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Creazione e evoluzione

“Trovo che le parole di questo Padre del IV secolo (San Basilio) siano di un’attualità sorprendente quando dice: ‘Alcuni, tratti in inganno dall’ateismo che portavano dentro di sé, immaginarono un universo privo di guida e di ordine, come in balìa del caso’. Quanti sono questi “alcuni” oggi. Essi, tratti in inganno dall’ateismo, ritengono e cercano di dimostrare che è scientifico pensare che tutto sia privo di guida e di ordine, come in balìa del caso. Il Signore con la Sacra Scrittura risveglia la ragione che dorme e ci dice: all’inizio è la Parola creatrice. All’inizio la Parola creatrice – questa Parola che ha creato tutto, che ha creato questo progetto intelligente che è il cosmo – è anche amore.”

(Omelia di Benedetto XVI all’Udienza generale del 9 novembre 2005)

“L’idea di uno sviluppo evolutivo graduale della nostra specie da creature come l’australopiteco, attraverso il pitecantropo, il sinantropo e il neanderthaliano, deve essere considerata come totalmente priva di fondamento e va respinta con decisione. L’uomo non è l’anello più recente di una lunga catena evolutiva, ma, al contrario, rappresenta un taxon che esiste sostanzialmente immutato almeno fin dagli albori dell’era Quaternaria […] Sul piano morfologico e anatomo-comparativo, il più “primitivo” – o meno evoluto – fra tutti gli ominidi risulta essere proprio l’Uomo di tipo moderno! […] Sono senz’altro meno lontani dalla verità coloro che […] sostengono l’ipotesi opposta, e cioè che Australopiteci, Arcantropi e Paleoantropi siano tutte forme derivate dall’Uomo di tipo moderno!”(G. Sermonti, la teoria del devoluzionismo,1970)

“[…] La cultura dominante ha posto il tema della specie umana sul piedistallo di una grande verità scientifica in contrasto totale con la Fede. […] Arrivati all’ Homo Sapiens Neaderthalensis (centomila anni fa), con un cervello di volume superiore al nostro, la Teoria dell’Evoluzione Biologica della specie umana ci dice che, quarantamila anni fa circa, l’ Homo Sapiens Neaderthalensis si estingue in modo inspiegabile. E compare infine, in modo altrettanto inspiegabile, ventimila anni fa circa, l’ Homo Sapiens Sapiens. Cioè noi. Una teoria con anelli mancanti, sviluppi miracolosi, inspiegabili estinzioni, improvvise scomparse non è Scienza galileiana”.(Antonino Zichichi, “Perché io credo in Colui che ha fatto il mondo” 1999)

Il Cardinale Schonborn auspica un dibattito più libero sulla teoria dell’evoluzione

“Se una teoria è scientifica e non ideologica, si discute liberamente”, afferma il Cardinale Cristoph Schönborn, Arcivescovo di Vienna. Ha spiegato cosa pensa la Chiesa cattolica su evoluzione e creazione, chiarendo tutti i dubbi che sono stati sollevati in seguito ad un suo articolo pubblicato dal “New York Times” nel luglio del 2005.

Il porporato ha innanzitutto confessato che mai avrebbe pensato che un “piccolo articolo avrebbe potuto sollevare una così accesa discussione”, ma questo significa che “il tema dell’evoluzionismo è molto presente e non solo nella discussione negli Stati Uniti tra creazionismo ed evoluzionismo”.

Secondo il Cardinale Schönborn non c’è un “conflitto tra scienza e religione”, piuttosto esiste un dibattito tra “una interpretazione materialista dei risultati della scienza ed un interpretazione metafisica filosofica”.

“Certo – ha spiegato l’Arcivescovo – la fede agisce in questo campo con una certa apertura di orizzonti, e non si sostituisce alla ragione”, Non si tratta di “un conflitto tra scienza e fede” piuttosto “ci sono delle interpretazioni di dati e teorie scientifiche che entrano in conflitto con la fede”.

Per spiegare il suo punto di vista, il Cardinale Schönborn ha utilizzato la metafora delle scale, quella di Darwin e quella di Giacobbe: “La scala di Darwin è quella che vede la vita nel lungo processo dell’evoluzione, mentre nella Bibbia la scala di Giacobbe è quella dove gli angeli ascendono al cielo da Dio. Una immagine del collegamento tra terra e cielo, tra terra e trascendenza”.

Oggi le due scale sembrano in concorrenza, ma l’Arcivescovo di Vienna ha precisato che “non dobbiamo vedere le due storie come esclusive l’una dell’altra come fa il creazionismo americano contro un darvinismo ideologico”.

Il Cardinale Schönborn ha quindi tenuto a sottolineare che “bisogna ben distinguere la teoria scientifica dall’ideologia darvinista”, ed ha portato ad esempio Marx ed Engels che hanno salutato la pubblicazione de “L’origine delle Specie” di Charles Darwin, “come il fondamento scientifico per la loro teoria materialistica marxista. Questo è evoluzionismo e non teoria dell’evoluzione”.

In conclusione l’Arcivescovo di Vienna ha messo in guardia dall’influenza che l’evoluzionismo come ideologia ha nei campi del neoliberalismo economico, in quello della pedagogia in Europa, e nelle questioni di bioetica dove rischia di dare vita a nuove teorie eugenetiche.

Alla domanda circa l’intervento che Giovanni Paolo II tenne di fronte alla Pontificia Accademia delle Scienze nell’ottobre del 1996 parlando dell’evoluzionismo come “più di una ipotesi”, il Cardinale Schönborn ha spiegato che quella frase “vale nel senso che la teoria come teoria scientifica si è amplificata con nuovi dati scientifici, ma certamente quella frase non può essere interpretata come un ‘amen’ della Chiesa cattolica sull’evoluzionismo ideologico”.

A questo proposito l’Arcivescovo di Vienna ha ricordato un documento pubblicato nel 2004, con l’approvazione del Cardinale Joseph Ratzinger, dalla Commissione Teologica Internazionale dal titolo: “Comunione e servizio. La persona umana creata a immagine di Dio”, dove viene chiarita la distinzione tra ideologia e scienza.

“Penso – ha detto il Cardinale Schönborn – che questo documento dia una buona risposta a coloro che hanno voluto interpretare la frase di Giovanni Paolo II in senso ideologico”.

