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Un Dio unico ma non solitario

28 giugno 2009

Omelia sulla Trinità

Un Dio vicino, a portata di mano, ma non manipolabile; lontano, inafferrabile, ma non irraggiungibile; infinito e stupefacente, ma non éclatante; eterno, immenso, non circoscrivibile; incomprensibile, eppure amabile, amabilissimo: credere in un solo Dio non significa fare della aritmetica applicata al trascendente. Dio non è calcolo e quantità, ma amore e bellezza; non è “sistema” ma “mistero”: nel sistema non si danno persone, ma solo numeri e fattori, funzionari e burocrati; nel mistero invece si danno persone uniche, originali, irripetibili, nei cui confronti non è consentita alcuna computisteria.

Ma come è fatto Dio? Si racconta di s. Agostino che un giorno, passeggiando lungo il mare e pensando al mistero di Dio, avrebbe visto un bambino che giocava sulla spiaggia e si divertiva a riempire d’acqua una buca fatta nella sabbia. Ebbe allora una illuminazione: come non si può mettere il mare in un vasca, così l’uomo non può illudersi di racchiudere l’infinito mistero di Dio nella sua piccola mente. Leggiamo in s. Paolo: “solo lo Spirito di Dio conosce i segreti di Dio”; solo lo Spirito del Signore ci poteva rivelare “le profondità del mistero di Dio” (cfr 1Cor 2,10-11). Ed è quanto è avvenuto prima con l’Antico e poi con il Nuovo Testamento.

L’Antico Testamento rivela tre tratti fondamentali del volto di Dio. Innanzitutto ci dice che Dio non è come gli idoli che hanno occhi ma non vedono, hanno bocca ma non parlano. Dio non è una cosa tra le tante, fosse pure la più importante, a proposito della quale l’uomo può aprire un’inchiesta. Dio è un vivente che parla e dice il suo nome; anzi è il vivente, è il primo, colui che è fin dall’inizio, e la cui esistenza si impone come un dato primordiale, indiscutibile, che non ha bisogno di alcuna spiegazione. La sua presenza è straordinariamente attiva, intensissima; la sua vitalità è immediata e irresistibile: “non si stanca né si affanna”, “non dorme né sonnecchia” (Is 40,28; Sal 121,4). Dio è spirito, ossia forza e potenza senza confini. L’uomo invece è carne, cioè debolezza caduca, come l’erba che subito sfiorisce e dissecca o come la traccia effimera del volo di un uccello.

Questa potentissima energia di vita – è il secondo tratto – Dio non la mostra per poi nasconderla di nuovo, non la conserva gelosamente per sé, ma la mette a disposizione del popolo di Israele, perché il suo nome è YHWH, che significa: Io-sono-con-voi, e indica una presenza attiva e attenta, una benevolenza che vuole donarsi senza limiti e che, per questo, chiede un’accoglienza senza condizioni. Dio è salvatore, è “il” salvatore, perché il solo capace e il solo disposto a salvare l’uomo. Tutto il resto è nulla che riduce al nulla chi fonda la propria esistenza su di esso.

E, terzo, Dio è santo: la sua santità apre dinanzi a lui un abisso per ogni creatura; nessuno può sostenere la sua vicinanza, il firmamento vacilla, le montagne si liquefanno e trema ogni carne. La santità di Dio dice la sua assoluta diversità rispetto all’uomo, la sua totale impenetrabilità agli assalti delle sue farneticanti presunzioni, ma l’uomo è sempre tentato di interpretarla in modo falso. Vi vede solo una distanza invalicabile alle sue povere forze, senza sospettare che essa è nello stesso tempo vicinanza e tenerezza: “Io sono Dio e non uomo; sono il Santo in mezzo a te e non amo distruggere” (Os 11,9). Anche per la santità di Dio, come per ogni suo attributo, la chiave di lettura sta nel potere di dono e nella volontà di amore.

L’Antico Testamento rivela che Dio è il vivente, che è il salvatore, e che solo lui può esserlo, perché è santo: solo Dio è Dio! Gesù non è venuto a cambiare questa tradizione, ma a confermarla integralmente; nella più rigorosa fedeltà la porta a compimento e le conferisce un timbro di sconvolgente novità. “Dio nessuno l’ha visto mai; proprio il Figlio unigenito che è nel seno del Padre, lui lo ha rivelato” (Gv 1,18). Dove sta questa novità? Sta nel mostrare che Dio è il vivente, il salvatore, il santo, perché è essenzialmente e totalmente Amore: in lui, infatti, la volontà di amore non è un carattere tra i tanti, ma costituisce il segreto ultimo della sua più nascosta identità.

