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La lotta di Giacobbe

7 luglio 2009

Gen 32,23-33

In quei giorni, di notte Giacobbe si alzò, prese le due mogli, le due schiave, i suoi undici bambini e passò il guado dello Iabbok. Li prese, fece loro passare il torrente e portò di là anche tutti i suoi averi.
Giacobbe rimase solo e un uomo lottò con lui fino allo spuntare dell’aurora. Vedendo che non riusciva a vincerlo, lo colpì all’articolazione del femore e l’articolazione del femore di Giacobbe si slogò, mentre continuava a lottare con lui.
Quello disse: «Lasciami andare, perché è spuntata l’aurora». Giacobbe rispose: «Non ti lascerò, se non mi avrai benedetto!». Gli domandò: «Come ti chiami?». Rispose: «Giacobbe». Riprese: «Non ti chiamerai più Giacobbe, ma Israele, perché hai combattuto con Dio e con gli uomini e hai vinto!». Giacobbe allora gli chiese: «Svelami il tuo nome». Gli rispose: «Perché mi chiedi il nome?». E qui lo benedisse.
Allora Giacobbe chiamò quel luogo Penuèl: «Davvero – disse – ho visto Dio faccia a faccia, eppure la mia vita è rimasta salva».
Spuntava il sole, quando Giacobbe passò Penuèl e zoppicava all’anca. Per questo gli Israeliti, fino ad oggi, non mangiano il nervo sciatico, che è sopra l’articolazione del femore, perché quell’uomo aveva colpito l’articolazione del femore di Giacobbe nel nervo sciatico.

Mt 9,32-38

In quel tempo, presentarono a Gesù un muto indemoniato. E dopo che il demonio fu scacciato, quel muto cominciò a parlare. E le folle, prese da stupore, dicevano: “Non si è mai vista una cosa simile in Israele!”. Ma i farisei dicevano: “Egli scaccia i demòni per opera del principe dei demòni”.
Gesù percorreva tutte le città e i villaggi, insegnando nelle loro sinagoghe, annunciando il vangelo del Regno e guarendo ogni malattia e ogni infermità. Vedendo le folle, ne sentì compassione, perché erano stanche e sfinite come pecore che non hanno pastore. Allora disse ai suoi discepoli: “La messe è abbondante, ma sono pochi gli operai! Pregate dunque il signore della messe perché mandi operai nella sua messe!”.

L’episodio del Libro della Genesi che leggiamo oggi è molto misterioso; i Padri l’hanno letto come una prova spirituale che Dio impone a Giacobbe, come già ad Abramo, anche se in modo diverso.
“Giacobbe rimase solo e un uomo lottò con lui fino allo spuntare dell’aurora”. La lotta ìnizia al buio e si compie nel buio; non solo nel buio della notte, ma della conoscenza: Giacobbe non sa con chi lotta. Abramo aveva sentito la voce di Dio, sapeva che era lui, ma anch’egli deve muoversi nella notte: “Partì senza sapere dove andava”, come dice la lettera agli Ebrei. Giacobbe invece ha scelto la sua destinazione, ma lungo la strada Dio lo chiama ad un cambiamento interiore attraverso una lotta con lui, lotta prolungata e dura, di cui è difficile dire di più.
È il momento più drammatico e misterioso della vita di Giacobbe, che per continuare il parallelo con Abramo si può far corrispondere alla salita sul monte nel territorio di Moria dove, dopo un’agonia di dolore e di obbedienza, Dio gli conferma la sua promessa e la sua benedizione.
Giacobbe, pur lottando, sente che il suo avversario non ha intenzioni malevole, capisce confusamente che Dio gli è vicino, tanto è vero che vuol essere benedetto: “Non ti lascerò, se non mi avrai benedetto”. E con la benedizione riceve un nome nuovo. Giacobbe ha lottato con Dio, ha avuto la conferma della sua vocazione: è ormai un uomo nuovo, un uomo di Dio.
Nel cammino spirituale avviene qualcosa di simile. Scelto il cammino, si presentano presto difficoltà per cui bisogna lottare. Sovente le certezze iniziali scompaiono, tutto diventa buio e c’è la tentazione di lasciar perdere: è il momento della lotta per rimanere fermi nelle proprie decisioni, senza cambiare nulla. Ci possono essere anche difficoltà esterne: sono permesse da Dio per farci progredire nella luce e nella grazia.
Noi vorremmo una vita tranquilla, serena, pacifica… Serena sì, pacifica sì, ma nell’accettazione fiduciosa delle traversie che Dio permette per amore e che non ci mancheranno mai, perché la nostra vita non può avere altro modello che quella di Gesù.

la chiesa.it

Giacobbe lotta con l'angelo

Giacobbe lotta con l'angelo

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5 commenti leave one →
  1. Maria permalink
    12 ottobre 2009 14:56

    Perchè si considera solo il combattimento con Dio, quando si richiama anche il combattimento con gli uomini? Potrebbe essere accettabile la spiegazione che segue?
    “Combatte con gli uomini perchè combatte (e tradisce) suo fratello ed anche con Dio in quanto contraddice le regole della fratellanza fra uomini da Dio stesso poste. Quindi probabilmente combatte con il fratello, ma in quanto lui impersona tutte le regole che sono state violate, e per questo combatte (anche) con Dio.
    Probabilmente Giacobbe capisce con chi sta lottando e non lo lascia andare perchè vuole essere benedetto, in sostanza vuole essere perdonato, nell’imminenza dell’alba. Credo che qui il significato sia questo: se conosci e vedi i tuoi nemici, li perdoni perchè ti accorgi che sono uguali a te (stessa lotta). Solo così si può rinascere, nella pace (infatti la lotta finisce).” Se questo è plausibile come collocare il discorso della ferita? In fondo è importante che non ci sia spargimento di sangue. Grazie. Maria.