Sempre nel corso della conferenza stampa alla domanda di un giornalista se la Chiesa non sia in ritardo circa i problemi di bioetica, il Cardinale Schönborn ha risposto: “Io credo che la Chiesa non sia in ritardo ma in anticipo, che sia la voce del futuro, la voce della vita e non della morte”.

Piuttosto, ha proseguito, ci sono “molte cose che si preparano e che ci fanno piuttosto pensare ad un’epoca nella quale l’eugenetica è stata ideologicamente praticata. Spero che non si ripetano questi orrori”.

Alla domanda poi di un altro giornalista se intende trasferire le sue critiche al sistema scolastico e quali sono gli argomenti che contrastano con la teoria evoluzionistica, il Cardinale Schönborn ha precisato di non concordare con la forte corrente creazionista che negli Stati Uniti vuole che sia insegnato nelle scuole il creazionismo stretto.

“Questo certamente non è il mio desiderio – ha detto Schönborn – ma ciò che desidero fortemente è che siano esposti, anche nei programmi scolastici a livello scientifico, quelle che sono le questioni aperte della teoria dell’evoluzione, come la famosa questione degli anelli mancanti”.

Il porporato ha spiegato che “a distanza di 150 anni dalla teoria di Darwin infatti mancano sempre gli anelli mancanti, non c’è evidenza negli strati geologici delle specie intermedie che dovrebbero esistere per la teoria di Darwin”.

“Lui stesso aveva detto nel suo libro che questa è una croce della sua teoria – ha aggiunto –. E auspicava che si trovassero. Questo dovrebbe essere discusso serenamente. Se una teoria è scientifica e non ideologica, si discute liberamente”.

A questo proposito, il Cardinale Schönborn non ha mancato di denunciare che “non è possibile che la teoria evoluzionista sia presentata come una teoria che non si può discutere”.

Ed ha aggiunto: “Alcuni sostengono che la Chiesa non deve intervenire in questo dibattito, ma io sono un credente, sono una persona di questa società civile, perché non posso intervenire in un dibattito pubblico? Perché questa paura di discutere apertamente ciò che nella teoria manca?”.

“Ci sono molti altri punti esposti da scienziati circa la mancanza di evidenze della teoria, questo non vuol dire che la teoria è falsa, forse il campo di applicazione è più limitato. Io vorrei che la discussione fosse molto più libera, anche nel campo scolastico”, ha concluso infine.

Darwinisti maestri di intolleranza

Il naturalismo filosofico, imbevuto di ideologia evoluzionista, rigetta arrogantemente il dialogo con chi non rifiuta la trascendenza. Per spiegare l’origine delle specie non è necessario ricorrere alla creazione. Tutto può spiegarsi nella natura con i cambiamenti di cui essa è capace. Una natura auto­formatasi e auto-organizzatasi non ha bisogno di Dio. Questo modo di vedere le cose viene derivato direttamente dal darwinismo che, secondo alcuni studiosi, emancipa l’ uomo dall’idea di Dio. È la posizione espressa dal naturalismo filosofico in cui la storia della vita e dell’universo viene letta così da non richiedere nessuna creazione e nessuna finalità, una concezione portata avanti con molta determinazione dalla rivista Micromega.

La teoria scientifica di Darwin viene piegata verso una concezione filosofica della natura che esclude la trascendenza. Questa operazione è criticabile per due motivi: perché la contingenza e la selezione naturale, alla base del pensiero darwiniano, non rappresentano l’unica ottica scientifica in cui leggere lo sviluppo della vita e tanto meno il comportamento dell’uomo, e in secondo luogo perché la loro estensione a una visione generale della natura e della storia esorbita dall’ambito scientifico per connotarsi come una concezione propriamente filosofica. E l’uomo? Un evento fortuito, un caso ben riuscito dell’ evoluzione della vita. La sua origine, non diversa da quella di ogni altra specie, non impedirebbe di riconoscerne le differenze (che sono però solo di grado, come affermava Darwin) rispetto agli altri animali e anche i diritti e compiti, per cui viene rivendicata una dignità all’ uomo anche nel naturalismo darwiniano.

Di fatto però essa non è originaria e propria, perché dipende da quanto gli viene attribuito dalla società. Nel naturalismo il comportamento dell’uomo, compreso il senso religioso, viene spiegato in termini di adattatività darwiniana, ed è regolato geneticamente. Analogamente l’agire dell’uomo viene interpretato in senso deterministico sulla base di esperimenti delle neuroscienze, per cui anche il concetto di libertà viene fortemente attenuato. Il naturalismo, come concezione e spiegazione della realtà in termini puramente biologici, esprime una visione chiaramente riduttiva, connotabile come scientismo e apre la strada a tante conseguenze sul piano sociale, specialmente nel campo dell’eugenetica e delle manipolazioni genetiche.

Quelli che lo criticano vengono considerati intolleranti: l’evoluzione o la si accetta nell’estensione del naturalismo, senza troppe critiche alla teoria darwiniana, o si è considerati nemici della scienza e dell’ uomo. La teologia cattolica viene accusata di arroganza (Orlando Franceschelli). Ma quale dialogo è possibile con questa premessa? Dove stanno veramente gli intolleranti e i dogmatici? Perché escludere a priori un allargamento della razionalità? Certe posizioni di fatto sono preclusive al dialogo. Il naturalismo ripropone la questione di Dio e del suo rapporto con la realtà creata. Dio non può essere messo al margine. Nello stesso tempo non può essere visto né come un programmatore né come spettatore.

Perché non se ne può discutere? Nonostante certe preclusioni, il dialogo va cercato e praticato, anche fra cattolici desiderosi di approfondire la fede e la teologia della creazione. Un modello di questo possibile dialogo è rappresentato dalla conferenza sulla evoluzione svoltasi all’inizio di marzo nella Pontificia università Gregoriana e prima ancora, nel novembre scorso, dalla riunione della Pontificia accademia delle Scienze. Rincresce, e non pare corretto, che il livello scientifico della conferenza della Gregoriana sia stato duramente criticato da Telmo Pievani prima ancora che la conferenza si svolgesse.

Un dialogo può partire dalla innegabile contingenza, ma anche dal carattere finalistico di molti aspetti della natura, e può svilupparsi dalla peculiarità dell’essere e del comportamento umano, senza la pretesa di spiegare tutto in termini di selezione come avviene per le mutazioni genetiche. Inoltre il dialogo dovrebbe sfociare nelle questioni pratiche relative al modo di intendere il valore della vita umana su cui le diverse posizioni possono confrontarsi guardando proprio alle conseguenze che se ne possono trarre sul piano sociale, quali il rispetto dell’uomo e dell’ambiente.

