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Medjugorje 25 anni dopo

3 settembre 2009

Medjugorje 25 anni dopo:Padre Ivan Dugandzic, professore di Nuovo Testamento alla Facoltà di Teologia Cattolica di Zagabria

Come si arriva alla verità su Medjugorje?

All’inizio delle apparizioni della Madonna, nessuno nella parrocchia di Medjugorje poteva prevedere come tutto sarebbe apparso 25 anni dopo: che cosa sarebbe successo ai veggenti, quale sarebbe stato il destino del messaggio che avevano trasmesso a nome della Madonna, che aspetto avrebbe avuto la parrocchia in cui tutto questo accadeva. Sarebbe riuscita la coraggiosa testimonianza di questi sei fanciulli sul loro incontro con la Madonna a resistere alle minacce del severo potere comunista, all’iniziale riservatezza e critica dei padri spirituali del tempo, al palese turbamento delle loro famiglie e di tutta la comunità? Per tutti costoro, tranne che per i veggenti, era una tentazione da cui non c’era una facile via d’uscita, e soprattutto nessun futuro. Tutti coloro che in quei primi giorni erano stati coinvolti, furono ben contenti quando tutto improvvisamente si fermò e riprese la pacifica vita di prima. Solo i veggenti hanno atteso pieni di gioia ogni nuovo incontro con la Madonna ed hanno dato coraggiosa testimonianza, senza preoccuparsi di chiedersi come tutto questo sarebbe proseguito.

Gli inizi sono stati anche caratterizzati dall’improvviso mutamento del Vescovo Zanic, che da appassionato assertore dell’autenticità delle apparizioni improvvisamente si trasformò in uno strenuo oppositore. Per quanto riguarda il più ampio pubblico religioso, dopo un iniziale scetticismo, nel corso del tempo è cresciuto sempre più il numero di coloro che riconoscono nei messaggi della Madonna un autentico richiamo alla conversione per la Chiesa e il mondo.

Così Medjugorje è divenuta di anno in anno un luogo in cui si radunano sempre più persone che cercano attraverso la preghiera e i Sacramenti un approfondimento della loro vita di fede. Sempre più è cresciuto anche il numero di coloro che hanno dato testimonianza sulla loro conversione personale o sulla loro miracolosa guarigione, ma contemporaneamente è cresciuta anche l’opposizione, che ha preso forme sempre nuove. E questo è pressappoco il quadro di Medjugorje anche oggi, 25 anni dopo.

Un osservatore ben disposto potrebbe chiedere: perché è così difficile arrivare alla verità su Medjugorje? Perché anche oggi, a 25 anni dall’inizio degli avvenimenti che nel frattempo hanno attirato su di sé l’attenzione di tutto il mondo ed hanno fatto diventare Medjugorje uno dei punti cruciali più intensi della fede e uno dei più affollati luoghi di preghiera, l’ordinariato vescoviIe di Mostar ha una posizione così riservata e negativa?

Perché ogni tanto appare un articolo o un libro i cui autori domandano spietatamente ragione di Medjugorje? È difficile addentrarsi in terreni e atteggiamenti sconosciuti, ma questo non significa che non possiamo riflettere e dedurre qualcosa, alla luce del Nuovo Testamento, della secolare esperienza cristiana e del saggio approccio della Chiesa a tali fenomeni. Tanto più lo reputo dovere di ogni teologo, perché Medjugorje si verifica in seno alla Chiesa, che non può essere indifferente nei confronti di tali apparizioni.

Se né i veggenti, né i sacerdoti che prendevano parte agli eventi di Medjugorje, né i tanti teologi che li hanno presi sotto la loro protezione, sono riusciti a dimostrare che non mentono, questo non significa che la verità non sia dalla loro parte, ma piuttosto che la domanda sulla verità viene posta in modo sbagliato. Il Vangelo testimonia che anche Gesù, di fronte a Pilato, non è riuscito a dimostrare cosa sia la verità (Gv 18,38), anche se era convinto di essere Lui stesso “la via, la verità e la vita” (Gv 14,6) e che chiunque resta fedele alla Sua parola troverà la verità (cfr. Gv 8,32). Non si è neanche sforzato di dimostrare qualcosa a Pilato. E prima, anche ai Farisei non aveva dato nessun “segno dal Cielo”, quando essi volevano giungere in questo modo a possedere la verità. Più tardi gli Evangelisti, quando hanno scritto di Gesù Cristo, non hanno raccontato la “verità” della Sua vita, ma hanno voluto testimoniare un’unica verità, e cioè che Egli è il Salvatore. E per questa verità sono stati pronti a sopportare tutto, perfino la morte. Anche se è stato molto perseguitato dagli Ebrei e dagli imperatori romani pagani, il Cristianesimo si è aperto la strada con la forza della testimonianza e in questo modo ha testimoniato da solo la sua “verità”. Questo si può dire anche di Medjugorje, 25 anni dopo la sua nascita. Anche se oggi Medjugorje è offuscata dall’accusa di inganno e menzogna, essa testimonia con forza l’opera misericordiosa di Dio, che molti riconoscono e con cui si identificano. Per arrivare a dare una risposta alla domanda della “verità su Medjugorje”, questa domanda deve essere posta in base alla validità del criterio con cui tale verità è stata esaminata in questo tempo: in primo luogo è incerta, così sembra, la nostra concezione di Dio e della libertà del Suo operato, la questione dell’isolamento della rivelazione nel Nuovo Testamento e della possibilità di una nuova conoscenza, e infine la questione della perfezione degli uomini attraverso cui Dio opera, in questo caso dei veggenti.

