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La Croce che oltrepassa il mistero d’iniquità

2 ottobre 2009

La presenza del male – si tratti del male come avversione a Dio e pervertimento della volontà oppure del male come inclinazione alla colpa e situazione multiforme di dolore – costituisce l’enigma più oscuro e drammatico nella storia dell’uomo.

In realtà, Gesù Cristo con la sua morte in croce ha sciolto questo enigma. Egli “è morto per i peccati” (1 Corinzi, 15, 3); ci ha “giustificati per il suo sangue” (Romani, 5, 9); è diventato “vittima di espiazione” per i peccati “nostri e di tutto il mondo” (1 Giovanni, 2, 2); e così, “per mezzo della morte del Figlio suo”, “siamo stati riconciliati con Dio” (Romani, 5, 10); “mediante il suo sangue abbiamo la redenzione, il perdono delle colpe” (Efesini, 1, 7).

Cristo ha vinto colui che primariamente sta all’origine del male stesso, il demonio, da lui definito “omicida fin da principio”, “menzognero e padre della menzogna” (Giovanni, 8, 44).
L’epistola di Paolo ai Romani è il canto sublime alla grazia di Gesù redentore, per il quale, alla condizione del peccato e della condanna, è subentrata la sovrabbondanza della giustizia (cfr. Romani, 5, 20).
Ma proprio constatando questa vittoria sul demonio “da principio peccatore” (1 Giovanni, 3, 8) e questo dono della grazia da parte del Crocifisso, si solleva, in certa misura più esigente, l’interrogativo sia sulla ragione d’un disegno divino in cui è incluso il peccato come atto di ribellione a Dio – con le sue devastanti conseguenze, che coinvolgono tutti gli uomini dalla loro concezione – sia sul perché quel peccato, per essere levato, dovette essere o, in ogni caso, fu di fatto tragicamente sopportato dal Figlio di Dio, che “per noi uomini e per la nostra salvezza discese dal cielo”, “patì, fu crocifisso, morì e fu sepolto”.
Certamente, l’origine del male non è in Dio, ma in una libertà che, a partire da quella di Satana, ha acconsentito alla scelta colpevole, da cui è dilagata nel mondo la morte (cfr. Romani, 5, 12) che è la figura sintetica tanto della colpa quanto delle sue conseguenze. Non è tuttavia impensabile un disegno divino in cui operassero delle libertà create soltanto con la scelta del bene, in cui non ci fossero né il demonio, né Adamo peccatore.
E, d’altra parte, il senso di questo concreto disegno segnato dalla colpa redenta e, come vedremo, dal primato del Crocifisso redentore è noto a Dio:  la teologia è chiamata senza dubbio anzitutto a constatarlo; ma anche a comprenderlo con la sua riflessione di fede, pur nella persuasione che Dio solo conosce questo senso e che neppure la visione beatifica saprà esaurirne il mistero perfettamente aperto solo al Verbo di Dio.
Alcune riflessioni sono, tuttavia, possibili e illuminanti. Anzi:  sono le riflessioni più interessanti a cui la stessa teologia dovrebbe dedicarsi, invece di disperdersi vanamente a dialogare col mondo. Per definizione la scienza sacra è ascolto di Dio e dialogo con lui da parte del credente:  al giudizio di un non credente la teologia non potrà mai apparire un sapere sensato, essendo tutto sospeso alla Parola di Dio.
Ora, un primo punto di questa riflessione riguarda il “tempo” nel quale sorge il male:  è un “tempo” – se così possiamo impropriamente dire – che precede la creazione dell’uomo. Quando questi appare, una vicenda di peccato si è già consumata “prima”, e si trova a lambire l’uomo appena apparso, nell’intento di associarvelo:  è la vicenda rappresentata dal Serpente, intento da subito a insinuare e infiltrare nell’uomo la diffidenza nei confronti di Dio, e quindi a far fallire il progetto divino compiuto con la creazione dello stesso uomo.
Vuol dire che un’opposizione a Dio in un “mondo” che “precede” la creazione dell’uomo è, quindi, già avvenuta, e ne è simbolo il medesimo Serpente, che ci appare autore d’una colpa per la quale non vediamo redentore. Il disegno di Dio nel mondo invisibile conterrà, così, una dimensione permanente di male e di castigo – un “fuoco eterno” preparato, dice Gesù, “per il diavolo e per i suoi angeli” (Matteo, 25, 41).