Perchè la mosca non è un cavallo?

Che cosa fa mosca la mosca e cavallo il cavallo? Il problema sembra così ovvio che non val la pena porselo. Sappiamo che cosa fa albino un albino, talassemico un talassemico e non staremo a perdere tempo di fronte a una domanda così banale. E invece la domanda va posta, e la risposta non c’è… Sarà una differenza di codice genetico, si dice l’uomo della strada. E non è giusto, benché la dizione sia entrata nell’uso, e si dica “il mio codice genetico”, per dire la mia costituzione profonda e personale. Sbagliatissimo. Il “codice genetico”, cioè il cifrario della vita è identico in tutti i viventi, dal batterio all’elefante, senza eccezioni. Tutti usiamo lo stesso alfabeto cellulare. Allora, se non è l’alfabeto, saranno i testi scritti con questo a differenziare le specie? La lettura dei testi che compongono l’informazione genetica, cioè dei “geni” delle varie specie, è in corso da più di trenta anni e ha portato alla sconcertante conclusione: i geni sono sostanzialmente gli stessi in tutti gli animali, solo soggetti a una minima variazione neurale che non ne altera la funzione. Un gene che svolge una data funzione nella mosca non si distingue da quello che svolge la stessa funzione nel cavallo. Essi sono intercambiabili.

Ma allora, nasce subito la domanda, come si sono separati, nel corso dell’evoluzione, la mosca e il cavallo? Rispose François Jacob, pochi anni dopo: “A generare la diversificazione degli organismi non sono state le novità biochimiche … Ciò che distingue una farfalla da un leone, o un verme da una balena è molto meno una differenza nei costituenti chimici che nell’organizzazione o distribuzione di questi costituenti”. Come dire, ciò che distingue un quadro da un altro non sono i colori usati, ma la loro dislocazione. Che cosa stabilisce la dislocazione delle sostanze viventi? Nel moscerino dell’aceto (drosofila) furono isolati mutanti senza occhi, con torace doppio, con zampe al posto delle antenne. I geni interessati sono stati “mappati” e il risultato è stato sorprendente ed emozionante. Essi si trovano tutti adiacenti, in una serie allineati di dieci. Il primo è preposto al segmento anteriore e via via di seguito, segmento per segmento, fino alla coda. Il pacchetto di geni è come un moscerino in miniatura, inserito tra la baraonda degli altri geni. La ricerca dei geni ordinatori si estese ad altre specie animali. Al topolino, a un anfibio, alla sanguisuga e infine anche all’uomo. E quei geni furono trovati, nel loro pacchetto, ed erano gli stessi ovunque, nello stesso ordine, con le stesse, caratteristiche. Si arrivò alla conclusione che tutti gli animali hanno la stessa sequenza di geni a decretare l’ordine delle loro regioni corporali. Quel pacchetto, si concluse, è antichissimo e universale, alla radice di tutto il regno animale, rimasto intatto durante tutta l’evoluzione zoologica, il che vuol dire per oltre mezzo miliardo di anni.

Un moscerino privo del gene che sovraintende alla regione oculare non ha occhi. Se andiamo a prelevare quello stesso gene nel pacchetto regolatore di un gattino e lo trasferiamo nell’uovo del moscerino cieco, accadrà una cosa meravigliosa e cioè che il moscerino riacquisterà gli occhi. E i suoi occhi saranno gli sfaccettati occhi rossi della sua specie benché il gene regolatore provenga da un gattino con occhi tondi e azzurri. Queste sono le sbalorditive scoperte della genetica più recente, scoperte poco note, tuttavia, perché estranee al mito che la vita sia nel Dna, tutta nel Dna, nient’altro che nel Dna. A questo punto il lettore si chiederà, dal momento che il Dna è risultato così universale, che spazio rimanga all’ingegneria genetica, al progetto genoma, ai ceppi transgenici, alla terapia genica. Il fatto di essere ubiquitario non esime il gene dall’essere perfetto. E’ sufficiente un minuscolo difetto in un gene per metterlo fuori uso e produrre una malattia, la cecità, la morte. Come un frustolino nel motore può fermare un TIR. L’ingegnere genetico lavora sulle minuzie di una macchina chimica che non sopporta errori. E quegli errori minuziosi possono produrre malattie, deficienze, disastri. Ma non c’è idea più sbagliata di quella che la macchina prodigiosa si sia formata attraverso la correzione di innumerevoli difettucci, cioè attraverso una serie accidentale di “mutazioni” vantaggiose. Le piccole differenze, i minuscoli difetti (talvolta con esiti gravi) degli organismi sono dovuti alle mutazioni del Dna, ma le grandi diversità, che distinguono tra loro le specie, gli ordini, le classi e che riguardano la forma esteriore e l’organizzazione generale, quelle non dipendono dal Dna, ma da elusive informazioni spaziali, campi morfogenetici immateriali, archetipi indefinibili. Nessun biologo molecolare ci dirà mai se il genoma che sta analizzando è di un genio o di un imbecille, è di un bianco o di un nero, e neppure se è quello di una mosca o quello di un cavallo. Ci dirà solo di quali malattie generiche è portatore, ci rivelerà i difetti ma non le virtù. E aggiungerà che le inafferrabili bellezze non lo interessano neppure.

articolo di Giuseppe Sermonti, biologo e genetista italiano, sostenitore del devoluzionismo

Tratto da Il Giornale del 3 ottobre 2000.

Evoluzione, creazione e disegno intelligente: dov’è la verità?

Intervista al professor Armin Schwibach

ROMA, giovedì, 9 febbraio 2006 (ZENIT.org).- La teoria evoluzionista, quella creazionista, il disegno intelligente e la creazione continua, sono al centro di un animato dibattito a livello mondiale.

Il 19 dicembre scorso il giudice distrettuale della Pennsylvania John E. Jones III, ha sentenziato che il cosiddetto “disegno intelligente” non può essere insegnato nelle classi di scienze delle scuole pubbliche negli Stati Uniti.

John E. Jones III ha giudicato che il Consiglio scolastico dell’Area di Dover, ha violato la Costituzione decidendo di inserire nei programmi scolastici di scienze il “disegno intelligente”, cioè il principio che la vita sulla Terra fu generata da una causa intelligente, principio che secondo il giudice “mira ad escludere le teorie di Darwin”.

