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effatà-apriti!Angelus di BenedettoXVI

6 settembre 2009

XXIII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO B)
(Verde)
I Lettura Is 35,4-7a
Si schiuderanno gli orecchi dei sordi, griderà di gioia la lingua del muto.
Salmo (Sal 145)
Loda il Signore, anima mia.
II Lettura Gc 2,1-5
Dio non ha forse scelto i poveri per farli eredi del Regno?
Vangelo Mc 7,31-37
Fa udire i sordi e fa parlare i muti.

Dal Vangelo secondo Marco

In quel tempo, Gesù, uscito dalla regione di Tiro, passando per Sidòne, venne verso il mare di Galilea in pieno territorio della Decàpoli.
Gli portarono un sordomuto e lo pregarono di imporgli la mano. Lo prese in disparte, lontano dalla folla, gli pose le dita negli orecchi e con la saliva gli toccò la lingua; guardando quindi verso il cielo, emise un sospiro e gli disse: «Effatà», cioè: «Apriti!». E subito gli si aprirono gli orecchi, si sciolse il nodo della sua lingua e parlava correttamente.
E comandò loro di non dirlo a nessuno. Ma più egli lo proibiva, più essi lo proclamavano e, pieni di stupore, dicevano: «Ha fatto bene ogni cosa: fa udire i sordi e fa parlare i muti!».

ANGELUS

Cari fratelli e sorelle

Al termine di questa solenne Celebrazione eucaristica, ringrazio ancora una volta il Signore per avermi dato la gioia di compiere questa visita pastorale alla vostra comunità diocesana. Sono venuto tra voi per incoraggiarvi e per confermarvi nella fedeltà a Cristo, come ben indica anche il tema che avete scelto: “Conferma i tuoi fratelli” (Lc 22,31). Queste parole Gesù le ha rivolte all’apostolo Pietro durante l’Ultima Cena, affidandogli il compito di essere qui in terra Pastore di tutta la sua Chiesa.

Da molti secoli la vostra Diocesi si contraddistingue per un singolare vincolo di affetto e di comunione con il Successore di Pietro. Ho potuto rendermene conto visitando il Palazzo dei Papi e, in particolare, la sala del “Conclave”. Nel vasto territorio dell’antica Tuscia nacque san Leone Magno, che rese un grande servizio alla verità nella carità, attraverso un assiduo esercizio della parola, testimoniato dai suoi Sermoni e dalle sue Lettere. A Blera ebbe i natali il Papa Sabiniano, successore di san Gregorio Magno; a Canino nacque Paolo III. Viterbo fu scelta per tutta la seconda parte del XIII secolo quale residenza dei Pontefici Romani; qui furono eletti cinque miei predecessori, e quattro di essi vi sono sepolti; ben cinquanta l’hanno visitata – ultimo il Servo di Dio Giovanni Paolo II, 25 anni or sono. Queste cifre rivestono un significato storico, ma di esse, in questo momento, vorrei accentuare soprattutto il valore spirituale. Viterbo viene giustamente chiamata “Città dei Papi”, e questo costituisce per voi uno stimolo ulteriore a vivere e testimoniare la fede cristiana, la stessa fede per la quale hanno dato la vita i santi martiri Valentino e Ilario, custoditi nella Chiesa Cattedrale, primi di una lunga scia di Santi, Martiri e Beati della vostra terra.

Conferma i tuoi fratelli“: quest’invito del Signore l’avverto oggi indirizzato a me con una intensità singolare. Pregate, cari fratelli e sorelle, perché possa svolgere sempre con fedeltà e amore la missione di Pastore di tutto il gregge di Cristo (cfr Gv 21,15 ss). Da parte mia, assicuro un costante ricordo al Signore per la vostra comunità diocesana, perché le diverse sue articolazioni – di cui ho potuto ammirare una simbolica rappresentazione nelle nuove porte del Duomo – tendano ad una sempre più piena unità e fraterna comunione, condizioni indispensabili per offrire al mondo un’efficace testimonianza evangelica. Affiderò queste intenzioni nel pomeriggio alla Vergine Maria, visitando il Santuario della Madonna della Quercia. Ora, con la preghiera che ricorda il suo “sì” all’annuncio dell’Angelo, Le chiediamo di mantenere la nostra fede sempre forte e gioiosa.

