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Ateismo e cristianesimo

16 agosto 2009

Ateismo e cristianesimo
di Gianfranco Ravasi
biblista – Presidente del Pontificio consiglio della cultura

Dal punto di vista biblico, esistono diversi tipi di ateismo: c’è l’incredulità, che somiglia all’indifferenza religiosa; c’è l’idolatria; e c’è infine il sentimento dell’assenza di Dio, la sofferenza per il vuoto spirituale di chi, in realtà, è alla ricerca di un orizzonte religioso e anela alla verità.

«In ginocchio! Suona la campanella: si stanno portando i sacramenti a un Dio che muore». Così, in modo paradossale, il poeta tedesco dell’Ottocento Heinrich Heine rappresentava l’avanzata della “morte di Dio” che, in forma ancor più drammatica, avrebbe poi descritto il suo connazionale e contemporaneo Friedrich Nietzsche con la celebre scena della Gaia scienza, in cui un uomo grida per le strade l’annunzio ferale: «Dio è morto! Noi lo abbiamo ucciso e le nostre mani grondano del suo sangue!». Ebbene, questo ateismo drammatico – che, peraltro, ha sollecitato persino una “teologia della morte di Dio” – è ormai quasi del tutto scomparso. Ciò che al massimo sopravvive sono gli sberleffi sarcastici di certi atei di moda, alla Odifreddi, Onfray, Hitchens, tanto per distribuirne i nomi secondo le principali aree linguistiche.

Ora, affrontare il problema dell’ateismo dal punto di vista biblico può paradossalmente essere di grande attualità, nonostante che a una prima impressione il tema sia di per sé assente nelle Sacre Scritture, dato che nelle antiche culture la negazione assoluta di Dio era quasi inconcepibile. In realtà l’anima profonda dell’ateismo, in tutti i suoi risvolti, anche seri e argomentati, appare all’interno della Bibbia. Sono tre le categorie ideali coinvolte. La prima è quella dell’incredulità: essa nega la presenza di Dio nella storia e, quindi, si rifiuta di accettarne la norma etica trascendente e di adeguarsi a una sua volontà. In questa linea va il noto grido dello “stolto” del Salmo 14/53: «Non c’è Dio!». Il senso dell’affermazione non è quello di una negazione teorica e programmatica, quanto piuttosto quello sconcertante della scoperta della mancanza di una presenza divina da rispettare e temere qui e ora, nelle vicende della storia umana.

Questo atteggiamento è espresso nella Bibbia anche con il verbo «mormorare», che è sulle labbra dell’Israele in crisi di fede durante la marcia esodica nel deserto e in bocca ai giudei mentre ascoltano il discorso di Gesù sul “pane di vita” nel capitolo 6 di Giovanni. L’incredulità affiora anche nei discepoli che si “scandalizzano” e rigettano la via della croce e considerano impossibile la risurrezione («Non essere più incredulo!», dice il Risorto all’apostolo Tommaso). Sotto questo schema potremmo rubricare oggi la più consistente tipologia dello pseudo-ateismo attuale, quella della cosiddetta indifferenza religiosa. Essa si basa su una lettura superficiale della storia, dalla quale Dio è assente. La sua figura risulta del tutto irrilevante, non genera drammi, non è principio di scelte morali esigenti, è lasciata nel limbo delle presenze eteree. Non lo si combatte, ma lo si ignora perché considerato come un dato “disturbante” e inattuale. Come scriveva ironicamente il filosofo canadese Charles Taylor, nel suo saggio sulla Secular Age contemporanea, se Dio dovesse entrare nella nostra società, al massimo gli si chiederebbero i documenti.

Il secondo modello biblico è quello dell’idolatria: esso più si avvicina al vero concetto “drammatico” e forte di ateismo. Non c’è bisogno di illustrarne le caratteristiche tanto è costante nelle Scritture, da un lato, la tentazione di sostituire a Dio un oggetto o sé stessi e, d’altro lato, la critica e la polemica anti-idolatrica dei profeti, dei sapienti, dei testimoni di Dio. È in pratica la sostituzione della trascendenza con un dato storico immanente. San Paolo ne bolla con veemenza la contraddizione nel capitolo 1 della Lettera ai Romani, quando accusa i pagani di aver scambiato la verità divina con un comodo sistema che genera alla fine libertinismo e degradazione morale. In forma nobile l’idolatria moderna è l’identificazione di principi costitutivi e dinamici interni all’essere e alla storia stessa come unica ragione esplicativa: si pensi al materialismo dialettico di stampo marxiano, ma anche allo Spirito immanente nell’essere stesso, motore della storia, secondo la concezione idealistica hegeliana, oppure si consideri l’umanesimo ateo che pone l’uomo come misura e senso di tutto l’essere.

Non è, quindi, solo l’autoadorazione dell’uomo autosufficiente o la banale venerazione di oggetti simbolici, come accade nell’idolatria folcloristica o nel consumismo secolaristico; sotto questa categoria si possono classificare anche tanti modi elaborati e sofisticati che escludono la trascendenza divina.

