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«Cambiare vita? Prendete esempio da san Paolo»

27 agosto 2009

I Lettura 1Ts 3,7-13
Il Signore vi faccia sovrabbondare nell’amore fra voi e verso tutti.
Salmo (Sal 89)
Saziaci, Signore, con il tuo amore.
Vangelo Mt 24,42-51
Tenetevi pronti.

Mt 24,42-51 Tenetevi pronti.

Dal Vangelo secondo Matteo

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli:
«Vegliate, perché non sapete in quale giorno il Signore vostro verrà. Cercate di capire questo: se il padrone di casa sapesse a quale ora della notte viene il ladro, veglierebbe e non si lascerebbe scassinare la casa. Perciò anche voi tenetevi pronti perché, nell’ora che non immaginate, viene il Figlio dell’uomo.
Chi è dunque il servo fidato e prudente, che il padrone ha messo a capo dei suoi domestici per dare loro il cibo a tempo debito? Beato quel servo che il padrone, arrivando, troverà ad agire così! Davvero io vi dico: lo metterà a capo di tutti i suoi beni.
Ma se quel servo malvagio dicesse in cuor suo: “Il mio padrone tarda”, e cominciasse a percuotere i suoi compagni e a mangiare e a bere con gli ubriaconi, il padrone di quel servo arriverà un giorno in cui non se l’aspetta e a un’ora che non sa, lo punirà severamente e gli infliggerà la sorte che meritano gli ipocriti: là sarà pianto e stridore di denti».

mons. Vincenzo Paglia

Ogni discepolo riceve dal suo maestro una chiamata e una missione da compiere. E non è data per servire se stessi o per la propria promozione o realizzazione, ma per la crescita della comunità. Per questo Gesù parla di un compito di chi sorveglia i domestici per provvedere al loro mantenimento. Vigilare pertanto vuol dire non solo evitare che nel tempo si finisca per vivere quella responsabilità in modo distratto e stanco o, peggio ancora, per farla da padroni. Ciascuno è a suo modo responsabile degli altri fratelli e sorelle della casa. La vigilanza evangelica perciò non è semplicemente un’attesa vuota e neppure un’operosità rivolta solo a curare se stessi. La vigilanza di cui parla Gesù è la fedeltà attenta e operosa alla vocazione che il Signore ci ha affidato. Ed è questa la vera felicità del discepolo, la sua vera realizzazione, come dice appunto Gesù: “Beato quel servo che il padrone al suo ritorno troverà ad agire così!”. Purtroppo facilmente prevale in noi l’egocentrismo che porta ad affannarci per noi stessi e le nostre cose, distraendoci dalla vocazione che il Signore ci ha affidato. Ma in tal modo nascono liti e incomprensioni, sopraffazioni e invidie. E ci autocondanniamo alla tristezza e all’insoddisfazione di cui parla il Vangelo.

Come vivere la parola di Dio? Un interessante articolo su Avvenire. Leggi:

«Cambiare vita? Prendete esempio da san Paolo»

Da Avvenire

«In un Meeting per l’amicizia fra i popoli che mette a tema la conoscenza, difficilmente avremmo potuto trovare un testimone migliore di Paolo». Don Julián Carrón parla a una platea di 30mila persone. Il fascino della conversione paolina è avvincente. Il successore di don Giussani lo sa: «La novità dell’evento accaduto sulla via di Damasco – osserva don Julian – non si limita al cambiamento di vita». Per colui che sarà l’apostolo delle genti, «questo avvenimento è stato una vera conoscenza, di cui il cambiamento di vita non è altro che una conseguenza».

Carron e San Paolo. Alle 17  è come se il Meeting si fermasse. Il fiume di persone che salta da un convegno all’altro per un’ora rimane immobile davanti ai maxischermi. Nella sala congressi grande come due hangar non c’è posto neanche in piedi. Non restano che le tv disposte qua e la tra i padiglioni. Che Paolo dia alla rivelazione «il valore di conoscenza si vede nel fatto che il contenuto di questa rivelazione diventa – osserva il sacerdote – il metro di giudizio fondamentale per giudicare ogni cosa».

Le domande dell’uomo d’oggi, il passo talvolta incerto del credente, non devono atterrire. L’incontro di Paolo con Gesù, per quanto dirompente, non volle dire che l’apostolo avesse capito tutto «fin dall’inizio». Paolo di Tarso «fu costretto a rivedere tutte le sue convinzioni fondamentali: dalla legge alla storia della salvezza, dal culto alla lettura della Scrittura». Paolo dopo l’avvenimento di quell’incontro era sì lo stesso uomo, ma «tutto era visto alla nuova luce di questo evento».
Tutti ascoltano in silenzio. Ventiquattro cartelle cariche di riflessioni e di citazioni che il sacerdote legge in un silenzio straordinario. In prima fila ascoltano tre ministri: Angelino Alfano, Ignazio La Russa e Maurizio Sacconi. Con essi parlamentari ed esponenti dell’imprenditoria.
Come se prevedesse la domanda dei più diffidenti Carron risponde indicando la testimonianza paolina: «La lettura delle Scritture rimane velata finché non ci si rivolgerà al Signore». Come dire che l’interpretazione dei Sacri testi non è «una questione tecnica, ma teologica».

Guardi la platea e non puoi fare a meno di domandarti cosa c’entrino i rasta, i metallari, i ragazzi vagamente punk con il Meeting di Rimini. Don Carròn si rivolge anche a loro, forse soprattutto a loro, quando ricorda che «dal punto di vista strettamente storico, nell’esistenza di san Paolo non vi è un fatto più indiscutibilmente certo della svolta che conobbe la sua vita in un momento determinato, ossia quando si trovava sulla via di Damasco».

La riflessione del sacerdote spagnolo è in fondo un invito a leggere la Bibbia con occhi nuovi. E lo spiegando la rivoluzione di Paolo nel rapporto con il suo mondo di allora: «Tutta l’abilità e tutta la perspicacia dei rabbini non sono in grado  di attraversare il sottile velo che li separa da una reale comprensione». È il caso dei Galati: stolti, li ammonisce l’apostolo. Stolti perché non sottomettono «la ragione all’esperienza, all’evidenza di straordinaria positività da loro vissuta». Ancora una volta ciò che permette di discernere tra le diverse interpretazioni non è una questione tecnica, ma teologica, o meglio cristologica.

Scandisce Carron: «È l’avvenimento di Cristo morto e risorto – che per opera dello Spirito si rende presente nella Chiesa e attraverso la Chiesa, comunicandosi alla ragione e alla libertà dell’uomo – a rendere possibile un’esperienza che permette di decidere in ogni momento rispetto alle diverse interpretazioni che possono comparire nel corso della storia umana».

Sbaglia chi crede che il cristiano, anche il più docile, «deve» aderire al Vangelo in modo acritico. «L’onestà e la lealtà verso l’esperienza vissuta – conclude il responsabile di Cl –  permette invece di aderire in modo pienamente ragionevole e insieme pienamente libero». Solo così l’uomo di ogni tempo può riconoscere l’amore di Cristo «che sorpassa ogni conoscenza».

Nello Scavo

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