Anche in Georgia un tribunale ha ordinato di rimuovere dai libri di testo adesivi con riferimenti al disegno intelligente. Mentre in novembre il Kansas ha approvato nuovi regolamenti scolastici che mettono in dubbio le conclusioni di Charles Darwin.

Per saperne di più, ZENIT ha voluto porre alcune domande al professore Armin Schwibach docente di Epistemologia, Metafisica, Filosofia della Natura, Filosofia moderna e contemporanea all’Ateneo Pontificio S. Anselmo e all’Ateneo Pontificio “Regina Apostolorum”.

Schwibach è anche corrispondente per l’Italia e il Vaticano del giornale cattolico tedesco “Die Tagespost”.

Che cos’è è il “progetto intelligente”?

Schwibach: Da venti anni circa l’espressione “progetto intelligente” è diventata, all’interno della scienza, sinonimo di una “alternativa” al modello evolutivo della realtà biologica e (nelle forme, che seguono gli sviluppi del cosiddetto principio antropico) fisica. Nasce per contrapporsi a un evoluzionismo neodarwinista dogmatico, monista e materialista, mettendo l’accento sull’infinita complessità del reale e della vita.

Tali interpretazioni scientifiche pare si siano fortemente legate a un “creazionismo”, cioè a una visione fissa o fissativa dell’atto creativo divino. Vale come per ogni teoria scientifica: se vuole essere scienza, deve adempiere ai criteri di scientificità. C’è il rischio che tale “progetto” diventi esso stesso ideologia fondamentalista. Se dovesse essere così, cadrebbe sotto la scure della ragione quanto l’evoluzionismo neodarwinista.

L’alternativa non è evoluzionismo o creazionismo. L’alternativa vera è realizzare liberamente la capacità della ragione, in modo non pregiudiziale, guidati dal vivo adoperarsi per la verità, guidati dalla presenza di Dio, che vuole essere cercato e trovato in tutto.

Qual è la consistenza scientifica della teoria evoluzionista di Darwin? Si tratta di un fatto, di un fenomeno della natura, di una ipotesi, di una legge, di un sistema o di cos’altro?

Schwibach: Una teoria scientifica, insieme di regole e leggi che descrivono i processi della natura, è un modello interpretativo della realtà. Tale insieme si fonda su dati osservabili o potenzialmente osservabili che potranno entrare in una sperimentazione. I dati empirici rimangono comunque subordinati alla teoria, in quanto solo attraverso la capacità teorica e la sua possibile condivisione un determinato campo fenomenale accede a una nuova dimensione di comprensione del suo funzionamento o del suo essere.

La ripetibilità di sperimentazioni fatte e la previsione di fenomeni futuri sono parte costitutiva della validità scientifica di un impianto teorico. Ogni teoria scientifica è per definizione fallibile: cerca di verificare conseguenze della teoria senza per questo avere come scopo primario la ricerca della verità, che esula dalla competenza dello scienziato.

Le teorie dell’evoluzione hanno il carattere particolare di essere teorie scientifiche storiche, che, attraverso mezzi quali la paleontologia, la paleobiologia ecc., a partire da un punto sommo di evoluzione raggiunto, cioè quello raggiunto adesso, ricostruiscono le linee di percorso attraverso le quali si è giunti a tale sommo punto. Non si tratta dell’integrazione sperimentale di dati in un sistema teorico da verificare o falsificare attraverso un funzionamento osservabile e/o esprimibile in termini matematici.

I fenomeni naturali spingono alla costruzione di un peculiare modello interpretativo, che deve dimostrarsi migliore rispetto ad altri, sia in rapporto alla sua funzione, sia in rapporto al campo fenomenale che copre. Le teorie evoluzionistiche nascono come teorie biologiche. Quando si esprimono sull’essere umano razionale e sul suo sviluppo si occupano del fenomeno di massima complessità conosciuta nel cosmo.

In quanto tale, una scienza positiva pensa di potersi esprimere in un ambito tradizionalmente riservato alla filosofia e alla religione. E lo fa mettendo in discussione un assunto teorico, cioè quello filosofico o teologico, che però si muove su un livello diverso di razionalità.

Le teorie dell’evoluzione tendono, dunque, a oltrepassare il limite imposto dal metodo di un scienza che determina una visione del mondo riduttiva e riduzionista, materiale e materialista, trascinando nella relatività di un progetto culturale antagonista rispetto ad altri.

L’evoluzione riguarda un limitato fenomeno osservabile nella natura, dovrebbe perciò configurarsi come ipotesi interpretativa, individuando le cui regole si possa creare un sistema coerente, che aiuti a comprendere meglio. Purtroppo, invece, si impone come visione del mondo materialista.

In che modo e perché la teoria evoluzionista è stata utilizzata per cancellare l’esistenza del Creatore?

Schwibach: Se i fenomeni complessi e i fenomeni della vita in particolare sono il prodotto di un meccanismo di mutazioni casuali e selezione degli organismi più adatti a determinate nicchie ecologiche, se infine tale processo materiale si ricostruisce in via ipotetica (perché non si è in grado di farlo diversamente) fino alle origini dell’universo (per il quale esiste una sua teoria evolutiva di ordine analogo, ma diversa), appare inutile l’idea che tutto sia frutto di una volontà e ragione creatrice che sta al di fuori del processo stesso, al di fuori dello spazio e del tempo.

Dio diventa quindi espressione mitologica per ciò che ancora non si “sa”, che ancora non si è potuto esprimere nel modo della presunta razionalità scientifica. La creazione, che porta nel seno della sua realtà la ragione divina attiva creatrice, che si immerge liberamente nel suo creato e costituisce la dimensione di senso di esso, diventa una delle ipotesi possibili e, dal momento che è potente espressione dell’intimo di molti, idea da combattere. Il materialismo e l’evoluzionismo materialista sono “semplici”. Nella loro semplicità e banalità attraenti. Offrono veloci risposte e mettono a disposizione strumenti ordinati per esercitare un nuovo potere. Un potere che diventa fine a se stesso.

Credere nel Creatore come colui che ha fatto nascere la vita è in contrasto con la teoria evoluzionista?

Schwibach: Non esiste una teoria evoluzionista. Esistono vari modelli che esplicano reali, possibili o ipotetiche evoluzioni su diversi livelli. In quanto teorie scientifiche, queste teorie esercitano una razionalità di ordine distinto da quella della fede, della teologia e della filosofia. Dunque la fede o una teologia naturale o della rivelazione non sono opposti all’idea dell’evoluzione.

