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La lettera di dimissioni del direttore Dino Boffo al card. Bagnasco

4 settembre 2009

Eminenza Reverendissima,
da sette giorni la mia persona è al centro di una bufera di proporzioni gigantesche che ha invaso giornali, televisioni, radio, web, e che non accenna a smorzarsi, anzi. La mia vita e quella della mia famiglia, le mie redazioni, sono state violentate con una volontà dissacratoria che non immaginavo potesse esistere. L’attacco smisurato, capzioso, irritualmente feroce che è stato sferrato contro di me dal quotidiano «Il Giornale» guidato da Feltri e Sallusti, e subito spalleggiato da «Libero» e dal «Tempo», non ha alcuna plausibile, ragionevole, civile motivazione: un opaco blocco di potere laicista si è mosso contro chi il potere, come loro lo intendono, non ce l’ha oggi e non l’avrà domani. Qualcuno, un giorno, dovrà pur spiegare perché ad un quotidiano – «Avvenire» – che ha fatto dell’autonomia culturale e politica la propria divisa, che ha sempre riservato alle istituzioni civili l’atteggiamento di dialogo e di attenta verifica che è loro dovuto, che ha doverosamente cercato di onorare i diritti di tutti e sempre rispettato il responso elettorale espresso dai cittadini, non mettendo in campo mai pregiudizi negativi, neppure nei confronti dei governi presieduti dall’onorevole Berlusconi, dovrà spiegare – dicevo − perché a un libero cronista, è stato riservato questo inaudito trattamento. E domando: se si fa così con i giornalisti indipendenti, onesti, e per quanto possibile − nella dialettica del giudizio − collaborativi, quale futuro di libertà e di responsabilità ci potrà mai essere per la nostra informazione? Quando si andranno a rileggere i due editoriali firmati da due miei colleghi, il “pro” e “contro” di altri due di essi, e le mie tre risposte ad altrettante lettere che «Avvenire» ha dedicato durante l’estate alle vicende personali di Silvio Berlusconi, apparirà ancora più chiaramente l’irragionevolezza e l’autolesionismo di questo attacco sconsiderato e barbarico.

Grazie a Dio, nonostante le polemiche, e per l’onestà intellettuale prima del ministro Maroni e poi dei magistrati di Terni, si è chiarito che lo scandalo sessuale inizialmente sventagliato contro di me, e propagandato come fosse verità affermata, era una colossale montatura romanzata e diabolicamente congegnata. Fin dall’inizio si era trattato d’altro. Questa risultanza è ciò che mi dà più pace, il resto verrà, io non ho alcun dubbio. E tuttavia le scelte redazionali che da giorni taluno continua accanitamente a perseguire nei vari notiziari dicono a me, uomo di media, che la bufera è lungi dall’attenuarsi e che la pervicace volontà del sopraffattore è di darsi ragione anche contro la ragione. Un dirigente politico lunedì sera osava dichiarare che qualcuno vuole intimorire Feltri; era lo stesso che nei giorni precedenti aveva incredibilmente affermato che l’aggredito era proprio il direttore del «Giornale», e tutto questo per chiamare a raccolta uomini e mezzi in una battaglia che evidentemente si vuole ad oltranza. E mentre sento sparare i colpi sopra la mia testa mi chiedo: io che c’entro con tutto questo? In una guerra tra gruppi editoriali, tra posizioni di potere cristallizzate e prepotenti ambizioni in incubazione, io ––ancora – che c’entro? Perché devo vedere disegnate geografie ecclesiastiche che si fronteggerebbero addirittura all’ombra di questa mia piccola vicenda? E perché, per ricostruire fatti che si immaginano fatalmente miei, devo veder scomodata una girandola di nomi, di persone e di famiglie, forse anche ignare, che avrebbero invece il sacrosanto diritto di vedersi riconosciuto da tutti il rispetto fondamentale? Solo perché sono incorso, io giornalista e direttore, in un episodio di sostanziale mancata vigilanza, ricondotto poi a semplice contravvenzione? Mi si vuole a tutti i costi far confessare qualcosa, e allora dirò che se uno sbaglio ho fatto, è stato non quello che si pretende con ogni mezzo di farmi ammettere, ma il non aver dato il giusto peso ad un reato «bagatellare», travestito oggi con prodigioso trasformismo a emblema della più disinvolta immoralità.

