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La libertà di religione, “espressione essenziale” della dignità umana

1 agosto 2009

L’Arcivescovo Tomasi interviene al Consiglio per i Diritti Umani

di Roberta Sciamplicotti

GINEVRA, lunedì, 17 marzo 2008 (ZENIT.org).- Il diritto alla libertà di religione è l'”espressione essenziale” della dignità umana e in quanto tale ha bisogno di essere tutelato in modo deciso ded efficace. E’ quanto ha affermato il 5 marzo a Ginevra l’Arcivescovo Silvano Maria Tomasi, Osservatore Permanente della Santa Sede presso l’Ufficio delle Nazioni Unite.

Intervenuto durante la VII Sessione Ordinaria del Consiglio per i Diritti Umani (HRC), il presule ha ricordato che tali diritti sono “universali, interdipendenti e indivisibili”, e “richiedono tutti un’efficace implementazione mediante l’impegno a vari livelli della vita sociale, del paese, della città, della Nazione e della comunità internazionale attraverso le sue istituzioni”.

“Un’espressione essenziale della dignità umana è il diritto alla libertà di religione”, ha spiegato monsignor Tomasi.

“Il diritto fondamentale di una persona a credere e a praticare una religione specifica è la base giuridica della forma organizzata di quel credo, del suo funzionamento nella libertà e del suo preservare e difendere la propria identità specifica”.

“Con i suoi diritti fondamentali, a cominciare da quello alla libertà religiosa, l’individuo contribuisce a difendere l’identità e la libertà della forma organizzata della sua religione e si sviluppa armoniosamente in relazione agli altri”, osserva l’Arcivescovo.

Purtroppo, ha denunciato, “le vittime dell’intolleranza religiosa sono particolarmente numerose laddove il diritto internazionale relativo ai diritti umani non è incorporato nelle legislazioni nazionali, che in questo modo rischiano di permettere l’impunità di quanti violano i diritti umani fondamentali”.

L’implementazione in ogni Paese degli strumenti esistenti per la difesa dei diritti umani, ha osservato l’Arcivescovo, “è il modo migliore per assicurare rispetto per tutti i credo e per la pacifica coesistenza nel contesto delle società contemporanee pluralistiche e interattive”.

In questo contesto, per il rappresentante vaticano è necessario “un rinnovato impegno nel far propri gli strumenti giuridici sviluppati dal diritto internazionale”.

“Non basta comunicare una serie di documenti – avverte -. E’ importante cambiare atteggiamento, un processo ad ampio raggio che trasformi la persona e assicuri un efficace sostegno alla dignità e alla libertà”.

Secondo monsignor Tomasi, l’HRC ha oggi il “compito decisivo” di “costruire un più ampio senso di fiducia e una più precisa comprensione dei diversi punti di partenza e delle varie visioni che persistono nell’interpretazione e nelle implementazioni quotidiane dei diritti umani”.

I grandi progressi raggiunti nell’articolazione di questi diritti e nel miglioramento della loro applicazione, riconosce il presule, sono dovuti in gran parte “alla saggezza degli autori della Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo, in cui ci si è trovati d’accordo sul valore universale della dignità e del valore della persona umana come pietra angolare di tutti i diritti”.

“Evitando un approccio ai diritti umani puramente collettivista o individualistico, questo documento storico stabilisce diritti e doveri e istituisce in questo modo una serie di collegamenti tra l’individuo, la comunità e la società”, facendo sì che i diritti attribuiti a gruppi o entità collettive siano radicati sulla dignità propria di ciascuno dei loro membri.

Riconoscere i diritti fondamentali e promuoverli, ha dichiarato l’Arcivescovo nell’anno del 60° anniversario della Dichiarazione dei Diritti Umani, rappresenta “il cuore delle aspettative mondiali”.

“Il dialogo e l’interazione diventano possibili quando la nostra dignità umana comune è il valore guida”, ha aggiunto.

Per questo motivo, l’azione delle Nazioni Unite nella promozione della dignità e dei diritti umani è fondamentale e l’organismo è chiamato a difendere i diritti umani in modo sempre più deciso e rapido.

“La famiglia umana e i popoli delle Nazioni Unite – ha concluso – non possono aspettare altri 60 anni”.

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Il Cardinal Bertone difende la “laicità positiva”

MADRID, giovedì, 5 febbraio 2009 (ZENIT.org).- “Voler imporre, come vuole il laicismo, una fede o una religiosità strettamente privata” presuppone “un’ingerenza nel diritto della persona a vivere le proprie convinzioni religiose come desidera o come queste richiedono”.

