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San Benedetto

11 luglio 2009

Oggi si festeggia San Benedetto, padre del monachesimo occidentale.

Beato l’uomo che teme il Signore
e trova grande gioia nei suoi comandamenti.(salmo 111)

“Benedetto qualifica la Regola come “minima, tracciata solo per l’inizio” (73,8); in realtà però essa offre indicazioni utili non solo ai monaci, ma anche a tutti coloro che cercano una guida nel loro cammino verso Dio. Per la sua misura, la sua umanità e il suo sobrio discernimento tra l’essenziale e il secondario nella vita spirituale, essa ha potuto mantenere la sua forza illuminante fino ad oggi. Paolo VI, proclamando nel 24 ottobre 1964 san Benedetto Patrono d’Europa, intese riconoscere l’opera meravigliosa svolta dal Santo mediante la Regola per la formazione della civiltà e della cultura europea. Oggi l’Europa – uscita appena da un secolo profondamente ferito da due guerre mondiali e dopo il crollo delle grandi ideologie rivelatesi come tragiche utopie – è alla ricerca della propria identità. Per creare un’unità nuova e duratura, sono certo importanti gli strumenti politici, economici e giuridici, ma occorre anche suscitare un rinnovamento etico e spirituale che attinga alle radici cristiane del Continente, altrimenti non si può ricostruire l’Europa. Senza questa linfa vitale, l’uomo resta esposto al pericolo di soccombere all’antica tentazione di volersi redimere da sé – utopia che, in modi diversi, nell’Europa del Novecento ha causato, come ha rilevato il Papa Giovanni Paolo II, “un regresso senza precedenti nella tormentata storia dell’umanità” (Insegnamenti, XIII/1, 1990, p. 58). Cercando il vero progresso, ascoltiamo anche oggi la Regola di san Benedetto come una luce per il nostro cammino. Il grande monaco rimane un vero maestro alla cui scuola possiamo imparare l’arte di vivere l’umanesimo vero.”

Papa Benedetto XVI (Udienza Generale 9.04.2008)

Vangelo

Giovanni 15,1-8

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: “Io sono la vera vite e il Padre mio è il vignaiolo. Ogni tralcio che in me non porta frutto, lo toglie e ogni tralcio che porta frutto, lo pota perché porti più frutto.
Voi siete già mondi, per la parola che vi ho annunziato. Rimanete in me e io in voi. Come il tralcio non può far frutto da se stesso se non rimane nella vite, così anche voi se non rimanete in me.
Io sono la vite, voi i tralci. Chi rimane in me e io in lui, fa molto frutto, perché senza di me non potete far nulla. Chi non rimane in me viene gettato via come il tralcio e si secca, e poi lo raccolgono e lo gettano nel fuoco e lo bruciano.
Se rimanete in me e le mie parole rimangono in voi, chiedete quel che volete e vi sarà dato. In questo è glorificato il Padre mio: che portiate molto frutto e diventiate miei discepoli”.

Dal libro dei Proverbi (2,1-9)
Figlio mio, se tu accoglierai le mie parole
e custodirai in te i miei precetti,
tendendo il tuo orecchio alla sapienza,
inclinando il tuo cuore alla prudenza,
se appunto invocherai l’intelligenza
e chiamerai la saggezza,
se la ricercherai come l’argento
e per essa scaverai come per i tesori,
allora comprenderai il timore del Signore
e troverai la scienza di Dio,
perché il Signore dà la sapienza,
dalla sua bocca esce scienza e prudenza.
Egli riserva ai giusti la sua protezione,
è scudo a coloro che agiscono con rettitudine,
vegliando sui sentieri della giustizia
e custodendo le vie dei suoi amici.
Allora comprenderai l’equità e la giustizia,
la rettitudine con tutte le vie del bene.