Ma c’è una terza proposta che la Bibbia ci offre su questo argomento, proposta che si rivela sorprendente e persino “religiosa”. È l’assenza provocatoria di Dio, il suo silenzio che genera la domanda capitale: «Dov’è Dio?», come attestano spesso le suppliche salmiche: «Le lacrime sono mio pane giorno e notte, mentre mi dicono tutto il giorno: Dov’è il tuo Dio?» (42,4); «Perché i popoli dovrebbero dire: Dov’è il loro Dio?» (79, 10). Questa domanda apparentemente “atea” nasce sia nella persona in crisi di fede, sia nel credente autentico che rimane sconcertato di fronte al Dio muto e assente, soprattutto quando incombe lo scandalo del trionfo del male.

La Bibbia è, al riguardo, molto significativa. C’è, infatti, una figura come il Qohelet che incarna la crisi di un uomo che si trova davanti a un mondo indecifrabile, spoglio di un senso percepibile, scandito dal vuoto (habel, «vanità, fumo, vuoto»), con domande che salgono verso un cielo muto e che ricadono su chi le lancia. Ma c’è anche il credente puro come Giobbe, che ribadisce la sua volontà di avere una risposta dal vero Dio, taciturno e indifferente, e non una ricetta apologetica preconfezionata dagli amici teologi, stanchi difensori d’ufficio della religione. E invece: «Io grido verso di te e tu non rispondi!». Eppure, alla fine, questa assenza si rivela feconda e si trasforma in una presenza e in un incontro (42,5: «Io ti conoscevo per sentito dire, ora i miei occhi ti vedono»). È paradossale, ma anche Gesù Cristo, il Figlio di Dio, per essere veramente uomo, passa attraverso questa stessa esperienza del silenzio del Padre, sia nel Getsemani, sia sulla croce, svelandone perciò la misteriosa positività.

È, allora, necessario, quando si affronta il tema dell’ateismo, operare una serie di distinzioni: l’incredulità è l’indifferenza agnostica, l’idolatria è l’ateismo sistematico, l’assenza è il mistero del divino “incomprensibile”. Proprio attraverso questa schematizzazione si può intuire quanto complessi siano i problemi pastorali che ne derivano. Un conto, infatti, è entrare in un confronto serrato – ideale e argomentato – con un ateismo coerente e cosciente, capace anche di una sua etica autonoma, come avveniva nell’Ottocento con il marxismo e il razionalismo illuministico e idealistico. Da questo confronto-scontro nessuno dei due contendenti, allora, ne era uscito indenne e gli esiti erano stati preziosi per entrambi. Solo per fare un esempio, nell’Otto-Novecento attraverso il duello con il marxismo, la Chiesa ha maturato la coscienza dell’importanza della questione sociale (la Rerum novarum e lealtre encicliche sociali), mentre il marxismo ha visto profilarsi il post-marxismo con un filosofo come Ernst Bloch che affermava il rilievo straordinario dell’Esodo come testo fondante della liberazione e il cristianesimo come seme di trasformazione della storia (già il titolo di una sua opera era emblematico: Ateismo nel cristianesimo) con la carica di una tensione radicale (il Principio speranza).

Un conto è, invece, l’indifferenza-incredulità che mette in questione sia la fede autentica e operosa, sia l’ateismo severo e impegnato. Essa è simile a una nebbia difficile da diradare, non conosce ansietà o domande, si nutre di stereotipi e banalità, accontentandosi di vivere in superficie, sfiorando i problemi fondamentali, secondo l’ormai notissima immagine del Diario del filosofo danese Søren Kierkegaard: «La nave è in mano al cuoco di bordo e ciò che trasmette il megafono del comandante non è più la rotta, ma ciò che mangeremo domani». I mezzi di comunicazione di massa ci insegnano tutto sulle mode e i modi di vivere, ma ignorano il significato dell’esistere, l’inquietudine della ricerca interiore, le interrogazioni sull’oltre e sull’”altro” rispetto a noi e al nostro orizzonte.

Un conto, infine, è avere a che fare con una notte dello spirito in cui Dio è assente. Eppure se ne sente la mancanza: già il filosofo Martin Heidegger notava che la «vera povertà del mondo è quando non si sente più la mancanza di Dio come mancanza». Chi avverte e soffre per il vuoto intimo, anela alla verità, alla bellezza e all’amore, pur non possedendoli; chi obbedisce alle ingiunzioni della propria coscienza, pur avendo sopra di sé cieli apparentemente vuoti o al massimo affollati soltanto dai satelliti della tecnica, è come se accettasse già l’Essere assoluto di Dio, pur affermando il suo agnosticismo (si ricordi la famosa tesi del “cristiano anonimo” suggerita dal teologo Rahner). Questa esperienza dell’assenza divina, per altro, può appartenere non solo alla stessa fede – che è talora simultaneità di luce e di tenebra, di certezza e di dubbio – ma persino alla mistica, come è testimoniato dalle pagine indimenticabili di san Giovanni della Croce o dalle riflessioni ardite di Meister Eckhart o dai versi incandescenti di Angelo Silesio.

Gianfranco Ravasi, da Jesus

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