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A.. A… bbronzatissimo? No grazie: ecco perchè

28 agosto 2009

Qoelet 1,2-3Vanità delle vanità, dice Qoèlet,
vanità delle vanità, tutto è vanità.
Quale utilità ricava l’uomo da tutto l’affanno
per cui fatica sotto il sole?

da Totus Tuus

di Vittorio Messori

Che fa, dunque, la gente in vacanza? Innanzitutto, si preoccupa di acquisirne il «segno»: l’abbronzatura. La quale – sono cose note – fu sempre il marchio del lavoratore manuale, mentre si è ora rovesciata nello «status symbol» del benestante.
Ed è inspiegabile, davvero, la stoica pazienza di chi sta immobile per ore sotto il dardeggiare del sole per brunire ogni centimetro di pelle. Spettacolo, ormai, talmente consueto che ci sembra normale: mentre, normale, non lo è per niente. In effetti, questa nostra è la prima e sola cultura che metta l’abbronzatura tra i valori appetibili, anzi socialmente quasi obbligatori.

Dai tempi della Grecia e di Roma, sino agli anni dopo la prima guerra mondiale, chi si fosse esposto alla sferza solare non costrettovi dalla necessità avrebbe ricevuto il trattamento riservato ai malati di mente. Ancor oggi, nei Paesi che hanno conservato qualcosa della cultura tradizionale, chi deve stare al sole si copre il più possibile, come testimoniano le genti del deserto, specialiste in questo genere di cose. Colpa di presunti tabù moralistici che impedirebbero di scoprirsi? Ma poche società amarono la nudità e la praticarono anche in pubblico come quella classica. Eppure, in latino “abbronzato” si traduce con un termine significativo, che rimanda a una malattia: «infectus». E “abbronzatura” risponde al nome di «adustio», termine di patologia medica anch’esso, significando “ustione”, “scottatura”.
Che significato dare dunque, a questo rito? Forse, è anche un riemergere dell’adorazione del Sole, tipica del paganesimo eterno e che ora ritorna (il dio Sole è l’emblema dei movimenti ecologici). Ma, soprattutto, la cosa appare legata a quel culto del corpo e della sanità fisica che contrassegna il nostro tempo: la pelle ustionata presuppone vita all’aria aperta e, dunque, salute. Forse, anche l’abbronzatura è uno dei tanti, inconsci esorcismi contro la malattia e la morte, realtà divenute indecenti perché in grado di mettere in crisi culture che contro di esse non hanno più alcuna difesa né psicologica né spirituale.
Lo si vede durante tutto l’anno, ma si ha modo di constatarlo soprattutto in vacanza: la doverosa cura per il corpo e, dunque, per la salute, sembra essersi trasformata, per molti, in una visione del mondo, in una nuova, anch’essa inedita, ideologia: il salutismo, con i suoi riti e le sue preoccupazioni maniacali.
Di recente, su una tribuna insospettabile come «l’Espresso», ha scritto un sociologo, specialista nell’individuare i segni del Sacro stravolti e nascosti sotto le apparenze della società secolarizzata, Sabino Acquaviva:

“Con il progresso scientifico, con le conquiste della medicina e il rifiuto o l’accantonamento della fede in una vita eterna, il corpo – visto un tempo come sede dell’anima – è divenuto soltanto la sede del godere e della speranza di vivere a tempo indeterminato. La civiltà postindustriale ha trasformato l’evangelico “in principio era il Verbo” nel ben più materiale “in principio era il Corpo”. Non si discute di ascetica, ma di vitamine. Bisogna essere belli, sempre in forma, eterni: la nuova filosofia igienista si occupa appunto del corpo come se fosse eterno e infinitamente perfettibile. Come se l’invecchiamento non fosse un fenomeno ineluttabile, ma un evitabile incidente di percorso. Negata o messa in discussione la vita eterna dello spirito, ci si batte per l’eternità del corpo”.

Continua quel sociologo, non accusabile certo di moralismo:

“Nella società scientifica, edonistica, materialista, scettica su tutto e su tutti, la fede in una vita fisicamente eterna sembra dogmatica, acritica, indiscutibile. Il salutismo, la nuova ideologia igienista, ci aiuta a nasconderci la morte, spostandola in un futuro che quasi non ci riguarda, tanto è lontano. Viviamo igienicamente e vivremo bene, sani, in eterno. La malattia è un incidente, la morte un evento sfortunato che può capitare solo per qualche errore nella nostra razionale maniera di occuparci del corpo”.