Il Dio troppo conosciuto!

Nel suo romanzo “Rituale”, Cees Nooteboom scrive una frase su cui vale la pena riflettere:

“Dio risuona come una risposta, e proprio questo c’è di pericoloso in questa parola che viene spesso usata come risposta. Dovrebbe avere un nome che sia piuttosto una domanda. Molti cristiani, e perfino alcuni teologi, parlano di Dio come se sapessero tutto di Lui, come se Dio non avesse più segreti per loro. Si comportano con una tale sicurezza come se fossero pienamente convinti che Egli sia sempre dalla loro parte. E non si rendono conto che in questo modo contribuiscono all’impoverimento del concetto di “Dio”, lo privano della sua solennità e del suo mistero, di cui parla tutta la Bibbia. D’altro canto, nel nostro tempo siamo testimoni del fatto che si parla dell’assenza di Dio. Molti contemporanei non vedono in nessun posto del mondo i segni dell’opera di Dio perché non sono capaci di riconoscerli. Per alcuni Dio è conosciuto troppo bene, per altri è assente.

Né nell’uno né nell’altro caso Lo si prende seriamente, perché non si tiene conto dell’eventualità del Suo operato, che è sempre sorprendente e diverso da ogni umana immaginazione.

Tutta la Bibbia testimonia che Dio non può diventare un oggetto del sapere umano, e tanto meno può restare a sua disposizione. Nonostante le immense opere che compie nella storia dell’umanità, Egli resta un mistero impenetrabile, che l’uomo deve sempre umilmente ricercare. Nessuno può avere il monopolio della conoscenza su Dio, né gareggiare con qualcuno appellandosi a Dio, ma ancor meno possiamo essere indifferenti a Dio.

“Se vogliamo conoscere Dio – ‘Ci sei o no?’ – e se intraprendiamo delle cose a cui crediamo che Egli reagirà oppure no, se Lo rendiamo un oggetto della nostra sperimentazione, allora siamo certamente su un terreno in cui non possiamo trovarLo” (J.Ratzinger, Dio e il Mondo, pago 91).

L’uomo può sfiorare la magnificenza e la soprannaturalità di Dio solo nell’umile ascolto. Non è un caso che il mistero e la mistica abbiano lo stesso nucleo. Dio si affida all’uomo come mistero, come segreto, sempre in un’esperienza mistica di preghiera, nella disponibilità ad ascoltare la Sua voce. Il grande ruolo di Medjugorje sembra trovarsi proprio in questo. Nella Chiesa moderna, che ha in gran parte trascurato proprio questo lato importante dell’incontro con Dio, Medjugorje è divenuta una scuola di preghiera e di profonda esperienza di fede. In un tempo in cui nella Chiesa e nella teologia cristiana la dottrina del futile cresce sempre di più, mentre ciò che è importante viene tralasciato, Medjugorje riporta ciò che è importante al centro della vita cristiana. E questo è in realtà anche il segno più forte della sua autenticità.

Medjugorje – La dimensione mistica del Cristianesimo

La teologa protestante tedesca D. Solle, nel suo articolo dal titolo molto caratteristico “La mistica e la resistenza”, ricorda come già all’inizio del 20° secolo il cattolico laico Friedrich von Hugel, partendo dal fatto che il Vangelo secondo Giovanni viene considerato fin dall’antichità come Vangelo “spirituale”, ha fatto notare come nel Cristianesimo si possono distinguere tre elementi: quello istituzionale, quello intellettuale e quello mistico. Il primo viene solitamente ricollegato a Pietro, il secondo a Paolo e il terzo a Giovanni. Partendo dalla posizione attuale della Chiesa cristiana, D. Solle dice: “Il giusto rapporto di questi tre elementi è necessario, ma nella cultura cristiana del mondo ricco del nostro tempo, questo rapporto si è profondamente infranto. Detto più semplicemente, nella Chiesa cattolica regnano Pietro e i suoi seguaci, nella Chiesa protestante Paolo e i suoi seguaci, mentre l’elemento mistico viene soffocato e resta inosservato. La mistica è stata esiliata, e tuttavia molti ne sentono il bisogno e la cercano”. Secondo questo ammonimento, bisogna ricordarsi nuovamente delle parole tanto spesso citate di K.Rahners, e cioè che il Cristianesimo del 21 ° secolo può sussistere solo se ritorna alla dimensione mistica. Secondo l’opinione di moltissimi teologi che osservano Medjugorje liberamente e senza nessun preconcetto, con la sua spiritualità e la sua devozione Medjugorje apre la via del ritorno proprio a questa dimensione mistica della fede cristiana.

