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l’incredulità di Tommaso

3 luglio 2009

Vorrei raccontarvi una storia. Parla di un ragazzo. Aveva una decina di anni e non sapeva ancora cosa volesse dire essere malato. Sulla strada aveva improvvisamente notato qualcosa che non andava. Sentiva un dolore acuto, aveva freddo e non sapeva cosa fare. Al dolore si aggiungeva il fatto che nessuno si occupava di lui, che nessuno lo notava. Le persone passavano senza prestargli attenzione. Finì col rientrare a casa. Tremava, e sperava che qualcuno lo sentisse. In quel momento arrivò sua madre e se ne accorse. Gli disse: “Non stai bene. Sei malato”. E nello stesso istante, il peggio passò. Il ragazzo pensò: “Qualcuno sa e vede come sto”. Certamente è avvenuta la stessa cosa per i discepoli quando improvvisamente è apparso Gesù in mezzo a loro e hanno detto: “Vedete, sono io”. Nell’istante stesso in cui si è mostrato a loro, la loro paura si è trasformata. Capisco che Tommaso si sia mostrato tanto riluttante quando gli hanno detto: “Abbiamo visto il Signore”. Probabilmente non era così poco credente come sembra a prima vista. Forse aveva vagato per la strada senza sapere cosa fare, con una grande tristezza in fondo al cuore a causa degli avvenimenti recenti. Ed ecco che gli altri gli dicono: “Abbiamo visto il Signore e mangiato con lui”. Sentiamo che Tommaso vorrebbe vedere di persona cose ancora più grandi. Gesù avvicina Tommaso con molta tenerezza. Tommaso può mettere la mano sulle sue ferite. Potrebbe capitare anche a noi, che abbiamo tutti un Tommaso in noi. Perché non siamo forse Tommaso quando diciamo: “Se non vediamo, non crediamo”?
Gesù dice a Tommaso: “Vieni, puoi toccarmi”. E poiché Gesù è così vicino a Tommaso e gli manifesta una tale tenerezza, egli non può che gridare, sconvolto: “Mio Signore e mio Dio!”.
Se capitasse a qualcuno tra noi di sentire il tenero amore e la presenza di Gesù, allora anche noi potremmo incontrarlo.
(Georg Lokay)

Vangelo di Giovanni 20,24-29

Tommaso, uno dei Dodici, chiamato Didimo, non era con loro quando venne Gesù. Gli dissero allora gli altri discepoli: “Abbiamo visto il Signore!”. Ma egli disse loro: “Se non vedo nelle sue mani il segno dei chiodi e non metto il dito nel posto dei chiodi e non metto la mia mano nel suo costato, non crederò”.
Otto giorni dopo i discepoli erano di nuovo in casa e c’era con loro anche Tommaso. Venne Gesù, a porte chiuse, si fermò in mezzo a loro e disse: “Pace a voi!”. Poi disse a Tommaso: “Metti qua il tuo dito e guarda le mie mani; stendi la tua mano, e mettila nel mio costato; e non essere più incredulo ma credente!”.
Rispose Tommaso: “Mio Signore e mio Dio!”. Gesù gli disse: “Perché mi hai veduto, hai creduto: beati quelli che pur non avendo visto crederanno!”.


Commento, Eremo di San Biagio:

-Una frase rintracciabile sulle labbra dell’uomo di ogni tempo. Oggi, come ieri, il dubbio assale: si vorrebbe constatare di persona, perforare il mistero, ridurlo alle nostre dimensioni.
Non è facile vivere di fede, perché non è facile consegnarsi, dando credito a Dio!
Si chiedono prove, e si rifiuta LA PROVA, la grande prova del Risorto. Si vogliono riscontrare sul suo corpo i segni di quella passione che rivela in modo inequivocabile l’immenso amore di Dio per noi, e ci si ferma scandalizzati di fronte ad esse, soprattutto quando le si riscontra impresse nel nostro corpo.
Cristo risorto ora vive in noi, nel suo mistico corpo di cui siamo membra. I limiti, prima ancora che le stesse sofferenze, rintracciabili nel nostro vissuto, sono le cicatrici gloriose del Risorto, sono il completamento della passione di Cristo, come ricorda Paolo.
L’opera redentiva ha vinto il male in radice, ma non ha cancellato la precarietà dell’esistenza: ferite certo, ma ferite di un Risorto che gridano il trionfo dell’amore su ogni umana debolezza.
Se imparassimo a guardare così, non solo il dolore, ma i limiti personali e altrui, tutto resterebbe trasfigurato. Paolo ci ricorda che là dove è il limite umano è anche operante la grazia di Dio per cui – ci dice – “Quando sono debole è allora che sono forte!”, perché nella mia debolezza è operante la forza della resurrezione. Non si tratta quindi di ‘fare pace’ con propri difetti, ma di affrontarli con il Risorto e grazie al Risorto, nel segno della pace.

Oggi, nel mio rientro al cuore, cercherò in me le ferite ancora sanguinanti del Risorto, non per piangere su di esse, ma per ringraziare Colui che se ne è fatto carico rivestendo la mia debolezza.

Tutto, proprio tutto tu volgi a bene delle tue creature, o Dio amante della vita! Grazie alla tua opera redentrice! (Una poetessa)

salmo 116

Lodate il Signore, popoli tutti,
voi tutte, nazioni, dategli gloria.

Forte è il suo amore per noi
e la fedeltà del Signore dura in eterno.


La divina clemenza mirabilmente stabilì che quel discepolo incredulo, mentre toccava le ferite nella carne del suo Maestro, sanasse a noi le ferite dell’infedeltà. A noi infatti giova piú l’incredulità di Tommaso che non la fede dei discepoli credenti perché mentre egli, toccando con mano, ritorna alla fede, l’anima nostra, lasciando da parte ogni dubbio si consolida nella fede.
Gregorio Magno




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