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L’Immacolata e l’incivilimento

29 luglio 2009

Del Ven. Prof. Giuseppe Toniolo. Il testo è stato pubblicato nel 1905 e poi dimenticato: è assente anche dall’Opera Omnia tonioliana. Atti del Congresso Mariano Mondiale (Roma, 1904), Cinquantesimo anniversario della definizione dogmatica dell’immacolato concepimento di Maria, compilati per cura di Mons. Giacomo Radini tedeschi, Vescovo di Bergamo e Segretario della Commissione cardinalizia. Roma, Tipografia degli artigianelli S. Giuseppe, 1905, pp. 183-187.

Chi giudichi con veduta comprensiva il tempo corso dalla Rivoluzione francese fino a noi (tempo che forma una stessa unità storica), lo scorge quasi scisso in due parti o momenti distinti, e in certo senso opposti; e ciò riguardo al modo con cui concepire la vita, i suoi fini e le sue aspettative; prendendone rispettivamente indirizzo e colore l’incivilimento.
Condorcet, che, in mezzo al coro degli Enciclopedisti, scriveva dei “Progrès de l’ésprit humain” a cui faceva eco dall’altra parte del Reno E. Kant, dimostrando che tale progresso e tutte le forme di esso sarebbe stato perenne ed infinito, esprimeva un’idea ed un sentimento, che era in que’ preamboli della Rivoluzione francese nel fondo della coscienza di tutti intorno ai destini dell’umanità; sentimento che si traduceva nella sentenza degli statisti ed uomini politici di allora, da Furgot a Washington, che il fine delle leggi sta nell’attuazione della felicità costante e universale della specie; e si ripercoteva fra le moltitudini emancipate, fra il suono della Marsigliese cogli inni alla libertà, eguaglianza e fraternità, che sarebbero state altrettante condizioni e premio della umanità trionfatrice di ogni dolore della esistenza.
Tale ottimismo nella concezione della vita, appena sospeso ma non interrotto dal funesto e giornaliero lavorio della ghigliottina, dagli esigli di Coblenza, dalle scene selvagge del Terrore e dalle guerre napoleoniche, riapparve più normale, sistematico e diffuso nel secolo XIX; e accompagnò, ed elettrizzò sotto novelle forme le generazioni contemporanee durante i primi sperimenti della libertà civile e politica, e sopra tutto economica, penetrata in ogni Stato e in tutte le relazioni internazionali. E tale ottimismo trionfato insieme agli ordini liberali nelle nazioni, quivi ritrasse compensi multiformi, inattesi, sconfinati, di rideste energie individuali, di mondiale espansione di scambi, di incremento meraviglioso di ricchezza per le classi intraprendenti; e parve veramente, che fosse ormai tradotta in una conquista incontrastata e imperitura quella concezione della vita degli individui e della società, il cui fine dagli Enciclopedisti era stato preannunziato nella felicità interminata e nel progresso indefinito.
Era l’illusione dell’orgoglio, che negando Dio, proclamava perfetta la natura dell’uomo e divinizzava l’umanità dominatrice della vita.
Ma al piede di sì empia e presuntuosa affermazione, non tardò a spuntare una opposta concezione della esistenza.
Remotamente risalendo allo spirito dell’umanismo, acuito dal Protestantesimo, alimentandosi con i ridesti studi dell’antichità classica e più tardi del Buddismo indiano, irritandosi di contro ai duri disinganni che seguirono ai facili peana dell’economia moderna, dalla seconda metà del secolo, un sentimento che si ispira alla luce di teoriche funeste, serpeggia dovunque; afferma che la vita è sventura, che il suo esercizio è la sofferenza, il suo termine ideale è la morte. E in forza di questo raggio corrusco e desolante l’uomo si crede essenzialmente perverso, la società apparisce come una congrega di malvagi, e l’incivilimento, colle sue aspettative ideali, sparisce sotto la inesorata prevalenza della forza brutale.
Le lettere, la filosofia, le dottrine sociali, l’arte, giustificano, raffermano, propagano questa ferale estimazione, che nega quartiere a Dio, all’uomo, e alla civiltà insieme.
Un’ombra gelida di pessimismo già si proietta in mezzo ai grandi scrittori, che hanno educato remotamente le colte generazioni che oggi tengono il campo del sapere. In Lessing, Goethe, Schiller, Byron, Shelley, Leopardi, domina il disprezzo dell’uomo, il tedio della vita “l’infinita vanità di tutto”. E così più di recente questa società, donde esulò il divino sorriso di Cristo, sembra travolta e soggiogata dal tirannico pensiero della morte, di novelle danze macabre, di evocazioni paurose, fatta convegno e ludibrio di una quotidiana ridda di diavoli. E mentre da ultimo Béranger, convita i lettori delle sue Chansons nelle sotterranee chiostre infernali, e Rapisardi inneggia a Lucifero “che ha vinto Dio” e Baudelaire intona le Litanie di Satana, – Schopenhauer vuole annientato perfino il desiderio della vita, Immermenn scaglia “maledizioni al cielo, alla terra e a tutte le esistenze”; e Bakunin riprendendo il “destruam et aedificabo” dell’angelo ribelle assunto già per motto da Proudhon, colla bandiera del nihilismo predica la pan distruzione; mentre interprete di questo più recente sentire delle generazioni contemporanee Hurrell-Mallock lancia in mezzo a loro la gelida e disperata interrogazione: “Is life worth living”? La vita è degna di essere vissuta?