Commento:

Noi potremmo facilmente tenere il Vangelo a distanza pensando: “Sono i discepoli ad essere coinvolti, o, tutt’al più, i santi come Benedetto, che Dio ha chiamato a realizzare una grande opera”. Ma il Vangelo non è solo un libro di storia. Non si accontenta di raccontare gli avvenimenti. Gli apostoli, i santi e i missionari rimandano a me. Guardate Pietro che ha accompagnato Gesù e gli altri discepoli che hanno abbandonato tutto; o guardate Benedetto che, giovane studente, rifiuta la vita brillante di Roma per ritirarsi nella solitudine! Tutti sono implicati nella storia. Noi saremmo semplici spettatori? Il Vangelo non ci riguarderebbe?
Eppure il Vangelo parla dell’avvento di un nuovo regno, del segreto inaudito che fa sì che Dio permetta che nasca un regno senza fine. Ciò significa dunque che Dio ha delle aspettative su di noi. È il dramma dell’amore. E la mia storia con Dio. La storia del regno dei cieli è già cominciata. Bisogna continuare a raccontare la storia come storia di Dio e del suo mondo. In questo Vangelo, è la sua storia che Gesù racconta quando dice: “Nella nuova creazione, quando il Figlio dell’uomo sarà seduto sul trono della sua gloria…” (Mt 19,28).
Per Gesù, ciò vuol dire amore fino alla croce.
Egli sa: “Mio padre mi manda nel mondo per amore e dice: Tu genererai un popolo nuovo. La tua missione è di diffondere l’amore nel mondo intero”. Dio vuole che il suo amore si riversi nel mondo. Si tratta del dramma dell’amore. Noi possiamo parteciparvi lasciando che Dio ci mostri il nostro posto. Poiché egli si indirizza a noi, personalmente. Quante volte abbiamo rifiutato questo invito: eppure la redenzione ha luogo qui e ora, oggi. Non è in teoria, ma nell’istante stesso che Gesù ama, agisce e parla. Ciò che importa è che io alzi gli occhi per vedere cosa accade. A cosa serve, se qualcuno mi perdona in teoria ma non nel suo cuore, né ora? La pratica di Gesù ci mostra una cosa: egli è andato incontro a tutti. Il suo invito valeva per tutti. Non debbo, dunque avere paura. Non sono tenuto a diventare prima un uomo a posto, posso venire quale sono. E, per una comunità, ciò significa semplicemente poter esistere anche con le proprie debolezze.