DOPO L’ANGELUS

Desidero ora inviare un cordiale saluto ai partecipanti al Congresso Internazionale “Uomini e Religioni”, che si tiene a Cracovia sul tema: “Fedi e culture in dialogo“. Numerose personalità e rappresentanti di varie Religioni – invitati dall’Arcidiocesi di Cracovia e dalla Comunità di Sant’Egidio – sono riuniti per riflettere e pregare in favore della pace, a 70 anni dallo scoppio della Seconda Guerra Mondiale. Non possiamo non ricordare i drammatici fatti che diedero inizio ad uno dei più terribili conflitti della storia, che ha causato decine di milioni di morti e ha provocato tante sofferenze all’amato popolo polacco; un conflitto che ha visto la tragedia dell’Olocausto e lo sterminio di altre schiere di innocenti. La memoria di questi eventi ci spinga a pregare per le vittime e per coloro che ancora ne portano ferite nel corpo e nel cuore; sia inoltre monito per tutti a non ripetere tali barbarie e ad intensificare gli sforzi per costruire nel nostro tempo, segnato ancora da conflitti e contrapposizioni, una pace duratura, trasmettendo, soprattutto alle nuove generazioni, una cultura e uno stile di vita improntati all’amore, alla solidarietà e alla stima per l’altro. In questa prospettiva, è particolarmente importante l’apporto che le Religioni possono e devono dare nel promuovere il perdono e la riconciliazione contro la violenza, il razzismo, il totalitarismo e l’estremismo che deturpano l’immagine del Creatore nell’uomo, cancellano l’orizzonte di Dio e, di conseguenza, conducono al disprezzo dell’uomo stesso. Il Signore ci aiuti a costruire la pace, partendo dall’amore e dalla comprensione reciproca (cfr Caritas in veritate, 72).