Non solo, ma per invidia dello stesso diavolo, a imitazione o in prosieguo del peccato del mondo invisibile, anche nel disegno del mondo umano appare l’evento del peccato, della disobbedienza a Dio, con il seguito di morte che ha recato con sé:  “Per invidia del diavolo la morte è entrata nel mondo” (Sapienza, 2, 24).
In conclusione, nel piano della creazione si riscontra l’avversione a Dio della creatura visibile o invisibile.
Certo, del mondo invisibile e “precedente” noi ignoriamo tutto, anche se forse in qualche modo esso ci è fatto presentire dall’Apocalisse – troppo poco considerata nella riflessione teologica. O meglio:  ignoriamo i particolari di quel dramma, ma dalla vita di Cristo non emerge inequivocabile la natura del peccato? L’avversione del demonio contro di lui non è un chiaro indice che il rifiuto degli angeli ribelli fu proprio nei confronti di Gesù Cristo, il Figlio di Dio morto e glorificato, per mezzo del quale, nel quale e in vista del quale Dio ha creato tutte le cose, quelle “visibili” e quelle “invisibili” (cfr. Colossesi, 1, 13-17)? O – come afferma la prima lettera di Pietro (1, 19-20) – Gesù Cristo “Agnello senza macchia e senza difetti”, “manifestatosi negli ultimi tempi”, e “predestinato già prima della creazione del mondo”?
Il male non sarebbe originariamente sorto proprio come in-sopportazione di Cristo – il Crocifisso risorto – eternamente predestinato come “Primogenito di tutta la creazione” (Colossesi, 1, 17)? Il peccato dell’angelo non risulterebbe, così, come insubordinazione alla signoria di Cristo, al suo “primato su tutte le cose” (ibidem, 1, 18)?
E lo stesso peccato dell’uomo non è concepibile in questa linea? Acconsentendo, infatti, con la sua trasgressione (cfr. Romani, 5, 14) all’insinuazione anticristica del Serpente, Adamo ne proseguì la colpa, diffidando di Dio e, in tal modo, configurandosi come l’antitesi dell’Adamo “spirito datore di vita” (1 Corinzi, 15, 45), ossia di Gesù Cristo, l’uomo dell’affidamento e dell’obbedienza a Dio fino alla morte sulla croce, accolta come segno della sua confidenza e del suo amore per il Padre (cfr. Giovanni, 14, 31).
In altre parole:  ogni peccato è configurabile come un eccepire al disegno divino con la sua scelta del primato di Gesù redentore, come un sottrarsi alla concreta regalità cristica, prestabilita da Dio fin dall’eternità.
E qui siamo fatti risalire al “disegno d’amore della volontà del Padre” (Efesini, 1, 3,5), un disegno per noi impenetrabile, tutto sospeso all’imperscrutabile decisione divina, che ha costituito Gesù – si noti bene:  non “semplicemente” il Figlio, ma il Figlio redentore “mediante il suo sangue” – quale “Primogenito di tutta la creazione” (Colossesi, 1, 17), “unico capo” di tutte le cose, “quelle nei cieli e quella sulla terra” (ibidem, 1, 20). Nella scelta di Dio, assolutamente primo – e “prima della creazione del mondo” – è il Crocifisso risorto e glorioso e quindi una umanità a lui conforme. Ed è come dire che l’umanità voluta dal Padre per il Figlio non è un’umanità “neutra”, ma una umanità che abbia lo splendore proveniente dalla risurrezione da morte, o la gloria irraggiante dal Crocifisso, e che sia immagine di ogni umanità, dal momento che siamo stati “predestinati a essere conformi all’immagine del Figlio suo, perché egli sia il primogenito tra molti fratelli” (Romani, 8, 29). E questo equivale ad affermare che l’uomo, a sua volta, è stato copredestinato con Gesù risorto da morte, che è “preveduto” – ma Dio non “pre-vede”, bensì vede – e voluto per avere la medesima sorte.
A questo punto, collegando i passi della Scrittura sopra citati e scarsamente considerati dalla teologia, giungiamo a quattro constatazioni fondamentali:  la prima, che nel concreto piano di Dio, comprendente le “cose visibili e invisibili”, il primo eletto come ragione di tutta la realtà è Gesù Cristo, il Crocifisso glorioso, che “regna dal Legno”; la seconda, che sul Signore risorto da morte è in particolare progettata e voluta l’umanità; la terza, che in tale piano è compreso misteriosamente il peccato, frutto di una libertà creata e prevaricatrice; la quarta, che sempre nel medesimo piano, fondato sul Redentore è creativamente inclusa la redenzione.
