione dell’industria del lattice, dell’industria farmaceutica, eccetera. Per cui è vietato inquinare i fiumi, ma è lecito inquinare le giovani donne con prodotti chimici: devono prendere pillole, pastiglie, eccetera. La tecnica interviene in tutti i rapporti, e questo distrugge completamente il desiderio. Alla fine si fa sesso ugualmente, per divertirsi un po’, ma faticosamente, con infinite reticenze, in modo meschino, cercando di rubacchiare qualche nuovo trucco dal Kamasutra. Che infelicità! Il cattolico, invece, è il vero edonista. Ha la sua donna e va fino in fondo. Non passa tutto il tempo a chiedersi: “Oh, cosa succederà adesso? Che rischio sto correndo?”. E se il seme che ha immesso nella donna gli torna indietro sotto forma del viso di un figlio, la gioia è ancora più grande. Il piacere sessuale non sta solo nell’atto carnale, è anche la gioia di vedere il volto del proprio figlio: è piacere sessuale anche quello. L’atto carnale ha un’intensità di piacere molto forte e molto breve, poi c’è una caduta, tutta l’esperienza lo dice. Ma la gioia per l’arrivo di un figlio è un piacere che non si spegne».

Il femminismo non è femmina

«Oggi la sessualità è sempre concepita in modo fallico. La dimensione femminile della sessualità tende a scomparire. Anche il femminismo, in gran parte, si è dispiegato come rivendicazione di valori maschili da parte delle donne. Non si è ancora visto un femminismo che affermi i valori femminili contro il machismo. C’è stata piuttosto un’interiorizzazione del machismo da parte delle donne, attraverso l’idea che l’uguaglianza è tutto. Ma nell’atto carnale il tempo e lo spazio maschili non sono gli stessi del tempo e dello spazio femminili. L’uomo è in uno spazio che è quello dell’esteriorità: l’uomo penetra, genera ma fuori di sé, compie un atto all’esterno di sé. La donna, invece, è nello spazio dell’interiorità: riceve l’uomo, lo accoglie in sé ed è in grado di accogliere un essere umano intero dentro di sé. La donna è abitabile, cosa che non vale per l’uomo. Perciò il femminile implica l’affermazione che nella sessualità non c’è solo la vagina, c’è anche l’utero. Nei settimanali patinati c’è tantissimo sul sesso della donna, ma non c’è niente sull’utero. La cosa interessante è questa: quando domina la concezione fallica e anche il femminismo è fallico, la donna è percepita come ridotta alla vagina o al clitoride, ma l’utero scompare. Questo è molto interessante: l’isterectomia è la condizione, per così dire, del femminismo odierno.

Per quanto riguarda il tempo, l’uomo si colloca in un tempo corto dentro all’atto carnale. Il suo desiderio sorge immediato, mentre nella donna, si sa, ci vuole più tempo. In seguito, il tempo dell’uomo è quello dell’eiaculazione, dell’orgasmo. Mentre per quanto riguarda il tempo della donna, c’è un tempo femminile lungo, che è quello della gestazione. Nella donna c’è un seguito all’atto sessuale. Che consiste nel portare in sé un figlio, cosa che l’uomo non può fare. Oggi questo spazio dell’interiorità, questo tempo della gestazione, è stato spezzato e anche la donna vuole essere nell’esteriorità, col suo clitoride fra le gambe che tiene il posto del fallo, e nel tempo breve, che coincide con l’ossessione dell’orgasmo. Ma l’orgasmo non è essenziale per l’atto sessuale! Può esserci comunione fra i due anche senza orgasmo. Al limite, un fallimento rispetto all’orgasmo, addirittura rispetto alla penetrazione, può essere un momento di comunione più profonda fra gli sposi all’interno del dramma di quel fallimento. 
Si tratta di richiamare l’autentica sessualità femminile per ritrovare un equilibrio. Occorre ritrovare il vero maschile e il vero femminile: il maschile che è rivolto al femminile, il femminile che è rivolto al maschile. In modo che la donna orienti anche l’uomo verso il tempo lungo e l’interiorità. Questo femminismo della femminilità è una necessità. Quel che viene chiamato educazione sessuale in realtà è l’affermazione massiccia del fallico. Non solo è distruttivo, non solo fa della donna una preda dell’uomo, ma ne fa un sotto-maschio. Una specie di maschio difettoso che squilibra tutta la società».

Maternità, l’immagine dell’etica

«C’è stata un’epoca in cui la maternità è stata concepita come qualcosa che non atteneva alla libertà della donna. Ella era colei che portava in sé l’erede dell’uomo, ovvero i futuri cittadini: Marianna madre in affitto, incubatrice dei cittadini. La Francia ha conosciuto un intenso natalismo dopo la sconfitta di Sedan nel 1870. Si diceva: “I tedeschi sono più numerosi di noi, fate più figli per la Francia”. Che è come dire: producete carne da cannone, fate figli per lo Stato, per la gloria della nazione. Questo non è riconoscere la maternità come l’avvenimento radicale di un’accoglienza nei confronti di una nuova persona che entra nel mondo, da accogliere per se stessa. Il natalismo ha confiscatola maternità, dunque per reazione la donna ha voluto emanciparsi. Ma bisognava emanciparsi dalla confisca della maternità da parte dell’uomo e dello Stato, non dalla maternità come tale, come è invece avvenuto. Poiché la maternità è una possibilità propriamente femminile, pensare il femminile in opposizione alla maternità come fanno certe femministe è arrivare alla distruzione della donna. E di conseguenza alla distruzione dell’uomo. Perché appunto noi uomini abbiamo bisogno della donna per aprirci al mistero dell’interiorità, della gestazione, della pazienza, del portare l’altro per metterlo al mondo. Quando cerca di definire che cos’è la responsabilità verso l’altro, Emmanuel Levinas propone un’espressione e un’immagine: portare l’altro. E dice: è il femminile che manifesta questo. L’etica ha la sua immagine più forte nella maternità, che è il luogo concreto della responsabilità.
L’accoglienza del figlio per se stesso equivale all’espressione “fare dei figli per Dio”. Perché la sessualità in ultima analisi mira a questo: aumentare il numero degli Eletti; e il desiderio sessuale che ci trascina fuori da noi stessi è ultimamente un’astuzia di Dio. È Dio che chiama, questo è il senso profondo della sessualità. Non si fanno figli per lo Stato, o per noi stessi, o per l’autorealizzazione della donna. Si fanno figli per la vita eterna».

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