© Bollettino Santa Sede – 6 settembre 2009

Fa udire i sordi e fa parlare i muti, mons V. Paglia

L’episodio della guarigione del sordomuto ci coglie mentre riprendiamo la nostra vita ordinaria. In verità, potremmo anche dire che questo brano ci ha incontrato sin dal giorno del battesimo, quando il sacerdote fece su di noi esattamente quello che Gesù compie sul sordomuto.
Toccandoci le orecchie e la bocca, il sacerdote disse: “Il Signore ti conceda di ascoltare presto la sua Parola e di professare la tua fede”.
Fin dall’inizio della nostra vita—quando è ancora impossibile ascoltare parole—ci viene comunque detto che l’ascolto della Parola è la nostra salvezza. Senza dubbio l’episodio evangelico riportato da Marco assume un valore simbolico per l’intero anno che ci sta davanti, oltre che per l’intera vita.
Gesù si trova nella regione pagana di Tiro (la Decapoli). Operare in quella terra il miracolo significa l’apertura universale del Vangelo: ogni uomo e ogni donna, ovunque essi abitino e a qualunque cultura appartengano, possono essere raggiunti dalla Parola di Dio e toccati dalla Sua misericordia.
Marco parla di un sordomuto o meglio di un uomo affetto da grave balbuzie (la guarigione infatti consisterà nel parlare correttamente), il quale viene condotto davanti a Gesù per essere guarito.
Gesù lo porta in disparte, lontano dalla folla, quasi a sottolineare la necessità di un rapporto personale diretto, intimo, tra lui e il malato. I miracoli, infatti, a differenza di quel che superficialmente si crede, non avvengono in un clima di esaltazione e di magia, ma nell’ambito di un’amicizia profonda e fiduciosa in Dio.
Gesù conduce in disparte quell’uomo e, seguendo un’antica consuetudine, gli pone le dita sugli occhi e poi con la saliva gli tocca la lingua. Scocca come una corrente di amore mentre Gesù tiene le mani di quel malato.
Accade sempre così quando si tengono le mani ai malati, quando si sostengono le braccia di chi è debole, quando si è vicini con amore e affetto a chi è solo e bisognoso di aiuto.
Gesù, amico degli uomini, soprattutto dei deboli, guarda con affetto e con misericordia quell’uomo.
Forse pensava anche a questo episodio l’apostolo Giacomo quando nella sua lettera esorta i cristiani ad avere un’attenzione prioritaria ai poveri e ai deboli.
E’ vero che Dio non fa preferenze di persone. Ma è altrettanto vero che il suo cuore è come sbilanciato verso i poveri e i deboli. Questi ultimi sono i primi nel Vangelo.
Così deve essere per ogni credente e per ogni comunità cristiana. Gesù ha accolto quel sordomuto. E sta con lui, in disparte. Forse gli parla; poi alza gli occhi al cielo, verso il Padre, come per presentargli quel povero sordomuto ed emette un profondo sospiro.
E’ la preghiera di Gesù. In essa egli unisce l’intercessione a Dio che tutto può con la profonda commozione per quell’uomo malato, bisognoso di salvezza. Così aveva fatto anche prima della moltiplicazione dei pani, quando si commosse sulla folla stanca e sfinita e poi “alzò gli occhi al cielo” (Mc 6, 41).
Gesù sente un sussulto nel petto, una forza che viene da dentro, e dice al sordomuto: “Effatà!”, ossia “Apriti!” E una sola parola, ma sgorgata da un cuore pieno dell’amore di Dio. “Subito – nota l’evangelista – si sciolse il nodo della sua lingua e parlava correttamente”.
Tornano in mente le parole rivolte a Gesù dal centurione: “Signore, dì soltanto una parola e il mio servo sarà guarito” (Mt 8, 8). E riecheggia la forte esortazione di Isaia al popolo d’Israele schiavo in Babilonia: “Dite agli smarriti di cuore: Coraggio! Non temete! Ecco il vostro Dio viene a salvarvi. Allora si apriranno gli occhi ai ciechi e si schiuderanno gli orecchi ai sordi”.
Quel giorno, in quell’angolo sperduto dell’attuale Libano del Sud, “Dio era venuto a salvare” quell’uomo dalla sua malattia.
La forza di Dio però non si manifestava con clamore e strepito. Ci fu solo “una” parola. Sì, perché delle parole evangeliche ne basta una sola per cambiare l’uomo, per trasformare la vita; quel che conta è che sgorghi da un cuore appassionato come quello di Gesù e che sia accolta da un cuore bisognoso come quello del sordomuto.
Gesù, potremmo dire, non si rivolge all’orecchio e alla bocca ma all’uomo intero, all’intera persona. E al sordomuto, non al suo orecchio, che dice: “Apriti!”. Ed, infatti, è l’uomo intero che guarisce “aprendosi” a Dio e al mondo.
Il miracolo, tuttavia, si realizza come in due tappe. Anzitutto Gesù tocca le orecchie: è necessario che l’uomo si “apra” all’ascolto della Parola di Dio poi, ed è la seconda tappa, tocca la lingua: quell’uomo, dopo aver ascoltato, può parlare correttamente.
Sì, c’è un legame stretto tra ascolto della parola e capacità di comunicare. Chi non ascolta resta muto, anche nella fede. Spesso, in questo anno, commentando le Scritture, ci siamo fermati a riflettere sulla decisività dell’ascolto della Parola di Dio per il credente.
Questo miracolo ci fa riflettere sul legame che c’è tra le nostre parole e la Parola di Dio. Spesso noi non poniamo sufficiente attenzione al peso che hanno le nostre parole, al valore che ha il nostro stesso linguaggio.
Eppure attraverso di esso esprimiamo noi stessi molto più di quanto crediamo. E non di rado sprechiamo le nostre parole o, peggio, le usiamo male.
Il miracolo che ci è stato annunciato non riguarda tanto il ridare la parola, quanto il far parlare correttamente. Potremmo dire che ci troviamo di fronte al miracolo del parlare bene, alla guarigione da un parlare diviso e cattivo, come Giacomo stigmatizza. E chi di noi non deve chiedere al Signore di liberarlo da un parlare troppo scorretto, talora persino violento e cattivo, bugiardo e malevolo? Spesso, troppo spesso, dimentichiamo la forza costruttrice o distruttrice della nostra lingua.
E’ necessario perciò anzitutto ascoltare la “Parola” di Dio perché essa purifichi e fecondi le nostre “parole”, il nostro linguaggio, il nostro stesso modo di esprimerci. Per i cristiani si tratta di una responsabilità gravissima, perché l’unico modo che abbiamo di compiere la missione evangelizzatrice è attraverso il bagaglio delle nostre “parole”.
Sono povere, ma incredibilmente efficaci; possono trasportare le montagne, se riflettono la Parola.
Le nostre parole hanno una importanza terribile. Gesù dice: “Nel giorno del giudizio gli uomini dovranno rendere ragione di ogni parola inutile da essi detta; poiché sulle tue parole tu sarai giustificato e sulle tue parole tu sarai condannato” (Mt 12 37).
La guarigione del sordomuto diviene emblematica mentre riprendiamo il nostro normale lavoro, perché ci indica che dobbiamo anzitutto ascoltare Dio e poi comunicare agli uomini il suo amore.

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