Dio è il vivente perché è Amore che genera vita, è il Padre, ci rivela Gesù. E’ Padre da sempre e per sempre: da sempre ha deciso di salvare il mondo attraverso il Figlio perché egli ha creato l’uomo per amore, “per avere qualcuno da amare” (s. Ireneo); ma non ha cominciato ad amare quando ha creato l’universo, perché dall’eternità ha generato il Figlio del suo amore. Gesù non si limita a ripetere ciò che Israele aveva sperimentato. Non ridice soltanto che Dio ha la tenerezza di un padre, ma rivela fino a che punto egli lo sia: manifestando nella paternità il tutto della sua identità. Padre non è un nome tra i tanti e neanche il primo che si attribuisce a Dio; è il suo nome proprio per eccellenza: perché egli è la pura gioia del donare senza riserve: “Dio (cioè il Padre) ha tanto amato il mondo dare il suo Figlio unigenito”.

Questo Padre non ha nulla a che fare con le sue immagini deformate della cultura moderna: non soffoca la libertà, non preserva dalla fatica, non favorisce la passività. Piuttosto si deve constatare che, emarginando questo Dio-Padre, l’umanità occidentale anziché ritrovarsi adulta, ha finito per sentirsi orfana.

Inoltre – ci rivela Gesù – in Dio, oltre all’Amore che si dona, c’è anche l’Amore che accoglie e ridona: è l’Amore-Figlio. Infatti il Padre dona al Figlio tutto ciò che ha e tutto ciò che è: gli dona le parole da dire e le opere da compiere, l’amore per i fratelli fino alla morte, e la gloria della risurrezione. Perciò Gesù può dire in verità: “Chi ha visto me ha visto il Padre… Le parole che io vi dico, non le dico da me; ma il Padre che è con me compie le sue opere. Credetemi: io sono nel Padre e il Padre è in me” (Gv 14,9-11). Gesù – lo dice il suo nome – è “Dio-salva”, è il Salvatore che mostra fino a che punto il Padre ci ami, fino al punto da non risparmiarsi la vita del Figlio, ma da darlo per tutti noi.

In terzo luogo, Gesù si rivela come il Dio-Salvatore perché è stato consacrato con l’unzione dello Spirito Santo: lo ha ricevuto dal Padre e lo ha donato agli uomini. Nello Spirito Santo la santità di Dio rivela il suo volto più vero: quello di santificarci, di farci diventare figli, di farci gridare con lo stesso Spirito di Gesù: “Abbà Padre!”. La santità donataci dal Dio Santo plasma in noi un cuore filiale che ci fa rivolgere verso il Padre con profonda adorazione e gioiosa confidenza; ci fa vivere da fratelli verso tutti, anche coloro che ci fanno soffrire; ci fa camminare nella vita con fiducia e responsabilità e con il coraggio nelle prove.

Dio è il vivente, il salvatore, il santo: è Padre e Figlio e Spirito Santo. In quanto donazione gratuita, senza riserve, è il Padre; in quanto accoglienza grata e attiva è il Figlio; in quanto perfetta unità tra colui che dona e colui che accoglie è lo Spirito Santo. “Ecco sono tre: l’Amante, l’Amato, l’Amore”, affermava s. Agostino. Dio è Amore, e l’amore fonde le tre Persone senza confonderle; le distingue, ma non le separa; le pone nell’ordine della carità, ma non subordina l’una alle altre.

Le tre Persone sono una con l’altra, una per l’altra, una nell’altra: ecco le tre preposizioni trinitarie: con-per-in. Sono le tre preposizioni della spiritualità di comunione: vivere non gli uni senza gli altri, sopra o contro gli altri, ma gli uni con e per gli altri, gli uni negli altri. Come poteva dire Kant che la Trinità non ha nulla a che fare con la nostra storia?

La fede che ora professiamo fa zampillare la speranza che un giorno ci sarà dato di partecipare in piena luce alla comunione trinitaria e in questa santa eucaristia ci offre tutto l’amore che ci occorre come viatico per il nostro pellegrinaggio verso la patria. E la storia continua tra fatiche e dubbi, gioie e tribolazioni, ma è una storia d’amore, già vivificata, salvata, santificata dal Padre, che da sempre ci ha scelti e chiamati, e continua a guardarci e a custodirci, e fino all’ultimo giorno ci seguirà e inseguirà. Come afferma una bella preghiera di s. Anselmo: “Non ti ho visto mai, Signore mio Dio, né conosco il tuo volto… Sono stato fatto per vederti e non ho ancora realizzato ciò per cui sono stato fatto… Mi sia concesso di intravedere la tua luce almeno da lontano, almeno dal fondo della mia miseria. Insegnami a cercarti e mostrati quando ti cerco, perché non ti posso cercare se tu non mi insegni, né trovare se tu non ti mostri. Possa cercarti nel mio desiderio e desiderarti nella mia ricerca. Ti possa trovare amandoti e, trovandoti, ti possa amare”.

Da: http://www.azionecattolica.it/aci/nazionale/Documenti/doc_assistente/990/arch/2006/TrinitaB.pdf

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