La filosofia e la fede si occupano della razionalità del reale e mettono al centro del loro essere la domanda, la disponibilità e la capacità di mettersi in ascolto dei modi in cui questa razionalità si manifesta nella totalità del reale. Una teoria evoluzionista, invece, cerca con i mezzi della scienza di tracciare le strutture del prodotto di questa razionalità e non entra, dunque, necessariamente in conflitto con questa. Il conflitto nasce solo se le sue pretese non sono scientifiche, ma ideologiche.

Che cosa dice il magistero della Chiesa in merito?

Schwibach: Nella consapevolezza dell’estrema mutevolezza e velocità degli sviluppi della scienza, il magistero è da sempre cauto e invita ad esercitare la ragione responsabilmente e in modo intellettualmente coerente, rifiutando estremismi e riduzionismi. Il magistero pretende che la scienza sia scientifica. Nell’enciclica Humani generis (1950), Pio XII ammonisce riguardo a un certo evoluzionismo: “Alcuni, senza prudenza né discernimento, ammettono e fanno valere per origine di tutte le cose il sistema evoluzionistico, pur non essendo esso indiscutibilmente provato nel campo stesso delle scienze naturali, e con temerarietà sostengono l’ipotesi monistica e panteistica dell’universo soggetto a continua evoluzione”.

Dunque il Papa mette in guardia dalla ideologizzazione. Non a caso aggiunge: “Di quest’ipotesi volentieri si servono i fautori del comunismo per farsi difensori e propagandisti del loro materialismo dialettico e togliere dalle menti ogni nozione di Dio”. Pio XII, grande estimatore delle scienze e delle loro potenzialità, è consapevole che la Chiesa deve tenere conto delle scienza positive “quando si tratta di fatti realmente dimostrati”, ma: “bisogna andar cauti quando si tratta piuttosto di ipotesi, benché in qualche modo fondate scientificamente, nelle quali si tocca la dottrina contenuta nella Sacra Scrittura o anche nella tradizione. Se tali ipotesi vanno direttamente o indirettamente contro la dottrina rivelata, non possono ammettersi in alcun modo”.

Ciò non significa che la Chiesa stabilisce ciò che può essere scientificamente valido. Significa una cosa molto più importante: la Chiesa afferma una dimensione di verità, con la quale verità di altri ordini di conoscenza non possono entrare in conflitto. Se i conflitti nascono in quanto orchestrati da certe intenzioni non scientifiche, la Chiesa ha il dovere, derivante dalla verità della ragione e dall’essere della ragione, di opporsi. La Chiesa opera, quindi, una ragionevole e razionale ponderazione di ipotesi, della loro portata e delle loro aperte o taciute intenzioni.

Pio XII conclude: “Per queste ragioni il Magistero della Chiesa non proibisce che in conformità dell’attuale stato delle scienze e della teologia, sia oggetto di ricerche e di discussioni, da parte dei competenti in tutti e due i campi, la dottrina dell’evoluzionismo, in quanto cioè essa fa ricerche sull’origine del corpo umano, che proverrebbe da materia organica preesistente (la fede cattolica ci obbliga a ritenere che le anime sono state create immediatamente da Dio). Però questo deve essere fatto in modo che le ragioni delle due opinioni, cioè di quella favorevole e di quella contraria all’evoluzionismo, siano ponderate e giudicate con la necessaria serietà, moderazione e misura e purché tutti siano pronti a sottostare al giudizio della Chiesa, alla quale Cristo ha affidato l’ufficio di interpretare autenticamente la Sacra Scrittura e di difendere i dogmi della fede”.

Il magistero sostiene e promuove ogni attività della ragione protesa al maggiore dispiegamento della verità e rifiuta ogni limitazione indebita dell’intelligenza e dello spirito umano. Logos divino e logos immanente sono intrecciati. Quindi una negazione del logos divino conduce a un autoannientamento del logos immanente.

Il 7 luglio del 2005, il Cardinale Cristoph Schönborn, Arcivescovo di Vienna, ha pubblicato un articolo sul New York Times in merito alla teoria evoluzionista che ha suscitato una discussione a livello internazionale. Che cosa ha detto di così straordinario ?

Schwibach: Lo scopo dell’intervento del Cardinale sul New York Times era rendere chiaro che l’affermazione della scienza neodarwinista, secondo cui la Chiesa avrebbe, per un tacito consenso, accettato il “fatto dell’evoluzione” così come è letto dal “dogma neo-darwiniano”, non ha alcun fondamento. Le parole di Giovanni Paolo II, che nel 1996 affermò che l’evoluzione è “più che una semplice ipotesi”, non devono essere interpretate come assenso alla teoria, la cui validità ha da essere controllata considerandone i presupposti di carattere ideologico e non-scientifico che gli stessi scienziati di volta in volta assumono.

La teoria evoluzionista neodarwinista, che riconosce solo delle strutture e linee di argomentazione e di analisi di carattere materialista e monista, è radicalmente opposta a una visione che, su un livello teorico, presuppone la necessità di un livello di senso non riconducibile al mero funzionamento materiale.

La Chiesa afferma una ragione che è in grado di poter distinguere nel mondo naturale una dimensione teleologica sia dell’origine che del fine. Non si contesta dunque a priori la possibilità di una dottrina della discendenza (comune), ma un evoluzionismo inteso come processo di variazioni casuali attraverso mutazioni materiali e criteri di selezione certi. Schönborn constata l’evidente “progetto” nella natura. Negarlo non è scienza, ma ideologia.

Il Cardinale Schönborn distingue due livelli di razionalità: uno di natura teologico-filosofica e l’altro di natura scientifica. Se uno scienziato afferma di poter comprendere tutta la realtà, allora pecca di un illecito sconfinamento di competenza. La ragione capace di metafisica si pone la domanda di senso, oltrepassa il limite dell’osservabile, del numericamente misurabile.

Schönborn nega a una scienza materialista il diritto di uniformare la razionalità e di ridurla ad un aspetto solo, senza darne una giustificazione. Cita Giovanni Paolo II, che insegna: “Tutte le osservazioni concernenti lo sviluppo della vita conducono a un’analoga conclusione. L’evoluzione degli esseri viventi, di cui la scienza cerca di determinare le tappe e discernere il meccanismo, presenta un interno finalismo che suscita ammirazione. Questa finalità che orienta gli esseri in una direzione, di cui non sono padroni né responsabili, obbliga a supporre uno Spirito che ne è l’inventore, il creatore”.

