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il suicidio

21 agosto 2009

Accanto al vangelo di oggi che tratta del comandamento dell’amore verso Dio e il prossimo, vogliamo trattare la questione del suicidio tratto da Totus Tuus

“II suicidio è nella maggior parte dei casi la conclusione di un’evoluzione psichica che con buone ragioni può essere considerata morbosa, così che il parlare di libera morte appare più che problematico [ … ]. Una cosa dovrebbe comunque essere chiara: l’inclinazione al suicidio è sottoposta a influssi più o meno incalzanti e cegenti, che le scienze umane hanno ampiamente spiegato” (Adrian Holderegger)

Per una definizione di suicidio
Può sembrare strano, ma una definizione valida e condivisa di suicidio non esiste, come fanno rilevare diversi studiosi. Senza pretesa alcuna di essere io a risolvere il difficile e spinoso problema, indico semplicemente quale realtà è quella di cui si occupa il presente capitolo quando parla di suicidio:

la soppressione della propria vita, intenzionalmente provocata dal soggetto stesso, mediante un’azione o una omissioneposta in essere da lui stesso oppure da lui richiesta ad altri.

Le ultime parole, pur potendo far riferimento a casi e situazioni diversi, sono dettate soprattutto dalla novità costituita dalla recente comparsa sulla scena dei cosiddetto «suicidio assistito», di cui parleremo a proposito dell’eutanasia. Si noterà che la definizione proposta rende superflua la distinzione tra suicidio «diretto» e «indiretto». Nella definizione è chiaro che qui noi parliamo sempre e solo di quello che altri qualificano come suicidio diretto, intendendo per indiretto quello che deriva, come effetto collaterale involontario, da un’azione in sé stessa e intenzionalmente indirizzata al conseguimento di un altro obiettivo. Ma si guadagna in chiarezza se a questo, che è uno dei tanti casi di azione a doppio effetto, si evita di dare il nome di suicidio, dato che tale non è, visto che la propria morte è tutt’altro che desiderata e cercata, ma solo subìta.

II. LA MORALITA OGGETTIVA DEL SUICIDIO

1. Una prima valutazione generale
Sulla base della definizione ora proposta di suicidio, risulta immediatamente evidente la inconciliabilità di questo comportamento con la inviolabilità di ogni vita umana, compresa, dunque, anche la propria. Il suicida proclama coi fatti di considerarsi padrone della sua vita. Può quindi fondatamente considerarsi dimostrata la oggettiva illiceità del suicidio. Si tratta però di un procedimento logico, che vale per tutti i comportarnenti in cui si dispone di una vita umana. Ci chiediamo perciò se non ci sia qualche cosa di più specificamente riguardante il suicidio o almeno più direttamente a esso riferibile, nella Scrittura, nella Tradizione, nel Magistero, e così pure nella riflessione teologica su di esso.

2. Dati biblici
Nella Sacra Scrittura nulla è detto esplicitamente circa il suicidio. Ma già Sant’Agostino, con la consueta sua lucidità, lo vedeva incluso nel quinto comandamento: «Non è lecito uccidersi, giacché nel precetto Non uccidere, senza alcuna aggiunta, nessuno, neanche l’individuo cui si dà il comandamento, si deve intendere escluso [ … ]. Non uccidere, quindi, né un altro né te. Chi uccide sé stesso infatti uccide un uomo».
Più ancora però è la concezione biblica dell’uomo e della vita umana che implica un rifiuto e una condanna netta del suicidio. «Per il cristiano, morire non è forse acconsentire alla chiamata del Signore e lasciar ritomare a Lui quella vita che Dio accoglie al fine di rinnovarla nella pienezza della risurrezione? Cristo è rimasto sottomesso al Padre che gli fissava l’ora in cui avrebbe dovuto lasciar questo mondo per ritornare verso di Lui, il suo Dio e nostro Dio (cft Gv 13, 1 e 3). Il discepolo, a sua volta, rispetta l’ora del Padre, perché sa che il servo sofferente, il cristiano, si dimostra fedele nell’assumere gli stessi sentimenti che furono in Cristo (cfr Fil 2, 5)».
E inconciliabile col suicidio è anche un insegnamento più generale sulla vita cristiana, così formulato da Paolo:

«Nessuno di noi vive per sé stesso e nessuno muore per sé stesso, perché se noi viviamo, viviamo per il Signore, se noi moriamo, moriamo per il Signore. Sia che viviamo, sia che moriamo. siamo dunque del Signore. Per questo infatti Cristo è morto ed è ritornato alla vita: per essere il Signore dei morti e dei vivi» (Rm 14, 7-9).

Non occorre una laboriosa esegesi per cogliere il radicale contrasto tra la realtà di una vita che è tutta «del Signore» e «per il Signore», e il gesto suicida con cu uno la fa da padrone sulla vita propria.