Forse, proprio anche grazie a questo clima, ora si capisce meglio uno degli scandali maggiori del vangelo: l’evidente simpatia che Gesù nutre per i peccatori, mentre è sempre pronto a mettere in guardia i presunti “giusti”. E “giusto”, oggi, in regola cioè con i dettami della società dei benpensanti, è appunto il salutista, l’igienista, il macrobiotico, il cultore di rilassamenti più o meno orientali, il vegetariano, l’acquirente a peso d’oro di crusche e di gramigne, il maniaco del peso-forma, il consumatore di saccarina e di cibi ipocalorici, l’ipersportivo… E “peccatori” sono quegli ormai pochi che, in albergo, si vedono non disdegnare il fumare, il bere, il gustare la cucina, il prendere caffè non decaffeinato e con zucchero vero, il fare le ore piccole, il dormire sino a tardi invece di correre sul prato quando ancora c’è la rugiada. Hanno il loro grosso torto anch’essi, si intende: eppure, è un aver torto che, istintivamente, appare più “simpatico”, più umano, più cordiale di quello dei cupi, fanatici fedeli dei culti salutisti.
“È venuto il Figlio dell’uomo che mangia e beve e dicono: ecco un mangione e un bevitore, amico dei pubblicani e dei peccatori”(Mt 11,19). Bisogna andarci piano, certo, in discorsi come questi che non sopportano semplificazioni e battute: eppure, vien da sospettare che, per quella rievangelizzazione così necessaria, questi “peccatori” che non hanno il culto del chek-up periodico né l’ossessione della prevenzione sanitaria siano terreno più fertile dei “nuovi catari”, i puri di quella religione igienista che, come visione di fede, ha la speranza di raggiungere l’eternità terrena tra jogging, trekking, footing e altri atti di liturgia corporale.
L’orrore del grasso e il mito della magrezza: fenomeno, anch’esso, sconosciuto a ogni altra cultura che non sia quella dell’Occidente postmoderno. In tutte le società tradizionali, l’uomo autorevole, il saggio, il sacerdote stesso non nascondono, anzi ostentano, un’adeguata pinguedine. Nei dialetti meridionali, “omo de panza” è sinonimo di notabile. L’abito da cerimonia – il frac, la marsina – ha una giacca che non si chiude davanti: era scontato che gli autorevoli che lo indossavano avessero un ventre prominente, caratteristica dell’età del giudizio. Il Buddha, nelle statue, ha una pancia vistosa.
Nella stessa iconografia cristiana, l’istinto dei pittori e degli scultori non vide il Cristo magro come il look attuale impone per leader e manager. Nei quadri fiamminghi, Maria ha spesso l’aspetto di paffuta massaia. Le chiese barocche formicolano di grassi angioletti. L’istinto popolare ha sempre associato la corpulenza alla simpatia: prima ancora di ascoltarne le parole e di conoscerne il cuore, la gente volle subito bene ad Angelo Roncalli anche per quella sua paterna, imponente figura, certamente molto al di sopra di ogni peso ideale nel decalogo dei nuovi conformisti. Nella commedia dell’arte, il buono è grasso; il magro è l’infido, l’astuto.
Da dove sbuca, dunque, questa esaltazione di pelle e ossa? Perché non la dannazione eterna, ma un poco di pancetta è oggi l’incubo delle maggioranze? Come mai la persona in carne è quasi un incivile che guasta il paesaggio della città secolare?
Forse, sospettano certi psicoanalisti, c’è qui un’inconscia, inconfessabile pulsione necrofila, un segreto «amor mortis» che – sotto le apparenze del vitalismo esasperato, della ricerca dell’eterna giovinezza – è in realtà affascinato da ciò che più si avvicina allo scheletro. E non sarà che, dietro le apparenze della più edonistica cultura della storia, si nasconde l’antico orrore per la carne dello gnosticismo, questa continua tentazione cui il cristianesimo oppose la sua prospettiva di risurrezione, di vita eterna per quella carne corporale stessa?

Vittorio Messori
Fonte: La sfida della fede (Ed. Sugarco)

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