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Nessuno è profeta in patria!

5 luglio 2009

Letture di oggi:

Ezechiele 2,2-5

In quei giorni, uno spirito entrò in me, mi fece alzare in piedi e io ascoltai colui che mi parlava.
Mi disse: “Figlio dell’uomo, io ti mando ai figli d’Israele, a una razza di ribelli, che si sono rivoltati contro di me. Essi e i loro padri si sono sollevati contro di me fino ad oggi. Quelli ai quali ti mando sono figli testardi e dal cuore indurito. Tu dirai loro: “Dice il Signore Dio”. Ascoltino o non ascoltino – dal momento che sono una genìa di ribelli –, sapranno almeno che un profeta si trova in mezzo a loro”.

2Corinzi 12,7-10

Fratelli, affinché io non monti in superbia, è stata data alla mia carne una spina, un inviato di Satana per percuotermi, perché io non monti in superbia.
A causa di questo per tre volte ho pregato il Signore che l’allontanasse da me. Ed egli mi ha detto: “Ti basta la mia grazia; la forza infatti si manifesta pienamente nella debolezza”.
Mi vanterò quindi ben volentieri delle mie debolezze, perché dimori in me la potenza di Cristo. Perciò mi compiaccio nelle mie debolezze, negli oltraggi, nelle difficoltà, nelle persecuzioni, nelle angosce sofferte per Cristo: infatti quando sono debole, è allora che sono forte.

Vangelo di Marco 6,1-6

In quel tempo, Gesù venne nella sua patria e i suoi discepoli lo seguirono.
Giunto il sabato, si mise a insegnare nella sinagoga. E molti, ascoltando, rimanevano stupiti e dicevano: “Da dove gli vengono queste cose? E che sapienza è quella che gli è stata data? E i prodigi come quelli compiuti dalle sue mani? Non è costui il falegname, il figlio di Maria, il fratello di Giacomo, di Ioses, di Giuda e di Simone? E le sue sorelle, non stanno qui da noi?”. Ed era per loro motivo di scandalo.
Ma Gesù disse loro: “Un profeta non è disprezzato se non nella sua patria, tra i suoi parenti e in casa sua”. E lì non poteva compiere nessun prodigio, ma solo impose le mani a pochi malati e li guarì. E si meravigliava della loro incredulità.
Gesù percorreva i villaggi d’intorno, insegnando.

Commento:

Per il peccato diveniamo coscienti della nostra debolezza e dell’amore che ci salva

Per cinque ragioni Dio mermette che veniamo tentati:

perché gli attacchi e i contrattacchi ci allenino nel discernimento del bene e del male;
perché la nostra virtù, grazie allo sforzo e alla lotta, diventi più stabile;
perché evitiamo la presunzione e impariamo l’umiltà, anche se progrediamo nella virtù;
perché l’esperienza del male, fatta in questi casi, ci ispiri un odio illimitato per esso;
soprattutto perché, giunti alla libertà interiore, ci convinciamo della debolezza nostra e della potenza di Colui che ci ha soccorsi (Massimo il confessore, Centurie sulla carità)

Omelia, tratta da Omelie.org

Introduzione. Compito del cristiano, è quello di essere un profeta, che pur nella sua debolezza, manifesta la potenza travolgente dell’azione di Dio.

  • Chi è il profeta?
  1. Nell’ottica del mondo: è un personaggio, che, a prima vista suscita meraviglia e ammirazione, ma poi nel recepirne il messaggio, facilmente diventa oggetto di disprezzo e spesso anche di rifiuto.

Riflessione.
Il profeta dunque nella considerazione dell’opinione pubblica è un personaggio scomodo, perché annuncia con la parola e più ancora con la vita, (ricorda Charles de Foucauld, Don Andrea Santoro e altri), non l’effimero del quotidiano, ma il necessario del futuro stesso dell’uomo.
Anche gli antichi percepivano già le difficoltà di questo spinoso problema. Infatti il famoso legislatore greco Solone (VII sec. a.C.) riconosceva, che: <Negli affari di grande rilievo e importanza, è impossibile piacere a tutti!> Perciò, quando il profeta, a nome di Cristo, propone la strada faticosa della Croce, come si può pretendere che questa possa piacere a tutti?

  1. Nell’ottica di Dio invece: il profeta, dall’autore della lettera agli Ebrei, viene inquadrato in questi termini: <Ogni Sommo Sacerdote, preso fra gli uomini, viene costituito per il bene degli uomini nelle cose, che riguardano Dio, per offrire doni e sacrifici per i peccati … essendo egli stesso rivestito di debolezza> (Eb.5 , 1-2).

Il profeta dunque risulta essere un personaggio:

  • Scelto dall’Alto, sia come ministro, sia come battezzato.
  • Costituito per il bene degli uomini.
  • Vicino alle miserie umane, che può capire e risanare nel nome di Dio, essendo egli stesso rivestito di debolezza.