Feltri non si illuda, c’è già dietro di lui chi, fregandosi le mani, si sta preparando ad incamerare il risultato di questa insperata operazione: bisognava leggerli attentamente i giornali, in questi giorni, non si menavano solo fendenti micidiali, l’operazione è presto diventata qualcosa di più articolato. Ma a me questo, francamente, interessa oggi abbastanza poco. Devo dire invece che non potrò mai dimenticare, nella mia vita, la coralità con cui la Chiesa è scesa in campo per difendermi: mai – devo dire − ho sentito venir meno la fiducia dei miei Superiori, della Cei come della Santa Sede. Se qualche vanesio irresponsabile ha parlato a vanvera, questo non può gettare alcun dubbio sulle intenzioni dei Superiori, che mi si sono rivelate sempre esplicite e, dunque, indubitabili. Ma anche qui non posso mancare di interrogarmi: io sono, da una vita, abituato a servire, non certo a essere coccolato o ancor meno garantito. La Chiesa ha altro da fare che difendere a oltranza una persona per quanto gratuitamente bersagliata.

Per questi motivi, Eminenza carissima, sono arrivato alla serena e lucida determinazione di dimettermi irrevocabilmente dalla direzione di «Avvenire», «Tv2000» e «Radio Inblu», con effetto immediato. Non posso accettare che sul mio nome si sviluppi ancora, per giorni e giorni, una guerra di parole che sconvolge la mia famiglia e soprattutto trova sempre più attoniti gli italiani, quasi non ci fossero problemi più seri e più incombenti e più invasivi che le scaramucce di un giornale contro un altro. E poi ci lamentiamo che la gente si disaffeziona ai giornali: cos’altro dovrebbe fare, premiarci? So bene che qualcuno, più impudico di sempre, dirà che scappo, ma io in realtà resto dove idealmente e moralmente sono sempre stato. Nessuna ironia, nessuna calunnia, nessuno sfregamento di mani che da qui in poi si registrerà potrà turbarmi o sviare il senso di questa decisione presa con distacco da me e considerando anzitutto gli interessi della mia Chiesa e del mio amato Paese. In questo gesto – in sé mitissimo – delle dimissioni è compreso un grido alto, non importa quanto squassante, di ribellione: ora basta.

In questi giorni ho sentito come mai la fraternità di tante persone, diventate ad una ad una a me care, e le ringrazio della solidarietà che mi hanno gratuitamente donato, e che mi è stata preziosa come l’ossigeno. Non so quanti possano vantare lettori che si preoccupano anche del benessere spirituale del «loro» direttore, che inviano preghiere, suggeriscono invocazioni, mandano spunti di lettura: io li ho avuti questi lettori, e Le assicuro che sono l’eredità più preziosa che porto con me.

Ringrazio sine fine le mie redazioni, in particolare quella di «Avvenire» per il bene che mi ha voluto, per la sopportazione che ha esercitato verso il mio non sempre comodo carattere, per quanto di spontanea corale intensa magnifica solidarietà mi ha espresso costantemente e senza cedimenti in questi difficili giorni. Non li dimenticherò. La stessa gratitudine la devo al Presidente del CdA, al carissimo Direttore generale, ai singoli Consiglieri che si sono avvicendati, al personale tecnico amministrativo e poligrafico, alla mia segreteria, ai collaboratori, editorialisti, corrispondenti. Gli obiettivi che «Avvenire» ha raggiunto li si deve ad una straordinaria sinergia che puntualmente, ogni mattina, è scattata tra tutti quelli impegnati a vario titolo nel giornale. So bene che molti di questi colleghi e collaboratori non condividono oggi la mia scelta estrema, ma sono certo che quando scopriranno che essa è la condizione perché le ostilità si plachino, capiranno che era un sacrificio per cui valeva la pena.