Nei primi secoli della Cristianità, i tre elementi sopra citati erano più o meno uniti nei grandi Vescovi, che erano contemporaneamente grandi teologi e grandi principi della Chiesa, ma innanzitutto grandi figure di Santi. Nel Medioevo, i prìncipi della Chiesa hanno affidato la teologia e la mistica quasi esclusivamente ai monaci, ed hanno tenuto per sé solo l’elemento istituzionale, privandolo del suo vero contenuto e della sua vita. Nell’età moderna, questa evoluzione ha preso forme ancora più negative. L’istituzione della Chiesa in alcuni casi si è irrigidita ed ha perso vita, e l’intelletto, senza esperienza mistica, è divenuto superbo e arrogante. Il saggio consiglio di Paolo “Non spegnete lo Spirito! Non disprezzate le profezie! Esaminate ogni cosa, tenete ciò che è buono!” (1 Ts 5, 19-21) era per molti incomprensibile, poiché essi non avevano esperienza dello Spirito e della parola profetica. AI contrario, l’esperienza mistica è stata considerata fin dall’inizio qualcosa di dubbio. Avrebbe portato alla rovina la condizione del momento, e perciò bisognava evitarla.

È interessante osservare come il numero delle apparizioni mariane si sia segretamente accresciuto durante questo sviluppo della storia della Chiesa ed esse abbiano sempre acceso la fiamma della vita spirituale nella Chiesa. Proprio per questo, tali apparizioni sono una delle più grandi teologie dell’età moderna. Karl Rahner le inserisce nell’ambito della dimensione mistica e vede in esse un impulso bene accetto nella vita irnpoverita della Chiesa. Lo definisce un modo unilaterale usato per accedere a rivelazioni private, in quanto solo il loro contenuto viene confrontato con il contenuto dell’esperienza neotestamentaria per confermare la loro autenticità, per cui non ci chiediamo affatto quanto siano importanti per la Chiesa. Se tuttavia si conferma che una rivelazione privata è autentica, con questo non si è detto tutto, perché “le rivelazioni private devono essere nella loro essenza un imperativo di come il Cristianesimo debba operare in una determinata situazione storica” (Karl Rahner, Visioni e Profezie, pag. 27).

In un tempo in cui il Cristianesimo è stato messo a nudo dal nazionalismo e l’esperienza cristiana si è quasi completamente inaridita, Medjugorje è un grido che invoca l’esperienza mistica, il ritorno di Dio nel centro della vita. Gli uomini che cercano sinceramente Dio l’hanno capito e per questo Medjugorje, nonostante tutta la resistenza e l’opposizione, è divenuto un luogo di vicinanza di Dio e quindi un luogo di raduno e di rinnovamento della Chiesa. Tutto questo trova conferma anche nelle parole di Josef Ratzinger:

“Solo la Chiesa che prega è aperta. Solo questa Chiesa ama e attira gli uomini, dona unità e allo stesso tempo lo spazio del silenzio” (J. Ratzinger, Dio è con noi. Eucaristia: il centro della vita).

I veggenti devono essere perfetti?