Lo ha affermato il Cardinale Tarcisio Bertone, Segretario di Stato vaticano, nella conferenza pronunciata questo giovedì nella sede della Conferenza Episcopale Spagnola in occasione del 60° anniversario della Dichiarazione Universale dei Diritti Umani.

Nel suo discorso, il porporato ha spiegato in cosa consiste la “laicità positiva” alla quale Benedetto XVI si è riferito varie volte, basata sul rispetto della libertà religiosa “come diritto primario e inalienabile della persona”.

La libertà religiosa, ha osservato, “è la base delle altre libertà, la loro ragion d’essere”, perché “oltrepassa l’orizzonte che cerca di limitarla a un aspetto intimo, a una mera libertà di culto o a un’educazione ispirata ai valori cristiani, per chiedere all’ambito civile e sociale libertà affinché le confessioni religiose possano svolgere la propria missione”.

“Lo Stato democratico non è neutrale rispetto alla libertà religiosa, ma, come riguardo alle altre libertà pubbliche, deve riconoscerla e creare le condizioni per il suo effettivo e pieno esercizio da parte di tutti i cittadini”, ha constatato.

Proprio per questo, è necessario che sia anche “assolutamente neutrale rispetto a tutte le varie opzioni particolari che i cittadini adottano nei confronti dell’elemento religioso in virtù di questa libertà”.

Citando Benedetto XVI, il Cardinal Bertone ha aggiunto che “non è espressione di laicità, ma sua degenerazione in laicismo l’ostilità contro qualsiasi forma di rilevanza politica e culturale della religione; in particolare, contro la presenza di ogni simbolo religioso nelle istituzioni pubbliche”.

“Non è nemmeno segno di sana laicità negare alla comunità cristiana, e a quanti la rappresentano legittimamente, il diritto di pronunciarsi sui problemi morali che oggi interpellano la coscienza di tutti gli esseri umani, soprattutto dei legislatori e dei giuristi”, ha aggiunto.

Il porporato ha spiegato che quando la Chiesa si pronuncia su un tema “non si tratta di un’indebita ingerenza”, ma “dell’affermazione e della difesa dei grandi valori che danno senso alla vita della persona e salvaguardano la sua dignità”.

“In definitiva, si tratta di mostrare che senza Dio l’uomo è perduto, che escludere la religione dalla vita sociale, in particolare l’emarginazione del cristianesimo, mina le basi stesse della convivenza umana, perché prima di essere di ordine sociale e politico queste basi sono di ordine morale”.

Rispetto reciproco

Secondo il Cardinal Bertone, la Chiesa “non rivendica il ruolo dello Stato”, ma rispetta “la giusta autonomia delle realtà temporali” e “chiede lo stesso atteggiamento riguardo alla sua missione nel mondo”.

“Lo Stato non può rivendicare competenze, dirette o indirette, sulle convinzioni intime delle persone né imporre o impedire la pratica pubblica della religione, soprattutto quando la libertà religiosa contribuisce in modo decisivo alla formazione di cittadini autenticamente liberi”, ha aggiunto.

Il porporato ha lamentato il fatto che oggi “la libertà religiosa sia lungi dall’essere assicurata effettivamente”, visto che “in alcuni casi viene negata per motivi religiosi o ideologici” e in altri, “anche se viene riconosciuta teoricamente, è ostacolata di fatto dal potere politico o, in modo più velato, dal predominio culturale dell’agnosticismo e del relativismo”.

“E’ quindi inconcepibile che i credenti debbano sopprimere una parte di se stessi – la loro fede – per essere cittadini attivi. Per poter godere dei propri diritti non dovrebbe mai essere necessario rinnegare Dio”, ha avvertito.

Il Cardinal Bertone si è infine riferito al principio dell’uguaglianza delle confessioni religiose, che non deve confondersi, sottolinea, “con l’uniformità di trattamento giuridico di queste da parte della legge civile”, ma deve “rispettare le loro peculiarità, tenendo anche presente il radicamento culturale e storico che ognuna ha nella società”.

“Non è un’interpretazione corretta: il principio di uguaglianza, in effetti, viene indebolito se si trattano situazioni uguali in modo diverso, ma anche se si trattano situazioni diverse nello stesso modo”.

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