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Scegli la vita perchè tu sia felice(commento alla XXII dom T.O.)

4 settembre 2009

XXII Domenica del tempo Ordinario, 30 agosto 2009

di padre Angelo del Favero*

ROMA, venerdì, 28 agosto 2009 (ZENIT.org).- “Ora, Israele, ascolta la leggi e le norme che io vi insegno, affinchè le mettiate in pratica, perché viviate ed entriate in possesso della terra che il Signore, Dio dei vostri padri, sta per darvi. Non aggiungerete nulla a ciò che io vi comando e non ne toglierete nulla; ma osserverete i comandi del Signore vostro Dio, che io vi prescrivo” (Dt 4,1-2).

Non ingannatevi, fratelli miei carissimi; ogni buon regalo e ogni dono perfetto vengono dall’alto e discendono dal Padre, creatore della luce. Per sua volontà egli ci ha generati per mezzo della parola di verità, per essere una primizia delle sue creature. Religione pura e senza macchia davanti a Dio Padre è questa: visitare gli orfani e le vedove e non lasciarsi contaminare da questo mondo (Gc 1, 16-18.27).

Ciò che esce dall’uomo è quello che rende impuro l’uomo (…): impurità, furti, omicidi, adultèri, avidità, malvagità, inganno, dissolutezza, invidia, calunnia, superbia, stoltezza. Tutte queste cose cattive vengono fuori dall’interno e rendono impuro l’uomo” (Mc 7,20-23).

Le cose cattive rendono impuro il cuore dell’uomo ed infelice la sua vita, ed egli diventa come un frutto guasto che manda cattivo odore e non è più buono a mangiarsi, né bello a vedersi.

Dio dona la vita a ciascuno dei suoi figli per un progetto specialissimo di felicità nel Signore Gesù, e, per aiutarci a realizzarlo, provvede ad assicurarci ogni buon regalo e ogni dono perfetto, al momento opportuno.

Buono e perfetto significa: utile per riconoscere ed efficace per compiere di volta in volta la volontà del Padre. Regalo e dono sono sinonimi di grazia: cosa veramente buona e perfetta per noi, l’unica capace di soddisfare l’insopprimibile anelito di felicità che Dio stesso ha inscritto nei battiti del nostro cuore.

Ma nell’egoismo del suo benessere, “l’uomo non comprende, è simile alle bestie che muoiono” (Salmo 49/48,21); poiché, schiavo del piacere, va in cerca di quei surrogati che alla fine gli procurano tristezza e morte.

La felicità della vita, infatti, non dipende dal benessere, ma viene dalla grazia divina e dalla purezza del cuore. La grazia è un’infusione della vita divina, che Dio riversa nell’anima per comunicarle luce ed energia, affetto e dolcezza, e con queste la gioia soprannaturale del suo cuore di Padre.

Dal cuore fisico dell’uomo esce sempre il sangue arterioso, purificato nei polmoni, che assicura la vita agli organi e il benessere al corpo intero. Dal cuore spirituale (che sta nella volontà), a causa della innata concupiscenza della natura umana ferita dal peccato, esce spesso “sangue intossicato” dal veleno delle intenzioni cattive, rese tali dall’orgoglio e dall’ egoismo. Un veleno che spegne la gioia di vivere, come una fiamma cui viene sottratto l’ossigeno.

Mi sembra questo il messaggio delle Letture di questa XXII Domenica, messaggio esaltante che altrove Mosè sintetizza così: “Scegli dunque la vita, perché viva tu e la tua discendenza, (…)perché sia sempre felice tu e i tuoi figli dopo di te, quando avrai fatto ciò che è buono e retto agli occhi del Signore tuo Dio” (Dt 30,19; 12,28).

Nei testi biblici sull’Alleanza di Dio con l’uomo è impressionante il posto che occupa la parola “felicità“: essa viene continuamente ripetuta, sembra essere lo scopo di tutto, l’ideale e il sogno che Dio ha in mente giorno e notte per i suoi figli. Sembra proprio che Dio abbia assolutamente bisogno della nostra felicità per essere felice! Ciò non sorprende: un padre potrebbe essere felice vedendo i suoi figli oppressi dal dolore e dalla tristezza? Questa verità risplende come il sole a mezzogiorno, e non è contraddetta dalla dura realtà dell’umana esistenza, come è vero che il calore del sole non cessa di elargire la vita, anche se c’è chi muore congelato.