Il Cardinale Schönborn afferma che tale uso della parola evoluzione nulla ha a che fare con l’uso materialista che ne fa l’evoluzionismo neo-darwiniano e riferisce la conclusione del documento finale della Commissione Teologica Internazionale del 2004: “Un processo di evoluzione non guidato – che sia totalmente estraneo all’azione della divina provvidenza – semplicemente non può esistere”. Quest’affermazione riecheggia anche nelle parole di Benedetto XVI pronunciate nella messa inaugurale del suo pontificato: “Non siamo il prodotto casuale e senza senso dell’evoluzione. Ciascuno di noi è il frutto di un pensiero di Dio. Ciascuno di noi è voluto, ciascuno è amato, ciascuno è necessario”.

Il Cardinale Schönborn conclude: “Ora, all’inizio del XXI secolo, dovendo far fronte a pretese scientifiche come il neo-darwinismo e la ‘multi-versum’- ipotesi di cosmologia inventate per evitare la irresistibile evidenza dell’esistenza di un fine e di un progetto presente nella scienza moderna – la Chiesa Cattolica deve ancora difendere la ragione umana e proclamare che l’immanente progetto evidente nella natura è reale. Le teorie scientifiche che cercano di eliminare l’apparire del progetto come il risultato ‘del caso e della necessità’ non sono affatto scientifiche, ma, così come Giovanni Paolo II ha affermato, sono un’abdicazione dell’intelligenza umana”.

La Chiesa conosce la dignità della ragione umana e la protegge dal suo autoannientamento. La vita complessa non è un prodotto del caso. La complessità necessita di un principio d’ordine.

“Evoluzione e creazione”

Articolo del professor Fiorenzo Facchini su “L’Osservatore Romano”

CITTA’ DEL VATICANO, martedì, 17 gennaio 2006 (ZENIT.org).- Pubblichiamo l’articolo scritto da Fiorenzo Facchini, ordinario di Antropologia all’Università di Bologna, sull’edizione del 17 gennaio de “L’Osservatore Romano” su “Evoluzione e creazione”.
L’acceso dibattito su evoluzione e creazione, sviluppatosi da diversi decenni negli Stati Uniti, è giunto in Europa da qualche anno e va infiammando il mondo culturale. Purtroppo è inquinato da posizioni politiche, oltre che ideologiche, e ciò non giova a una serena discussione. Certe affermazioni dei “creazionisti” americani hanno suscitato nell’ambiente scientifico reazioni ispirate a un certo dogmatismo nella difesa del neodarwinismo e hanno fatto riemergere posizioni scientiste, tipiche della cultura ottocentesca.

Molte volte si ha l’impressione che la confusione regni sovrana. Anche la vicenda dei nuovi programmi di scienze nelle scuole italiane, in cui in un primo tempo l’evoluzione è stata cassata e poi riammessa, è il segno di qualche disorientamento derivante da conoscenze non adeguate del problema. È del mese scorso il pronunciamento del giudice federale Jones, in Pennsylvania, sulla non ammissibilità dell’insegnamento dell’intelligent design (ID) (versione recente del creazionismo scientifico, di cui si parlerà più avanti, basato su una interpretazione letterale della Genesi), come teoria alternativa a quella della evoluzione da insegnare nei corsi di scienze.

Su questa materia il magistero della Chiesa, particolarmente negli interventi di Giovanni Paolo II, si è espresso con grande chiarezza e apertura in varie occasioni. Di recente, nel 2004, è stato pubblicato, con l’approvazione del Cardinale Ratzinger, un documento della Commissione teologica internazionale dal titolo: “Comunione e servizio. La persona umana creata a immagine di Dio”.

Nel mondo scientifico l’evoluzione biologica rappresenta la chiave interpretativa della storia della vita sulla terra, il quadro culturale della biologia moderna.

Si ritiene che la vita sulla terra sia incominciata in ambiente acquatico intorno a 3,5-4 miliardi di anni fa con esseri unicellulari, i procarioti, sprovvisti di vero nucleo. Essi si ritrovano a lungo senza cambiamenti fino a 2 miliardi di anni quando compaiono i primi eucarioti (unicellulari con nucleo) nelle acque che ricoprivano il pianeta. I viventi pluricellulari tarderanno a venire. Dalla loro comparsa, 1 miliardo di anni fa, il ritmo evolutivo procederà ancora lento e non generalizzato. Sarà durante il Cambriano, fra 540 e 520 milioni di anni fa, che si svilupperanno in modo quasi esplosivo le principali classi dei viventi.

E presumibile che per molto tempo non vi siano state sulla terra le condizioni idonee per l’evoluzione degli animali e vegetali oggi viventi. Ma la successione con cui compaiono pesci, anfibi, rettili, mammiferi, uccelli e la grande rapidità con cui evolvono sono un problema ancora da chiarire. Negli ultimi minuti dell’orologio della vita si forma la linea evolutiva che ha portato all’uomo. Intorno a 6 milioni di anni fa viene vista la divergenza fra la direzione evolutiva che ha portato alle scimmie antropomorfe e la direzione che ha portato a un cespuglio di forme, gli Ominidi, fra cui intorno a due milioni di anni fa si individua la linea evolutiva umana. Prima della forma umana moderna, le cui più antiche espressioni si ritrovano intorno a 150.000 anni fa, sono esistite altre forme umane, classificate come Homo erectus e, prima ancora Homo habilis, alle quali va ricongiunto Homo sapiens.

La ricostruzione delle varie tappe è compito della paleoantropologia a cui si aggiungono le moderne indagini biomolecolari sul DNA per individuare analogie e differenze a livello genetico, da riportare a un’ascendenza comune.

Quanto ai fattori e alle modalità evolutive il discorso è tutto aperto. La felice intuizione di Darwin, e insieme con lui, anche se meno famoso, di Wallace, sull’importanza della selezione naturale operante sulle piccole variazioni della specie che si formano casualmente (i c.d errori nella replicazione del DNA secondo la sintesi moderna) rappresenta un modello interpretativo che viene esteso da molti a tutto il corso evolutivo. Altri studiosi lo ammettono per la microevoluzione, ma non ritengono adeguato questo meccanismo, fondato sulla casualità delle piccole variazioni (o mutazioni), per spiegare in tempi relativamente brevi la formazione di strutture assai complesse e delle grandi direzioni evolutive dei Vertebrati.