  2. Alessandro permalink*
    12 ottobre 2009 21:37

    Grazie per il tuo commento.
    Gal 3,6 Fu così che Abramo ebbe fede in Dio e gli fu accreditato come giustizia.
    la lotta di Giacobbe raffigura la lotta spirituale, la speranza contro ogni speranza, quella che i mistici chiamano ‘notte spirituale’.
    Non capsico cosa intendi dire con “l’importante è che nn ci sia spargimento di sangue”. Però ti darò elementi per riflettere:
    Leggi http://chiesa.espresso.repubblica.it/articolo/1336641?

    Nel suo “Vangelo” Tolstoj riduce tutto il cristianesimo alle cinque regole di comportamento che egli desume dal Discorso della Montagna:

    1. Non solo non devi uccidere, ma non devi neanche adirarti contro il tuo fratello.

    2. Non devi cedere alla sensualità, al punto che non devi desiderare neanche la tua propria moglie.

    3. Non devi mai vincolarti con giuramento.

    4. Non devi resistere al male, ma devi applicare fino in fondo e in ogni caso il principio della non-violenza.

    5. Ama, aiuta, servi il tuo nemico.

    Questi precetti, secondo Tolstoj, vengono bensì da Cristo, ma per essere validi non hanno affatto bisogno dell’esistenza attuale del Figlio del Dio vivente. […]

    Certo Solovev non identifica materialmente il grande romanziere con la figura dell’Anticristo. Ma ha intuito con straordinaria chiaroveggenza che proprio il tolstojsmo sarebbe diventato lungo il secolo XX il veicolo dello svuotamento sostanziale del messaggio evangelico, sotto la formale esaltazione di un’etica e di un amore per l’umanità che si presentano come “valori” cristiani.

    Intervista di Emanuela Ghini a mons Biffi
    Il pacifismo
    http://www.kattoliko.it/leggendanera/modules.php?name=News&file=print&sid=1292
    La pace è dono di Dio all’uomo in Gesù Cristo, ma il comando di Gesù di non opporsi al malvagio (Mt 5,39) non va inteso alla lettera. Il cristiano è chiamato a sopportare personalmente l’ingiustizia, ma non può subire passivamente l’ingiustizia inflitta agli altri. Il tolstoismo, identificando il Vangelo con l’obbligo della non resistenza al male, può giungere a tollerare la criminalità. Ma Tolstoj ha interpretato il Vangelo moralisticamente e, prescindendo dalla divinità di Cristo e dalla redenzione l’ha privato di senso. Il tolstoismo non può divenire criterio di pensiero e di vita per un cristiano. Egli si oppone e resiste al male, combatte l’errore e la menzogna ovunque si trovino.

    Perseguire la pace non significa arrendersi alla violenza. La società deve combatterla, deve avere un esercito capace difenderla da usurpazioni e prepotenze. La vita militare non è immorale in sé. L’universale e irrinunciabile condanna della guerra è sempre distruttiva, ma oggi di inimmaginabili tragiche conseguenze planetarie per il possibile nefasto uso dell’energia atomica è, non toglie al cristiano il dovere di difendersi dal male.

    Spero di essere stato chiaro, comunque potrai approfondire meglio questi temi con un sacerdote.

  3. Maria permalink
    13 ottobre 2009 07:11

    Grazie per la risposta. Con “l’importante è che non ci sia spargimento di sangue”, intendevo quanto in effetti Lei mi ha segnalato: che la lotta è spirituale, nè poteva essere altrimenti.
    Io credo, ma non so quanto sia corretto, che se pure Sant’Agostino ha giustificato il mestiere delle armi e atti di guerra compiuti da qualcuno in un momento di necessità, niente autorizza a pensare che egli abbia voluto incoraggiare tali atti per il futuro e comunque giustificarli in ogni luogo ed in ogni situazione. In ogni caso è difficile che ognuno decida da sè cosa è bene e cosa è male. Grazie ancora. Maria.

    • Alessandro permalink*
      13 ottobre 2009 11:08

      Non mi devi ringraziare…meglio una preghiera!Ma vorrei aggiungere un ‘altra cosa:
      La minaccia principale non è tanto non essere cristiani, ma l’esserlo a metà
      (Ap 3,15-16 Conosco le tue opere: tu non sei né freddo né caldo. Magari tu fossi freddo o caldo!)
      La minaccia al cristianesimo non viene dall’esterno, come l’islam, religione del tutto diversa e contrapposta, ma dalle contaminazioni che esso può subire da altre ideologie, come ho detto dal tolstoismo, o anche dalla massoneria(la chiesa ha condannato la doppia appartenenza alla M. e alla Chiesa Cattolica).
      Puoi leggere in questo blog riguardo Islam e Europa cristiana
      https://alftroll.wordpress.com/2009/10/11/laicismo-il-mito-della-postmodernita/
      che è un intervista tratta da Avvenire.

  4. luigi permalink
    25 maggio 2010 11:44

    volevo esprimere una mia opinione al riguardo giacobbe fa una lotta interiore che lo porta verso DIO ognuno di noi la fa ma non tutti hanno le capicita di avvicinarsi al padre al cento per cento ma secondo me DIO sa i limiti dei propi figli quindi aprezza anche un piccolo atto di fede se viene dal cuore .

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