E’ il paradosso delle Beatitudini: “Beati voi che ora avete fame, perché sarete saziati. Beati voi che ora piangete, perché riderete. Beati voi quando gli uomini vi odieranno..rallegratevi in quel giorno ed esultate perché, ecco, la vostra ricompensa è grande nel cielo” (Lc 6,20-23).

La paradossalità sta nel fatto che la soluzione dei problemi, dalla quale sembra dipendere il ritorno alla serenità della vita, è rimandata al futuro (“sarete..riderete..”), ma la felicità può essere sperimentata subito, non solo nonostante le difficoltà e le prove della vita, ma proprio grazie a queste (“ora..in quel giorno..).

In verità, la gioia di vivere si può trovare nel fatto stesso di vivere, e per questo è inalienabile: c’è sempre, come la vita che è un dono permanente. Purchè si comprenda che la vita non è un lago, ma un fiume che scorre come un tutt’uno dalla sorgente e al mare.

Potrei affermarlo sinteticamente dicendo che la vita è gravidanza in Dio, suo principio, fondamento e compimento, e come è vitale per il bambino la relazione non solo biochimica e biologica con la mamma  nel grembo, così è vitale per la felicità della vita un’autentica e sincera relazione di fede con Dio.

In tale rapporto, infatti, l’anima è pervasa dal “sangue” della grazia divina, sangue massimamente “arterioso”, ossigenato dal respiro dello Spirito, ricco di gioia divina, quella stessa che Gesù, paradossalmente, comunica ai discepoli nella sera più triste della loro vita: “Vi ho detto queste cose perché la mia gioia sia in voi e la vostra gioia sia piena” (Gv 15,11).

Lo ha scritto Benedetto XVI nell’enciclica “Spe salvi”: “La vita in senso vero non la si ha da soli e neppure solo da sé: essa è una relazione. E la vita nella sua totalità è relazione con Colui che è la sorgente zampillante della vita e della gioia. Se siamo in relazione con Colui che non muore, che è la Vita stessa e lo stesso Amore, allora siamo nella vita. Allora “viviamo”” (n° 27).

Comprendiamo da questo “se“, il motivo reale dell’infelicità umana: come la rètina non può entrare in relazione con la luce e la realtà, se il cristallino è opacizzato dalla cataratta, così chi non è puro di cuore non può godere della relazione con Dio, non può “vedere” Dio. Non si tratta di visioni particolari, ma dell’evidenza donata al cuore della sua Presenza, come è evidente l’amore quando si è innamorati. E’ la prova continua dell’esistenza e dell’amore personale di Dio, consolante oltre ogni dire, specialmente nella sofferenza.

Tale impurità di cuore, che è anzitutto conseguenza del peccato originale, riguarda fondamentalmente l’atteggiamento orgoglioso dell’io, che potrei esprimere con il famoso slogan: “Yes, we can!”. E’ la pretesa autosufficienza della vita, intesa come emancipazione da Dio, la quale in tal modo si allontana dallo zenit del suo amore che tutto governa. Abbandonando lo “spirito d’infanzia”, l’adulto finisce per estinguere in sé la fontana della gioia di vivere, così tipica dei piccoli, anche se egli si trova nell’abbondanza dei suoi beni.

All’opposto, ogni volta che fiduciosamente si sceglie ciò che vuole Dio, (tale volontà è per noi la vita) scaturisce dal cuore la gioia di vivere, anche in situazioni apparentemente insormontabili o umanamente disperate, come nel caso di una gravidanza difficile o indesiderata. La formula vincente della fede è simile a quella di Obama, ma infinitamente diversa: “Yes: in God we really can!”, “tutto posso in Colui che mi da forza!” (2 Cor, 13,4).

* Padre Angelo del Favero, cardiologo, nel 1978 ha co-fondato uno dei primi Centri di Aiuto alla Vita nei pressi del Duomo di Trento. E’ diventato carmelitano nel 1987. E’ stato ordinato sacerdote nel 1991 ed è stato Consigliere spirituale nel santuario di Tombetta, vicino a Verona. Attualmente si dedica alla spiritualità della vita nel convento Carmelitano di Bolzano, presso la parrocchia Madonna del Carmine.

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