Riflessione.
Il profeta dunque, nell’ottica di Dio, è colui che nel nome di Cristo, bussa alla porta della nostra libertà e aspetta da noi una risposta gioiosa di adesione. Pertanto, il profeta sia come apostolo, sia come battezzato, nella misura che soffre infermità, incomprensioni e persecuzioni, manifesta al mondo più visibilmente  la potenza dell’azione travolgente di Dio. Infatti nella seconda lettura S. Paolo di questa potenza dell’azione di Dio è talmente convinto da fargli dire: “Mi compiaccio nelle mie infermità, negli oltraggi, nelle necessità, nelle persecuzioni, nelle angosce sofferte per Cristo … (perché) il Signore mi ha detto: <Ti basta la mia grazia; la mia potenza infatti si manifesta pienamente nella debolezza>” (2 Cor. 12,7-10).

  • Il rischio del profeta: quello di non essere creduto e perciò rifiutato. Dice infatti S. Marco: “ Gesù disse loro: <Un profeta non è disprezzato, che nella sua patria, tra i suoi parenti, e in casa sua … e si meravigliava della loro incredulità> (Mc. 6,4; 3ª lettura).

Il profeta vero, facilmente dunque va a cozzare contro l’incredulità:

  • della sua patria
  • dei suoi amici
  • dei suoi parenti

i quali si rendono incapaci di accogliere la manifestazione di Dio nel quotidiano e nelle situazioni più semplici.
Riflessione.
L’incredulità dei nazareni perdura purtroppo ancora nel mondo moderno. Un esempio tra i tanti è la clamorosa guarigione prodigiosa della signora Marie Lebranchu, malata terminale di tisi, risanata nell’agosto del 1892 a Lourdes, sotto gli occhi di Emilio Zolà che ebbe il coraggio di affermare l’evento, come una guarigione apparente, frutto di “esaltazione isterica”. Dimostrazione lampante questa di chi come tanti oggi non vogliono credere, rimanendo ostinatamente nella loro cecità anche se vedessero risuscitare un morto davanti a loro.

  • Il campo operativo del profeta:

“ Figlio dell’uomo, Io ti mando agli Israeliti, a un popolo di ribelli, che si sono rivoltati contro di Me … Quelli ai quali Io ti mando, sono figli testardi e dal cuore indurito … sappiano almeno, che un profeta si trova in mezzo a loro” (1ª lettura; Ez. 2,2-4).
Il profeta, dunque sa di avere a che fare con gente:

  1. ribelle a Dio = ateismo come rifiuto teorico e pratico di Dio
  2. sorda ai richiami di Dio, cioè testarda nell’ignorarli o nel ritenerli indifferenti
  3. dura di cuore, perché incallita nell’errore, come deviazione cosciente dell’intelletto, o nel peccato, come deviazione della volontà negli acquitrini dell’immoralità.
  4. incapace di riconoscerlo e considerarlo un vero portavoce credibile di Dio.

Riflessione.
Il profeta dunque, ha l’ingrato compito di operare il più delle volte, in campi a lui avversi o indifferenti. Ma mentre per chi lo ascolta scatta la salvezza, coloro invece, che lo combattono o lo ignorano, non avranno una sorte invidiabile. A costoro infatti, con una lucidità profetica, che rispecchia il nostro tempo, il profeta Isaia si riferisce, quando afferma: “Tu, o Signore hai rigettato il tuo popolo, la casa di Giacobbe, perché rigurgitano di maghi orientali e di indovini … agli stranieri battono le mani. Il paese del tuo popolo è pieno di argento e oro; senza fine sono i suoi tesori … Il paese è pieno di idoli, adorano l’opera delle proprie mani (con la liturgia dell’efficientismo tecnologico e l’idolatria della ragione e della scienza) … Perciò l’uomo sarà umiliato, il mortale sarà abbassato … poiché ci sarà un giorno del Signore degli eserciti, contro ogni superbo e altero … sarà piegato l’orgoglio degli uomini, sarà abbassata l’alterigia umana.
In quel giorno sarà esaltato il Signore, Lui solo e gli idoli spariranno del tutto “ (Is. 2,6-22), mentre il profeta Amos conclude con l’amara constatazione, secondo cui: “Cesserà l’orgia dei buontemponi” (Amos 6, 1-7).
Qualcuno potrebbe dire: <Ogni riferimento a ciascuno di noi e alla nostra società, è puramente casuale …>, ma, a pensarci bene, fa riflettere!

Conclusione.
Il compito del profeta dunque, da un punto di vista umano, è quanto mai ingrato, ma allo stesso tempo, se visto nell’ottica di Dio, è esaltante, dal momento che, egli sa di scendere tra un mondo ostile, o indifferente aggrappato ai propri idoli, ma solo per agganciarlo alla luce e all’amore vero del Dio, che salva.

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