Rflessione a cura dei Padri Carmelitani

Oggi è la festa di San Benedetto, patrono d’Europa. Per questo, in Europa, il vangelo di oggi è diverso. Gli altri continenti continuano a meditare il Discorso della Missione (Mt 10,16-23), iniziato il 9 luglio. In Europa il vangelo di oggi ci parla dell’invito di Gesù ad abbandonare tutto e a seguirlo (Mt 19,27-29). Per capire tutta la portata di questo invito è bene aver presente il suo contesto. Gesù aveva detto al giovane ricco: “Se vuoi essere perfetto, va’, vendi tutto ciò che hai e dallo ai poveri, ed avrai un tesoro nel cielo. Poi vieni e seguimi. Nell’udire ciò, il giovane si riempì di tristezza, perché era molto ricco” (Mt 19,22). Dinanzi alla reazione negativa del giovane, Gesù commenta dicendo “è più facile che un cammello passi per la cruna di un ago, che un ricco entri nel Regno dei Cieli” (Mt 19,24). Questa parola di Gesù spaventò i discepoli: “Ma allora, chi potrà salvarsi?” Gesù rispose: “Per gli uomini questo è impossibile, ma nulla è impossibile a Dio”. E a continuazione viene la domanda di Pietro che introduce il vangelo di oggi.
• Matteo 19,27: La domanda di Pietro. “Gesù, ecco, noi abbiamo lasciato tutto e ti abbiamo seguito; che cosa dunque ne otterremo?” Nonostante avessero abbandonato tutto per seguire Gesù, loro non hanno ancora abbandonato la mentalità di prima. Non hanno capito ancora il senso del servizio e della gratuità. Abbandonarono tutto, ma in realtà per avere qualcosa in cambio. “Cosa avranno?”. La risposta di Gesù è simbolica. Ed è divisa in due parti:
(a) la ricostruzione del nuovo Israele (Mt 19,28)
(b) la ricompensa per coloro che abbandonano tutto per amore suo (Mt 19,29).
• Matteo 19,28: La ricostruzione del nuovo Israele. “In verità vi dico, quando il Figlio dell’uomo sarà seduto sul trono della sua gloria, siederete anche voi su dodici troni a giudicare le dodici tribù di Israele”. C’è una ricompensa, sì, ma non per meriti. La ricompensa sarà il frutto naturale dell’impegno gratuito, liberamente assunto, di seguire Gesù in questa vita. Poiché chi segue Gesù in questa vita, starà con lui nell’altra vita. La ricompensa sarà: sedersi sul trono della gloria insieme a Gesù. Nel mondo rinnovato, annunciato da Isaia (Is 65,17-25; 66,22-23), in cui Gesù apparirà come il Figlio dell’Uomo, il giudice universale, annunciato da Daniele (Dan 7,13-14), gli apostoli staranno con Gesù, non nel potere, ma nel servizio. Nel vangelo di Giovanni Gesù formula la stessa cosa, in altro modo: “Voglio che stiano con me dove io stia”.
• Matteo 19,29: La ricompensa per coloro che abbandonano tutto per amore a Gesù. “Chiunque avrà lasciato case, o fratelli, o sorelle, o padre, o madre, o figli, o campi per il mio nome, riceverà cento volte tanto e avrà in eredità la vita eterna”. Si tratta di una duplice promessa: il centuplo in questa vita e nel futuro la vita eterna. Oggi, in molte comunità ecclesiali di base, la gente riconosce la verità di questa promessa di Gesù in questa vita. Poiché la vita in comunità fa crescere il numero di sorelle e fratelli, di padri e di madri. La condivisione aumenta l’aiuto reciproco fino al punto di non esserci più in comunità persone nel bisogno. Le comunità raggiungono l’ideale dei primi cristiani (cf At 2,44-45;4,34-35).
La scelta a favore dei poveri. Al tempo di Gesù, c’erano diversi movimenti che cercavano, come Gesù, di vivere in comunità, in modo nuovo: gli esseni, i farisei e, più tardi, gli zeloti. Ma nella comunità di Gesù c’era qualcosa di nuovo che si differenziava dagli altri movimenti. Era l’atteggiamento dinanzi ai poveri ed agli esclusi. Le comunità dei farisei e degli esseni vivevano separate. La parola “fariseo” vuol dire “separato”. Vivevano separati dalla gente impura. Alcuni farisei consideravano la gente ignorante e maledetta (Gv 7,49), in peccato (Gv 9,34). Gesù e la sua comunità, al contrario, vivevano insieme alle persone escluse: poveri, pubblicani, peccatori, prostitute, lebbrosi (Mc 2,16; 1,41; Lc 7,37). Gesù riconosce la ricchezza e il valore che i poveri posseggono (Mt 11,25-26; Lc 21,1-4). Li proclama felici, perché loro è il Regno, il Regno è dei poveri (Lc 6,20; Mt 5,3). Definisce la sua missione così: annunciare la Buona Novella ai poveri” (Lc 4, 18). Lui stesso visse da povero. Non possedeva nulla per sé, nemmeno una pietra dove reclinare il capo (Lc 9,58). E a chi vuole seguirlo per vivere con lui, ordina di scegliere: o Dio, o il denaro! (Mt 6,24). Ordina di fare la scelta a favore dei poveri! (Mt 19,21-22) La povertà che caratterizzava la vita di Gesù e dei discepoli, caratterizza anche la missione. Al contrario degli altri missionari (Mt 23,15), i discepoli e le discepole di Gesù non possono portare nulla con sé, né oro, né argento, né due tuniche, né borsa, né sandali (Mt 10,9-10). Devono affidarsi all’ospitalità (Lc 9,4; 10,5-6). E se sono accolti dalla gente, devono lavorare come tutti e vivere di ciò che ricevono in cambio (Lc 10,7-8). Inoltre devono occuparsi dei malati e dei bisognosi (Lc 10,9; Mt 10,8). E solamente così possono dire alla gente: “Il Regno è qui!” (Lc 10,9). Questa testimonianza diversa a favore dei poveri era il passo che mancava nel movimento popolare dell’epoca. Ogni volta che nella Bibbia sorge un movimento per rinnovare l’Alleanza, loro ricominciano ristabilendo il diritto dei poveri, degli esclusi. Senza di questo, l’Alleanza non si ricostruisce! Così facevano i profeti, così fa Gesù. Denuncia il sistema antico che, in nome di Dio, escludeva i poveri. Gesù annuncia un nuovo inizio che, in nome di Dio, accoglie gli esclusi. Questo è il senso ed il motivo dell’inserimento e della missione della comunità di Gesù in mezzo ai poveri. La scelta per i poveri attinge la sua radice dalla nuova alleanza e la inaugura.

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