Eminenza, a me, umile uomo di provincia, è capitato di fare il direttore del quotidiano cattolico nazionale per ben 15 degli straordinari anni di pontificato di Giovanni Paolo II e di Benedetto XVI: è stata l’avventura intellettuale e spirituale più esaltante che mi potesse capitare. Un dono strepitoso, ineguagliabile. A Lei, Eminenza carissima, e al cardinale Camillo Ruini, ai segretari generali monsignor Betori e monsignor Crociata, a ciascun Vescovo e Cardinale, proprio a ciascuno la mia affezione sconfinata: mi è stato consentito di essere, anzi sono stato provocato a pormi quale laico secondo l’insegnamento del Concilio, esattamente come avevo studiato e sognato negli anni della mia formazione.

La Chiesa mia madre potrà sempre in futuro contare sul mio umile, nascosto servizio. Il 3 agosto scorso, in occasione del cambio di direzione al quotidiano «Il Giornale», scriveva Giampaolo Pansa: «Dalla carta stampata colerà il sangue e anche qualcosa di più immondo. E mi chiedo se tutto questo servirà a migliorare la credibilità del giornalismo italiano. La mia risposta è netta: no. Servirà soltanto a rendere più infernale la bolgia che stiamo vivendo». Alla lettura di queste righe, Eminenza, ricordo che provai un certo qual brivido, ora semplicemente sorrido: bisognerebbe che noi giornalisti ci dessimo un po’ meno arie e imparassimo ad essere un po’ più veri secondo una misura meno meschina dell’umano.
L’abbraccio, con l’ossequio più affettuoso. Fonte

Le reazioni della Cei, delle redazioni e del Cda di “Avvenire” alle dimissioni di Boffo

Dimissioni irrevocabili dalla direzione di “Avvenire”, “Tv2000” (il nuovo nome di “Sat 2000”) e “Radio inBlu”. Questa la scelta di Dino Boffo a una settimana dall’attacco sferratogli da “Il Giornale” di Vittorio Feltri. Una decisione “serena, lucida”, presa “con distacco” e “considerando anzitutto gli interessi della mia Chiesa e del mio amato Paese”, come ha scritto lo stesso Boffo nella lettera inviata il 3 settembre al presidente della Cei, card. Angelo Bagnasco. Alle dimissioni hanno fatto seguito le note della Cei, del Consiglio d’amministrazione di “Avvenire” e dei media cattolici.

Vicinanza e sostegno nella prova.
“Il presidente della Conferenza episcopale italiana, card. Angelo Bagnasco, prende atto, con rammarico, delle dimissioni irrevocabili del dottor Dino Boffo dalla direzione di Avvenire, Tv2000 e Radio inBlu”. È quanto scrive in una nota l’Ufficio nazionale per le comunicazioni sociali della Cei. “Nel confermargli, personalmente e a nome dell’intero episcopato – si legge – profonda gratitudine per l’impegno profuso in molti anni con competenza, rigore e passione, nel compimento di un incarico tanto prezioso per la vita della Chiesa e della società italiana”, il card. Bagnasco “esprime l’inalterata stima per la sua persona, oggetto di un inqualificabile attacco mediatico. Apprezzando l’alta sensibilità umana ed ecclesiale che lo ha sempre ispirato, gli manifesta vicinanza e sostegno nella prova, certo che il suo servizio alla Chiesa e alla comunità civile non verrà meno”.