3. La Tradizione
Rimasto implicito nel messaggio biblico, il suicidio trovò ben presto post( nella riflessione cristiana, sollecitata anche dalla esaltazione che ne faceva no sia alcuni filosofi, specialmente gli stoici, sia correnti ereticali come i do natisti e i circoncellioni. Ne trattarono così Lattanzio, Ambrogio, Agostino Girolamo, e molti altri. La riprovazione morale del suicidio è netta e seria mente argomentata.
Conferma significativa della severità con cui era condannato il suicidio s ebbe poi ben presto nelle sanzioni canoniche decretate da vari Concilî, il merito alla sepoltura e a preghiere di suffragio per i suicidi. Per esempio: il Concilio II di Orléans (533) proibiva di ricevere offerte per suffragi in favore dei suicidi (can. 15); il Concilio II di Braga (563) vietava la sepoltura ecclesiastica di suicidi. Tale severità era conseguenza logica della diffusa convinzione che il suicida era considerato responsabile del suo gesto, e pertanto era ritenuto un «pubblico peccatore» morto impenitente. Non si faceva quindi che applicare ai suicidi una norma che valeva per tutti quelli così considerati. Il divieto di sepoltura ecclesiastica, sia pure con alcune precisazioni e senza escludere eccezioni, si è conservato fin quasi ai nostri giorni, preser te come era nel Codice di Diritto canonico in vigore fino al 26 novembre 1983 (can. 1240, § 1, 3). Su questo tomeremo tra poco.

4. Il Magistero ecclesiale
Le accennate pene, conseguenti a suicidio, presuppongono ovviamente ur valutazione morale di condanna del suicidio, come di un peccato particola mente grave, parte integrante della dottrina morale della Chiesa fin dai prin secoli.
Nel Magistero recente, quando si porta anche sulle ragioni che giustificano la condanna del suicidio, vedremo che costantemente viene messo in primo piano qualche aspetto che mette in causa il rapporto personale con Dio gravemente sovvertito con tale scelta. Un intervento di qualche ampiezza si trova in un discorso di Pio XII. Oltre a confermare la gravità morale del suicidio, il Pontefice lo collocò in una prospettiva inconsueta, sottolineando in esso anche «il contrassegno dell’assenza dellafede o della speranza cristiana». In questione, dunque, non solo il rispetto dovuto alla vita, ma anche una delle virtù teologali.
La condanna più autorevole e solenne del suicidio è quella del già citato numero 27 della Gaudium et spes: insieme ad altri delitti contro la vita, il «suicidio volontario» è posto tra le

«cose vergognose» che «deturpano la civiltà umana [ .. ] e costituiscono i più gravi insulti allo stesso Creatore».

Più recente e articolata è la condanna del suicidio nella Dichiarazione sull’eutanasia, della Congregazione per la Dottrina della fede (5 maggio 1980). Le argomentazioni addotte sono sostanzialmente quelle di san Tommaso, che vedremo tra poco, ma al primo posto viene in evidenza «il rifiuto della sovranità di Dio e del suo disegno di amore».
La EV, oltre a ripetere e confermare quelle argomentazioni, ne sviluppa brevemente la prima:

«Nel suo nucleo più profondo, esso [il suicidio] costituisce un rifiuto della sovranità assoluta di Dio sulla vita e sulla morte, così proclamata nellapreghiera dell’antico saggio di Israele: “Tu hai potere sulla vita e sulla morte; conduci giù alle porte degli inferi e fai risalire” (Sap 16, 13; cfr Tb 13, 2)» (n. 66).

Ancora una volta viene dunque messo in luce, nel suicidio, un aspetto che investe direttamente il rapporto di ogni uomo con Dio
Si può infine collocare qui, come espressione del Magistero, sia pure con le dovute precisazioni, anche il nuovo Codice di Diritto canonico, tenendo presente l’affennazione dei Papa nel promulgarlo, che, cioè «in un certo senso, questo nuovo Codice potrebbe intendersi come un grande sforzo di tradurre in linguaggio canonistico [ … ] la ecclesiologia conciliare». In tema di suicidio è evidente una vera e propria svolta nella normativa, che suppone una svolta anche nella valutazione morale del suicidio, certo in termini da precisare. La prima cosa da rilevare è la scomparsa del divieto della sepoltura ecclesiastica. I suicidi, infatti, non compaiono più nell’elenco di quelli per i quali esso è previsto (can. 1184, § 1), come invece lo erano nel Codice precedente (can. 1240, § 1, 3). Ciò presuppone che la condizione di «pubblici peccatori» non è più data per scontata, ma deve risultare, nel singolo caso, e senza ombra di dubbio; solo allora, e se è impossibile evitare lo scandalo dei fedeli, i suicidi possono rientrare in quella categoria e perciò (senza che siano esplicitamente nominati) essere privati della sepoltura ecclesiastica (can. 1184, § 1, 3, più il § 2). C’è da aggiungere che anche in questo ultimo caso, in base a una Circolare già esistente fin dal 1973, si può rimuovere l’ostacolo costituito dallo scandalo mediante una adatta catechesi, in cui venga illustrato

«il significato delle esequie cristiane, che moltissimi vedono come un ricorso alla misericordia di Dio e come una testimonianza della fede della comunità nella risurrezione dei morti e nella vita del mondo che verrà».