Di questo pessimismo formidabile succeduto al folle ottimismo, si fecero infine ministre le plebi, le quali negli ultimi decenni, denudando le piaghe sanguinanti, e le miserie avvilenti, mal celate dal bagliore di pochi gaudenti, concepirono la vita siccome una lotta fatale e crudele, al cui termine sta il sacrifizio dei più, e più in là la rivoluzione catastrofica della società. Ė questa la terribile confessione della impotenza dell’umana società dinanzi ai dolori della esistenza, tramutata in disperazione, che anela all’annichilamento universale della civiltà.
Di mezzo al duplice ed alterno mistero del bene senza difetto e limite, e del male senza freno e ristoro, la Vergine Immacolata, debellatrice del peccato di origine e Madre della divina grazia, si leva visione celeste a giusta metà del secolo XIX, ad ammonire ancora una volta le umane generazioni, che la società è tratta dal pondo della sua natura decaduta al suo degradamento ed al nulla; e solo dalla virtù del sovrannaturale è chiamata al suo progressivo elevamento ed alla pienezza della vita.
La Vergine Immacolata è così divenuta il centro intorno a cui si librano le sorti dell’umanità militante nell’età presente; come la dottrina del peccato e della redenzione fu la chiave della storia nei secoli trascorsi.
Per il dottrinarismo scettico, ferito nel suo orgoglio, il rinnovarsi con solennità mondiale di questi virginali trionfi, sull’alba del secolo XX, continuerà ad essere obbietto di beffardo disprezzo o di bestemmia; ma per il filosofo credente, ammaestrato alla scuola del Cristianesimo, esso è pegno immanchevole in mezzo alle battaglie che ci straziano, e alle tenebre di un materialismo che ci affoga, è pegno ripeto, di risorgimento, di vita spirituale, in cui è l’essenza, il fulgore, il profumo della civiltà.
La critica scientifica, non meno della memore coscienza popolare, attesta che laddove risorge il culto di Maria, ivi sboccia il fiore della giocondità della vita e si riaccendono gli ideali della civiltà.
E invero. Fu certo mirabile l’età medioevale (oggi sì splendidamente rivendicata) per le radici salde, vegete, profonde dell’ordine sociale, che essa insinuò, per l’esuberanza di energie in tutti i campi dell’esistenza che essa dispiegò, per i saggi insuperati dell’arte, che moltiplicò in tutti i domini del bello e per la elevazione progressiva dei popoli “a più spirabil aere” di civile convivenza.
Ma più mirabile di quest’ordine reale suscitato dal Cristianesimo in quella età, è l’ordine ideale; la somma cioè dei concetti e delle aspirazioni, che i popoli si levarono a contemplare e a caldeggiare come termine supremo della loro operosità.
Può dirsi, senza tema di errore, che in mezzo ad essi vi aveva un mondo invisibile di gran lunga più grande, vivace, espansivo, di quello visibile, che pur tanto ci attrae e colpisce; mondo invisibile da cui questo traeva principio e virtù di preservazione e rinnovamento.
In questo mondo di vita interiore tutte le generazioni viveano perennemente avvolte, quasi culmine di montagna, flagellata dalle tempeste, che costantemente si allieta dei raggi del sole. E da quegli ideali superni, a cui esse si ispiravano, nutrivano e inebriavano, scendeano spontanee, inavvertite e inesauribili le virtù più ammirande di vita esteriore; sicché ognuno, dagli alti ceti sociali alle moltitudini popolari, sentiva fervere in sé stesso il germe dell’artista, del poeta, dell’eroe e sapeva imprimere alle opere sue, alcunché dell’infinito e dell’immortale.
Ma a comporre ed avvivare questo mondo, che aleggiava sereno al di sopra delle torbide passioni, sospingendo, nobilitando, spiritualizzando le esplicazioni più elette dell’incivilimento, non conviene dimenticare, quale efficacia singolarissima abbia avuto il culto di Maria Immacolata.
Fu propriamente dal dì che l’umanità, alla memoria della divina Redenzione associò la reminiscenza amorosa della corredentrice Maria, che il mondo cominciò a popolarsi, rifulgere, scintillare di visioni celesti, di eteree contemplazioni, di purissimi affetti, per cui si trovò sollevato dal limo, ove giaceva immerso; e si accesero ideali, che poterono annebbiarsi, spegnersi non più.
Così la Chiesa mercé il culto della Vergine Immacolata ha sapientemente conferito a mantenere luminosi e fecondi gli ideali stessi della civiltà, la quale si misura dalla elevazione degli intelletti e dei cuori verso un prototipo di perfezione sovrannaturale.
Ma allora non è più un mistero impenetrabile e muto, l’avvenimento che ci gioconda oggidì, dopo cinquant’anni dall’esaltazione di Maria Immacolata.
Ciò significa che essa ritorna a ridonare alle attuali generazioni, schiacciate e gementi sotto il pondo della materia, giocondità di vita spirituale.
Ciò significa che risorgono gli ideali della società, non passeggeri e caduchi, ma certi e duraturi, che precorrono il meriggio di novello incivilimento come la stella mattutina Maria ognora antecede il fulgore dell’Eterno Sole Cristo Gesù.

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