Proseguire, senza lasciarsi intimidire.
L'”aggressione mediatica senza precedenti” vissuta in questi giorni aveva “l’obiettivo di colpire una persona, Dino Boffo, e attraverso lui la voce autorevole e libera dei cattolici italiani e del loro quotidiano, minacciando la libertà d’informazione”. Così si esprime l’assemblea dei giornalisti di “Avvenire”, parlando di “operazione di bassa macelleria giornalistica”. “Il direttore de «Il Giornale» e gli altri che via via si sono accodati”, denunciano i giornalisti, “ha frantumato la deontologia del nostro mestiere, ha calpestato i sentimenti e l’onore di Boffo e della sua famiglia nonché degli altri protagonisti – loro malgrado – della vicenda, dimostrando un grande disprezzo per le notizie che contraddicevano le sue presunte verità”. L’invito è “a meditare, in una giornata che dovrebbe essere triste per tutti”. Le dimissioni rappresentano un “atto di stile e generosità”, nonché “l’amaro e sconcertante esito di questo plateale e ripugnante attacco”. “L’assemblea dei redattori, rifiutando questo squallido gioco al massacro che disonora chi l’ha compiuto – conclude – esprime vicinanza e amicizia al direttore Dino Boffo e ribadisce all’editore e ai lettori la ferma volontà di proseguire, senza lasciarsi intimidire, nel lavoro di informazione libera e puntuale al servizio di chi ci legge, della democrazia e della Chiesa”.

Continuare “nel rispetto per la persona umana”.
Di “dolore e amarezza” per le dimissioni del direttore Dino Boffo, “oggetto di un’aggressione mediatica personale, brutale e senza precedenti”, parla il Comitato di redazione dell’emittente cattolica Sat2000. Rinnovandogli “tutta la solidarietà, umana e professionale, nonché la fiducia e la stima dell’intera redazione”, il Cdr di Sat2000 ringrazia il suo direttore “del lavoro svolto insieme e degli insegnamenti ricevuti in questi anni”, e “assicura il proprio impegno nel portare avanti il lavoro quotidiano di ricerca e diffusione delle notizie, sempre nel rispetto per la persona umana, che mai dovrebbe essere maltrattata, infangata, vilipesa dai mezzi di comunicazione”. Solidarietà a Boffo viene anche dalla redazione di Radio inBlu, che “apprende con sconforto la notizia delle dimissioni” dopo “un attacco inqualificabile contro la sua persona”. “La redazione di inBlu – riporta un comunicato – continua ad essere vicina a Dino Boffo, cercando di ritrasmettere la professionalità, l’impegno umano e la passione che il nostro direttore ci ha dimostrato in tutti questi anni”.

L’intimidazione non riuscirà a zittire i giornalisti liberi.
“La Federazione italiana settimanali cattolici (Fisc), che riunisce 186 testate del territorio, e l’agenzia Sir, della stessa Federazione, si uniscono alle redazioni di Avvenire, Sat2000 e Radio inBlu nell’esprimere solidarietà piena al direttore Dino Boffo e nel ribadire la più ferma condanna dell’«inqualificabile attacco mediatico» scatenato contro di lui”. “Questa intimidazione – secondo Fisc e Sir – non riuscirà certo a zittire le voci di giornalisti che, come Boffo, intendono tenere vigile la loro coscienza e libera la loro professione”.

“Avvenire”, punto di riferimento e protagonista. “Profondo rammarico” per le “dimissioni irrevocabili” del direttore di “Avvenire” è stato espresso pure dal presidente del Consiglio d’amministrazione di “Avvenire – Nuova editoriale italiana”, mons. Marcello Semeraro, vescovo di Albano, il quale manifesta inoltre a Boffo “gratitudine per il servizio intelligente e infaticabile svolto in questo periodo cruciale per la crescita del giornale”. Sotto la sua direzione, durata oltre quindici anni, prosegue il vescovo, il quotidiano “è diventato un punto di riferimento per la coscienza ecclesiale e un indiscusso protagonista nel dibattito pubblico in Italia”. Mons. Semeraro conferma a Dino Boffo, “anche a nome dei componenti del Consiglio di amministrazione, stima e vicinanza, sicuro che il suo prezioso lavoro continuerà a produrre frutti”. In attesa della convocazione del Cda, a firmare ad interim la testata sarà il vicedirettore Marco Tarquinio.

Avvenire

fonte

One Comment leave one →
  1. Alessandro permalink*
    4 settembre 2009 14:56

    Il nostro affetto a Dino Boffo, ingiustamente perseguitato da una informazione maligna.

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