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La ss. eucaristia è un mistero di fede

16 agosto 2009

da Totus Tuus

dall’enciclica misterium fidei di Paolo VI

Anzitutto vogliamo ricordare una verità, a voi ben nota, ma assai necessaria a respingere ogni veleno di razionalismo, verità che molti cattolici hanno suggellato col proprio sangue e che celebri padri e dottori della chiesa costantemente hanno professato e insegnato, che cioè l’eucaristia è un altissimo mistero, anzi propriamente, come dice la sacra liturgia, il mistero di fede: “In esso solo infatti, come molto saggiamente dice il nostro predecessore Leone XIII di f. m., sono contenute con singolare ricchezza e varietà di miracoli, tutte le realtà soprannaturali”. È dunque necessario che specialmente a questo mistero ci accostiamo con umile ossequio non seguendo umani argomenti, che devono tacere, ma aderendo fermamente alla divina rivelazione. S. Giovanni Crisostomo, il quale, come sapete, trattò, con tanta elevatezza di linguaggio e con tanto acume di pietà, del mistero eucaristico, istruendo una volta i suoi fedeli intorno a questa verità, si espresse in questi appropriati termini: “Inchiniamoci a Dio senza contraddirgli, anche se ciò che Egli dice possa sembrare contrario alla nostra ragione e alla nostra intelligenza; ma prevalga sulla nostra ragione e intelligenza la sua parola. Così anche comportiamoci riguardo al Mistero [eucaristico], non considerando solo quello che cade sotto i sensi, ma stando alle sue parole: giacché la sua parola non può ingannare”.

Identiche affermazioni hanno fatto spesso i dottori scolastici. Che in questo sacramento sia presente il vero corpo e il vero sangue di Cristo, “non si può apprendere coi sensi, dice s. Tommaso, ma con la sola fede, la quale si appoggia alla autorità di Dio. Per questo commentando il passo di s. Luca 22,19: “Questo è il mio corpo che viene dato per voi”, Cirillo dice: Non mettere in dubbio se questo sia vero, ma piuttosto accetta con fede le parole del Salvatore: perché essendo egli la verità, non mentisce”. Pertanto, facendo eco al dottore angelico, il popolo cristiano canta frequentemente: “Visus, tactus, gustus in te fallitur. Sed auditu solo tuto creditur: credo quidquid dixit Dei Filius: nil hoc verbo veritatis verius”. Ma c’è di più: gli stessi dottori scolastici asseriscono che il mistero eucaristico non solo tra gli altri sacramenti, ma anche tra i misteri della fede è “il più difficile a credere”. Del resto la stessa cosa accenna l’evangelo quando racconta che molti dei discepoli di Cristo, udito il discorso della carne da mangiare e del sangue da bere, voltarono le spalle e abbandonarono il Signore dicendo: “Questo discorso è duro e chi può ascoltarlo?”. E domandando Gesù se anche i dodici volessero andarsene, Pietro affermò con slancio e fermezza la fede sua e degli apostoli con la mirabile risposta: “Signore, da chi ce ne andremo? Tu hai parole di vita eterna”.

È logico dunque che noi seguiamo come una stella nell’investigare questo mistero il magistero della chiesa, a cui il divin redentore ha affidato la parola di Dio scritta o trasmessa oralmente perché la custodisca e la interpreti, convinti che “anche se non si indaghi con la ragione, anche se non si spieghi con la parola, rimane tuttavia vero ciò che fin dall’antichità con verace fede cattolica si predica e si crede in tutta la Chiesa”. Ma non basta. Salva infatti l’integrità della fede, è necessario anche serbare un esatto modo di parlare, affinché usando parole incontrollate non ci vengano in mente, che Dio non permetta, false opinioni riguardo alla fede dei più alti misteri. Torna a proposito il grave monito di s. Agostino quando considera il diverso modo di parlare dei filosofi e del cristiano: “I filosofi, egli dice, parlano liberamente senza timore di offendere orecchi religiosi in cose molto difficili a capirsi. Noi invece dobbiamo parlare secondo una regola determinata, per evitare che la libertà di linguaggio ingeneri qualche opinione empia anche intorno al significato della parola”.

La norma di parlare dunque, che la chiesa con lungo secolare lavoro, non senza l’aiuto dello Spirito Santo, ha stabilito, confermandola con l’autorità dei concili, norma che spesso è diventata la tessera e il vessillo della ortodossia della fede, dev’essere religiosamente osservata; né alcuno, secondo il suo arbitrio o col pretesto di nuova scienza, presuma di cambiarla. Chi mai potrebbe tollerare che le formule dogmatiche usate dai concili ecumenici per i misteri della ss. Trinità e dell’Incarnazione siano giudicate non più adatte agli uomini del nostro tempo ed altre siano ad esse temerariamente surrogate? Allo stesso modo non si può tollerare che un privato qualunque possa attentare di proprio arbitrio alle formule con cui il Concilio Tridentino ha proposto a credere il mistero eucaristico. Poiché quelle formule, come le altre di cui la chiesa si serve per enunciare i dogmi di fede, esprimono concetti che non sono legati a una certa forma di cultura, non a una determinata fase di progresso scientifico, non all’una o all’altra scuola teologica, ma presentano ciò che l’umana mente percepisce della realtà nell’universale e necessaria esperienza: e però tali formule sono intelligibili per gli uomini di tutti i tempi e di tutti i luoghi. Invero quelle formule possono fruttuosamente spiegarsi più chiaramente e più largamente, mai però in senso diverso da quello in cui furono usate, sicché progredendo l’intelligenza della fede rimanga intatta la verità di fede. Difatti il concilio Vaticano I insegna che nei sacri dogmi “si deve sempre ritenere quel senso, che una volta per sempre ha dichiarato la santa madre chiesa e mai è lecito allontanarsi da quel senso sotto lo specioso pretesto di più profonda intelligenza”.

Paolo VI, Enciclica Mysterium fidei, circa errori e opinioni che mettono in dubbio la fede nell’eucaristia e il suo culto fuori della Messa. Il legame tra sacrificio eucaristico, la Chiesa e la presenza reale di Cristo

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