Il Magistero mostra così di aver recepito l’apporto degli studi delle scienze umane sul suicidio, circa l’assenza di vera responsabilità personale, come un dato che vale per la stragrande maggioranza dei casi. E il contrario che deve essere dimostrato.

La ‘sindrome presuicidaria’e conseguenti indicazioni per la prevenzione del suicidio
Come già preannunciato, viene qui riassunto, nei suoi punti essenziali, un ampio resoconto degli studi dello psichiatra austriaco Erwin Ringel, particolarmente utile per comprendere meglio e aiutare in tempo chi è tentato di suicidarsi.
Ringel basa le sue affennazioni sull’esame di 745 casi di tentato suicidio nel volume Il suicidio. Esito di uno sviluppo psichico patologico, pubblicato a Vienna nel 1953. Egli stesso ha avuto cura di distinguere i casi di persone malate di mente, che ovviamente presentano una problematica tutta loro, dai casi di persone sostanzialmente normali, i soli che qui interessano.
Quella che egli ha denominato «sindrome presuicidaria» è una situazione caratterizzata da tre elementi: Einengung [termine intraducibile e che verrà spiegato subito], aggressività rivolta verso il soggetto stesso, fantasie suicide (p. 113).

Einengung. Nel linguaggio corrente significa «chiusura»; qui indica una situazione interiore dei soggetto, che si percepisce come cacciato in un vicolo cieco con un’unica via d’uscita, il suicidio (pp. 111 s.).

Il secondo elemento non ha bisogno di spiegazioni.Il terzo è un processo di «progressiva familiarizzazione con l’idea della morte», prima con quella della morte in generale, poi con quella della propria morte, fino a fare i preparativi per attuarla (pp. 112 s.).
Si passa al di là della sindrome quando il soggetto arriva a prendere la decisione di togliersi la vita. «La decisione è sofferta, vi è ambivalenza. tra una componente depressiva, autoaggressiva, quasi masochistica che fa un bilancio impietoso della situazione e la restante autostima che fa esitare ad accettare il fallimento totale; [ … ] gli elementi su cui si basa tale decisione non sono fissi, ma dinantici, variabili, il bilancio non è definitivo, ma deve essere considerato come provvisorio». Comunque «tale decisione non può essere considerata come un atto libero, essa è spesso un atto travagliato di disperazione di chi si sente sopraffatto dagli eventi e dalla situazione; è un atto di capitolazione di chi si crede irrimediabilmente sconfitto e quindi non crede più che abbia senso proseguire la lotta» (pp. 115 s.).
Quale aiuto si può offrire. In sostanza e principalmente si tratta di «cercare di modificare positivamente gli elementi soggettivi e oggettivi della Einengung» (p. Il 8). Non è impresa sempre difficile, anzi a volte è addirittura facile: «In alcuni casi già la semplice disponibilità a fornire aiuto può avere un effetto terapeutico. [ … ] L’attenzione che gli si presta rompe l’isolamento, non si sente più dei tutto solo, perché c’è qualcuno che gli dimostra interesse; se aveva deciso di togliersi la vita perché convinto che la sua esistenza fosse priva di valore e di senso, il fatto che qualcuno sia disposto a dedicargli del tempo, si interessi ai suoi problemi e sia intenzionato ad aiutarlo può risollevare la sua autostima quanto basta a stimolarlo a cercare di risolvere i propri problemi, a infondergli coraggio e speranza» (p. 118).
Naturalmente nulla può garantire l’efficacia della prevenzione, anche quando è condotta nel migliore dei modi. Ma è significativa e confortante la costatazione delle percentuali altissime di persone che, salvate dopo un tentato suicidio e adeguatamente aiutate, non ripetono più il tentativo. Da notare pure che le percentuali più alte si sono registrate nelle persone che hanno una fede religiosa a cui aderiscono (cfr pp. 120-123). Queste rilevazioni non sono solo di Ringel, ma anche di altri studiosi.
Infine due altri dati utili. Il primo: «Tra i fattori che aumentano il rischio di suicidio si cercherebbero invano le malattie incurabili». «In particolare i casi di persone che si tolgono la vita dopo aver appreso di essere ammalate di cancro sembrano essere molto più rari di quanto non si pensi» (p. 123). Il secondo dato: «Vi è correlazione tra diagnosi di tossicodipendenza e persistenza di tendenze suicide accentuale e di un elevato rischio di un nuovo tentativo di suicidio». La diffusione della droga va perciò messa tra i fattori che spiegano l’aumento di suicidi giovanili (p. 124).
In conclusione:

«Anche se è chiaro che una prevenzione assoluta dei suicidi non è possibile, nella quasi totalità dei casi l’assistenza prestata ha dato ottimi risultati: gratificante è soprattutto il fatto che nella stragrande maggioranza dei casi le persone salvate erano riconoscenti per l’aiuto ricevuto» (p. 125).

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