Fin dal primo momento delle apparizioni della Madonna, i veggenti di Medjugorje sono stati esposti ad osservazione critica sotto molteplici aspetti, cosa peraltro del tutto comprensibile. Nei primi tempi la normalità del loro comportamento è stata oggetto di interesse e di interviste. Bisognava accertare se fossero persone psichicamente sane o se la loro esperienza fosse magari frutto di una psiche malata. Ma dopo che su di loro sono state eseguite tutte le possibili analisi mediche e sono stati proclamati persone del tutto sane e normali, per molti non è stato ancora sufficiente. Si è cominciato a confrontare ognuna delle loro parole, a metterle sulla bilancia e a scoprire in esse una inattendibilità, una inconseguenza, perfino delle contraddizioni, e si è cominciato ad osservare sempre di più la loro vita privata. Per alcuni, i veggenti sono inattendibili perché hanno formato una famiglia invece di entrare in convento, altri trovano da ridire sul fatto che non stanno ogni giorno in chiesa, ecc. È vero che preferiamo ascoltare soprattutto le persone che parlano in modo molto chiaro e attendibile. L’eloquenza è stata sempre apprezzata, dall’antica arte retorica fino ai moderni mezzi di comunicazione elettronici e ai loro abili speaker e moderatori. Ma proprio questo modo di parlare perfetto suona spesso meccanico e artificioso e dà un’impressione di freddezza. Ciononostante, è vero che ci riesce difficile ascoltare qualcuno che balbetta o si blocca nel parlare, eppure cerchiamo di essere comprensivi. Spesso è un tormento per l’oratore stesso, ma non può fare diversamente. Spesso la balbuzie non è solo la conseguenza di un difetto organico, né tanto meno della falsità di ciò che si dice. Può essere espressione di un avvenimento molto intenso, di cui è difficile parlare. Ogni blocco del nostro discorso fluido mostra che nel nostro intimo siamo profondamente toccati e che abbiamo realmente partecipato a ciò di cui parliamo. Quello che vogliamo non è dare una semplice informazione, ma si tratta di qualcosa che ci tocca profondamente. Sentiamo di dover dare testimonianza di qualcosa per cui non troviamo le parole. Nello stesso modo i veggenti di Medjugorje hanno spesso descritto i loro messaggi scritti: e cioè che riescono a stento a riferire quello che hanno vissuto.

Nella Bibbia troviamo diversi esempi di tale blocco del discorso. L’esempio più famoso è Mosè. Quando ricevette da Dio la missione di andare dagli israeliti e annunciare loro la liberazione dalla prigionia egizia, Mosè disse:

“Mio Signore, io non sono un buon parlatore; non lo sono mai stato prima e neppure da quando tu hai cominciato a parlare al tuo servo, ma sono impacciato di bocca e di lingua” (Es 4,10).

Anche Geremia esprime paura davanti alla missione profetica:

“Ahimè, Signore Dio, ecco, io non so parlare, perché sono giovane” (Ger 1,6). Paolo deve sentire i suoi nemici dire che è impacciato nel parlare (2 Cor 11,6). Ed egli stesso confessa ai Corinzi di essere stato debole e timoroso nell’annunciare il Vangelo e di aver trepidato (1 Cor 2,3). Ci potremmo chiedere perché Dio chiami al Suo servizio proprio queste persone che non sono convincenti nel parlare, eppure devono parlare nel Suo nome.

Il discorso non convincente sta come a richiamare l’attenzione sul fatto che nella vita non tutto si deve svolgere senza errori. Alludendo a questa difficoltà di comunicazione tra Dio e l’uomo, J.B. Metz dice che “la definizione più breve di religione è l’interruzione”. L’improvvisa irruzione di un’altra realtà, della realtà di Dio nella nostra vita, infrange la nostra apparente sicurezza, infrange tutti i modelli abituali, il nostro comportamento e il modo di esprimerci, e ci invita a cambiarlo. Altrettanto si può dire che anche nei rapporti umani una condizione priva di qualunque contrasto o sollecitazione non deve necessariamente essere un segno che tali rapporti siano eccellenti Lo stesso avviene nel nostro rapporto con Dio. Il nostro dialogo con Lui non deve essere in forma di espressioni piatte e raffinate. Può perfino essere un balbettio. Balbettare dimostra solo che in realtà siamo manchevoli, imperfetti, intimamente scissi. La Bibbia testimonia che Dio non opera mai in condizioni ideali e per mezzo di uomini perfetti. AI contrario, molto spesso opera in condizioni di vita confuse e per mezzo di uomini che hanno le loro debolezze e imperfezioni umane.

Qualcuno ha detto, con una certa dose di ironia, ma del tutto correttamente, che sembra che Dio scelga sempre le persone sbagliate. Se i criteri con i quali sono state valutate, negli ultimi 25 anni, le qualità umane e morali dei veggenti e dei sacerdoti di Medjugorje, venissero messi a confronto con la maggior parte delle grandi figure di personaggi biblici come Mosè, Davide e Salomone fino a Pietro, Paolo e altri, non superebbero la prova.

Molti uomini di Chiesa hanno un’idea superficiale e sbagliata delle persone attraverso cui Dio può operare. Ma anche qui vale ciò che testimonia la Bibbia, e cioè che Egli è sempre diverso e imprevedibile nel Suo operato. Negli ultimi 25 anni i veggenti di Medjugorje hanno dovuto spesso sentire giudizi di pessimo gusto, immeritati e spietati su di sé e sulla loro vita da parte di uomini della cerchia ecclesiastica. So che sicuramente non hanno mai risposto nello stesso modo.

Fonte articolo e immagini: “Medjugorje, un invito alla preghiera, Maria Regina della pace” n. 68

fonte Maria a Medjugorie

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