A questo proposito vanno tenuti presenti i possibili sviluppi della biologia evolutiva nello studio dei geni regolatori che possono comportare sensibili cambiamenti morfologici. Esperimenti compiuti su geni regolatori che guidano lo sviluppo embrionale di Crostacei permetterebbero di ipotizzare la possibilità del formarsi di nuovi piani organizzativi per una singola mutazione genetica. Ricerche in questa direzione potrebbero aprire nuovi orizzonti. Resta poi sempre da vedere se le cause di queste mutazioni siano del tutto casuali o possano avere avuto qualche orientamento preferenziale.

Nel processo evolutivo una particolare attenzione dovrebbe essere sempre data ai mutamenti ambientali. L’ambiente può svolgere un ruolo di rallentamento, come forse è stato nei primi miliardi di anni della vita sulla terra, o di accelerazione, come negli ultimi 500 milioni di anni. Non ci troveremmo qui a parlare di queste cose se una ventina di milioni di anni fa non ci fosse stata la formazione del Rift africano, con valli e regioni aperte che hanno consentito l’evoluzione del bipedismo e dell’uomo. La storia della vita suggerisce che lo sviluppo dei viventi ha richiesto una coincidenza di fattori genetici e di condizioni ambientali favorevoli in una serie di eventi naturali.

A questo punto possono porsi due interrogativi: c’è spazio per la creazione e per un progetto di Dio? La comparsa dell’uomo rappresenta un necessario sviluppo delle potenzialità della natura?

Giovanni Paolo II in un discorso a un Simposio su “Fede cristiana e teoria dell’evoluzione” (1985) affermava: “Una fede rettamente compresa nella creazione e un insegnamento rettamente inteso della evoluzione non creano ostacoli… L’evoluzione suppone la creazione, anzi la creazione si pone nella luce dell’evoluzione come un avvenimento che si estende nel tempo, come una creatio continua”.

Il Catechismo della Chiesa Cattolica osserva che “la creazione non è uscita dalle mani del Creatore interamente compiuta” (n. 302). Dio ha creato un mondo non perfetto, ma “in stato di via verso la sua perfezione ultima. Questo divenire nel disegno di Dio comporta con la comparsa di certi esseri la scomparsa di altri, con il più perfetto anche il meno perfetto, con le costruzioni della natura, anche le distruzioni” (n. 310), Giovanni Paolo II nel messaggio dell’ottobre 1996 alla Pontificia Accademia delle Scienze ha riconosciuto alla evoluzione il carattere di teoria scientifica, in ragione della sua coerenza con le vedute e le scoperte di varie branche della scienza. Nello stesso tempo rilevava che esistono diverse teorie esplicative del processo evolutivo, tra cui anche alcune che per l’ideologia materialista cui si ispirano non sono accettabili per un credente. Ma in questo caso non è in gioco la scienza, ma una ideologia.

Il citato documento “Comunione e servizio” dà per scontato il processo evolutivo. Quello che è da riaffermare nella teologia (e in un retto ragionare) è il rapporto di dipendenza radicale del mondo da Dio, che ha creato le cose dal nulla, ma non ci è detto come.

A questo punto può inserirsi il dibattito in corso sul progetto di Dio sulla creazione. Come noto, i sostenitori dell’intelligent design (ID) non negano l’evoluzione, ma affermano che la formazione di certe strutture complesse non può essere avvenuta per eventi casuali, ma ha richiesto interventi particolari di Dio nel corso dell’evoluzione e risponde a un progetto intelligente. A parte il fatto che in ogni caso non basterebbero mutazioni delle strutture biologiche, perché occorrono anche cambiamenti ambientali, con il ricorso a interventi esterni suppletivi o correttivi rispetto alle cause naturali viene introdotta negli eventi della natura una causa superiore per spiegare cose che ancora non conosciamo, ma che potremmo conoscere. Ma così non si fa scienza. Ci portiamo su un piano diverso da quello scientifico. Se il modello proposto da Darwin viene ritenuto non sufficiente, se ne cerchi un altro, ma non è corretto dal punto di vista metodologico portarsi fuori dal campo della scienza pretendendo di fare scienza.

La decisione del giudice della Pennsylvania appare dunque corretta. L’ID non appartiene alla scienza e non si giustifica la pretesa che sia insegnato come teoria scientifica accanto alla spiegazione darwiniana. Si crea solo confusione tra il piano scientifico e quello filosofico o religioso. Non è neppure richiesto in una visione religiosa per ammettere un disegno generale sull’universo. Meglio riconoscere che il problema dal punto di vista scientifico rimane aperto. Se si esce dall’economia divina che agisce attraverso le cause seconde (quasi ritraendosi dalla sua opera di creatore), non si capisce perché certi eventi catastrofici della natura o linee o strutture evolutive senza significato o mutazioni genetiche dannose non siano state evitate in un progetto intelligente.

Purtroppo al fondo di tutto va anche riconosciuta una certa tendenza in scienziati darwinisti ad assumere l’evoluzione in senso totalizzante, passando dalla teoria alla ideologia, in una visione che pretende di spiegare tutta la realtà,vivente, compreso il comportamento umano, in termini di selezione naturale escludendo altre prospettive, quasi che l’evoluzione renda superflua la creazione e tutto possa essersi autoformato e possa essere ricondotto al caso.

Quanto alla creazione, la Bibbia parla di una dipendenza radicale di tutti gli esseri da Dio e di un disegno, ma non dice come ciò si sia realizzato. L’osservazione empirica coglie l’armonia dell’universo che si basa su leggi e proprietà della materia e rimanda necessariamente a una causa superiore, non con dimostrazioni scientifiche, ma in base a un retto ragionare. Negarlo sarebbe un’affermazione ideologica e non scientifica. La scienza in quanto tale, con i suoi metodi, non può dimostrare, ma neppure escludere che un disegno superiore si sia realizzato, quali che siano le cause, all’apparenza anche casuali o rientranti nella natura. “Anche l’esito di un processo naturale veramente contingente può rientrare nel piano provvidenziale di Dio per la creazione” si osserva nel citato documento “Comunione e servizio”. Ciò che a noi appare casuale doveva esser certamente presente e voluto nella mente di Dio. Il progetto di Dio sulla creazione può realizzarsi attraverso le cause seconde con il corso naturale degli eventi, senza dover pensare a interventi miracolistici che orientano in una o nell’altra direzione. “Dio non fa le cose, ma fa in modo che si facciano” ha osservato Teilhard de Chardin. E il catechismo della Chiesa Cattolica afferma: “Dio è la causa prima che opera nelle e per mezzo delle cause seconde” (n. 308).