Ma, se Gesù, il Figlio di Dio, è dall’eternità costituito redentore, il peccato presente nell’attuale disegno – mentre conserva tutta la sua immensa gravità come ribellione al progetto divino – non può, in ogni caso, essere l’ultima e definitiva parola della storia umana e non ne compromette la riuscita.
Si direbbe che il peccato è “preventivamente” redento, così che l’ultima parola – che è poi anche la prima – risulta essere la misericordia.
L’aspetto che, creando, Dio ha voluto risaltasse non è genericamente il suo amore, ma il suo amore nella forma della misericordia.
È sorprendente quanto afferma sant’Ambrogio:  “Leggo che Dio ha creato l’uomo e che a questo punto si è riposato, avendo un essere cui rimettere i peccati” (Exameron, vi, ix, 10, 76), come a dire che la remissione dei peccati significava il compimento e la soddisfazione della sua opera creatrice.
Ed è una persuasione ricorrente nel santo vescovo di Milano e forse la sostanza più originale della sua teologia. Altrove scrive:  “Non mi glorierò perché sono giusto, ma perché sono redento” (De Iacob et vita beata, i, 21).
Ambrogio, che pure ha vivissimo il senso del male nel mondo, soprattutto si sofferma ammirato a illustrare ciò che Dio sa operare perdonando il peccato dell’uomo, ritenendo la sua grazia come perdono la soddisfazione e la bellezza della creazione, capace di dissolvere l’anomalia e lo squallore del peccato. Come se si dicesse:  di fronte alla gloria del Figlio suo risorto, al pregio e al valore della sua obbedienza filiale, alla sovrabbondanza della grazia scaturita dalla croce e allo splendore dell’umanità che ne riporta i lineamenti, agli occhi stessi di Dio anche il peccato – che pure ha comportato l’atroce morte di croce di Gesù e la maledizione per il suo pendere dal legno (cfr. Galati, 3, 13) – alla fine si trova oltrepassato.
Solo a questa luce è possibile decifrare la questione del peccato nel mondo, ossia considerandola dentro il mistero del Cristo salvatore, che col suo perdono prevale sulla colpa, restando a noi non comprensibile la permanenza dell’ostinata perversione del demonio.
E alla stessa luce e dentro il medesimo mistero si può risolvere l’enigma delle invadenti e “ingiuste” sofferenze e delle molteplici forme di “mortalità” sotto le quali geme ogni uomo. Esse sono attraversate per solidarietà con lui; sono “un prendere parte alle sue sofferenze” (Romani, 8, 17), un “portarle a compimento” (Colossesi, 1, 24), “per partecipare anche alla sua gloria” (Romani, 8, 17), e sono paragonabili alle doglie del parto (cfr. ibidem, 8, 22). Ma proprio in esse viene alla luce la gloria, cioè si crea l’umanità conforme a Cristo, risorto da morte, quella che Dio ha scelto dall’eternità.
Il perché di questa scelta appartiene al segreto di Dio, ma l’esito è incomparabile, così come lo è il Signore risorto. Paolo ritiene che “le sofferenze del tempo presente non siano paragonabili alla gloria futura che sarà rivelata in noi” (Romani, 8, 18).
Solo che fuori dalla fede cristiana, ossia senza lo sguardo fissato sul Crocifisso glorioso, tutto questo nostro discorso non ha nessuna credibilità e consistenza, e il male e il dolore restano nella loro assurdità e intollerabilità, suscitando o ribellione o rassegnazione come a un’oscura fatalità.
Risulta allora chiara la missione della Chiesa:  annunziare il mistero di Cristo Redentore, il suo perdono e la sua vittoria sul “mistero d’iniquità”, sul peccato e sulla morte.

Si va da diverse parti affannosamente e pateticamente domandando come debba rinnovarsi il ministero sacerdotale perché risponda alle esigenze d’una società e d’una cultura mutate. È un affanno vano:  gli uomini di oggi saranno anche cambiati, ma è rimasto invariato il ministero, che dal suo inizio sino alla sua fine consisterà sempre nel proclamare Gesù unico salvatore, predestinato dai secoli eterni.
(©L’Osservatore Romano – 2 ottobre 2009)

di Inos Biffi

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