L’altro punto delicato è rappresentato dall’uomo che non può considerarsi un prodotto ,necessario e naturale della evoluzione. L’elemento spirituale che lo caratterizza non può emergere dalle potenzialità della materia. E il salto ontologico, la discontinuità che il magistero ha sempre riaffermato per la comparsa dell’uomo. Essa suppone una volontà positiva di Dio. Maritain ha osservato che la trascendenza dell’uomo in forza dell’anima avviene “grazie all’intervento finale di una scelta libera e gratuita operata da Dio creatore che trascende tutte le possibilità della natura materiale”. Quando, dove e come Dio ha voluto, si è accesa dunque la scintilla dell’intelligenza in uno o più Ominidi. La natura ha la potenzialità di accogliere lo spirito secondo la volontà di Dio creatore, ma non può produrlo da sé. In fondo, è quello che avviene anche nella formazione di ogni essere umano ed è ciò che fa la differenza tra l’uomo e l’animale; un’affermazione che si colloca fuori dalla scienza empirica e, in quanto tale, non può essere né provata né negata con le metodologie della scienza.

Quanto poi al momento in cui è comparso l’uomo non siamo in grado di stabilirlo. Si possono però cogliere i segni della specificità dell’essere umano, come ha notato Giovanni Paolo II nel citato messaggio del 1996. Questi segni possono essere riconosciuti anche nei prodotti della tecnologia, nella organizzazione del territorio, se rivelano progettualità e significato nel contesto di vita. In una parola sono le manifestazioni della cultura che possono orientare in modo più chiaro nell’individuare la presenza umana. Le manifestazioni della cultura si collocano in un piano extrabiologico ed esprimono un trascendimento (come riconoscono Dobzhansky, Ayala e altri scienziati evoluzionisti), una discontinuità, che sul piano filosofico viene considerata di natura ontologica. A parere di chi scrive non è necessario attendere l’Homo sapiens, le sepolture o l’arte. Ma la delimitazione del livello evolutivo in cui può essere riconosciuto l’uomo, se cioè 150.000 anni fa con Homo sapienso anche 2 milioni di anni fa con Homo habilis, è materia di discussione sul piano scientifico più che su quello filosofico o teologico.

Per concludere, in una visione che va oltre l’orizzonte empirico, possiamo dire che non siamo uomini per caso e neppure per necessità, e che la vicenda umana ha un senso e una direzione segnate da un disegno superiore.

Altre letture:

“La creazione: attualità dell’insegnamento della Rivelazione”

L’opera scientifica di Darwin e i suoi limiti
All’interno di questa rivoluzione, l’apporto di Darwin consiste nel ritenere di aver trovato la causa dell’evoluzione biologica e nel pensare anche di poterla documentare. Parallelamente, i sostenitori dell’ideologia evoluzionista, vedono nella sua opera una eclatante conferma delle loro tesi, sostenuta dal carisma intoccabile della scientificità.
Il merito scientifico principale di Darwin sta nell’aver focalizzato il problema centrale: ammessa l’idea di un’evoluzione, bisogna spiegarne la causa. A differenza di Lamarck, Darwin ricorre al concetto di «selezione naturale»: come l’uomo, da quando è stato agricoltore e allevatore, ha saputo selezionare piante e animali, così la natura riuscirebbe a selezionare i viventi in base alla loro capacità di adattarsi alle condizioni ambientali.
Sotto l’influsso, esplicitamente dichiarato, del pensiero dell’economista Malthus, Darwin vede la natura come sede di una incessante lotta per l’esistenza: varie specie appaiono sulla scena ma solo le più adatte resistono, trasmettendo le loro caratteristiche favorevoli ai discendenti. A differenza di Lamarck, qui l’adattamento non è causa della varietà delle specie ma strumento per selezionare tra individui già diversi. Come poi sorgano queste variazioni (oggi diremmo «mutazioni») non è chiaro; o meglio, è frutto del «caso», quindi senza obbedire a una particolare finalità o seguire una direzione prestabilita.
La teoria presenta alcune intuizioni valide e diversi limiti: le prime saranno la base per le moderne teorie evolutive, entro le quali i secondi verranno solo in parte superati. È certo comunque che l’opera di Darwin ebbe all’epoca più risalto di quanto i suoi meriti scientifici giustificassero.
Peraltro alcuni grandi biologi non nascosero il loro dissenso: basterà citare Claude Bernard, fondatore della medicina sperimentale e lo stesso Pasteur. Una rapida rassegna dei limiti del darwinismo fa capire il motivo di tali autorevoli perplessità.
• Anzitutto la selezione naturale può agire come motore dell’evoluzione solo se ha di fronte una varietà di specie e, come si è detto, non è affatto chiara l’origine delle variazioni; come pure del meccanismo che presiede alla loro trasmissione ereditaria. Darwin, consapevole di tali lacune, tentò delle spiegazioni del tutto insufficienti e ancora basate su concetti poco scientifici (qualcuno ha detto anche «poco darwiniani»).
• Altro limite stava nella documentazione del fatto evolutivo nella sua globalità e continuità storica: è nota la polemica sui cosiddetti «anelli mancanti», cioè su quelle specie intermedie delle quali mancano documentazioni fossili attendibili. Inoltre la paleontologia mostrava segni di evoluzione a salti, con specie apparse e scomparse improvvisamente, senza particolari relazioni con altre contigue. E ancora si hanno prove di alcune specie esistite per lunghissimi periodi senza mostrare variazioni, in palese contraddizione con l’ipotesi della variabilità causale continua.
• Infine la grande questione dell’uomo, del quale la sola selezione naturale sembra incapace di spiegare facoltà intellettuali e morali o fenomeni come la coscienza e l’atteggiamento religioso.
Alla luce delle revisioni attuali del darwinismo, la maggioranza dei biologi ritiene di aver risolto abbastanza bene molti problemi relativamente alla «microevoluzione», cioè alla formazione degli individui appartenenti ai livelli inferiori della scala dei viventi; resta invece ampiamente irrisolto il problema della «macroevoluzione», cioè della formazione dei grandi gruppi sistematici (ad esempio, come si sia passati dagli invertebrati ai vertebrati); oltre alla questione dell’emergere del genere Homo.

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