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Perché un Dio uomo?

Dante risponde alla domanda di Anselmo

Il trattato Perché un Dio uomo? (Cur Deus homo), ultimato da Anselmo d’Aosta nel 1098, segna l’inizio della grande stagione della cristologia scolastica, intesa come riflessione insieme filosofica e teologica sull’incarnazione del Verbo di Dio, sulla “convenienza” della sua azione redentrice dell’uomo attraverso la passione, la morte e la resurrezione di Gesù Cristo. L’influenza dell’impostazione anselmiana sui trattati dei maestri dei secoli xiii e xiv è stata decisiva per sviluppare l’intelligenza dei dati di fede circa la modalità della redenzione; per quanto riguarda Dante, è nel canto VII del Paradiso che troviamo un percorso teologico profondamente modellato sulla dottrina anselmiana del Cur Deus homo.
Lo sviluppo del tema dell’incarnazione del Verbo nel canto VII è stimolato dalle parole di Giustiniano (canto vi, versi 92-93), che hanno suscitato un interrogativo nella mente di Dante:  se la crocifissione di Cristo è stata la giusta vendetta con la quale venne placata l’ira di Dio verso gli uomini dopo il peccato originale, come Giustiniano ha potuto dire che, con la distruzione di Gerusalemme a opera di Tito, gli ebrei furono giustamente puniti in quanto responsabili della morte del Messia?

Beatrice avverte la difficoltà che questo interrogativo provoca nella mente di Dante e si dichiara pronta a sciogliere il nodo, pregandolo di ascoltare con molta attenzione, perché le sue parole gli faranno dono di una grande verità. Prende così il via il discorso di Beatrice sulla creazione e sulla redenzione, il più lungo fra quelli da lei pronunciati in tutto il poema e che occupa quasi tutto il canto VII, da molti critici considerato il più arduo, forse non a torto, dei canti dottrinali della Commedia.
Ai versi 26-52 viene data la soluzione del dubbio suscitato dall’affermazione paradossale della giusta vendetta compiuta nei confronti di un’altra giusta vendetta; ma la mente di Dante, passando da un pensiero all’altro, è rimasta chiusa dentro un dubbio che si è aggiunto:  rimane incomprensibile perché Dio, per redimerci, abbia scelto proprio “questo modo”, quello, cioè, della passione e morte di Cristo. Beatrice si fa carico di gettare luce su questo problema molto difficile e poco frequentato:
“Tu dici:  Ben discerno ciò ch’i’ odo; / ma perché Dio volesse, m’è occulto, / a nostra redenzion pur questo modo” (vv. 55-57).
L’accesso alla trattazione riproduce la domanda di Anselmo, che all’inizio del Cur Deus homo (i, 5) si chiede il perché di un diretto intervento di Dio per la salvezza dell’uomo:  la ragione umana avrebbe meno difficoltà a capire la liberazione dell’uomo se si dicesse che essa fu compiuta per mezzo di un angelo o di un uomo, ma non personalmente da Dio. Anselmo risponde che se la redenzione fosse compiuta da un mediatore quale un uomo o un angelo, l’uomo rimarrebbe sottomesso a questo mediatore, diventerebbe per sempre servo di uno che non è Dio.
Dante, al verso 57, parla della misteriosità del modo di “nostra redenzion”. Assunto per indicare l’azione salvifica di Gesù Cristo dal Nuovo Testamento (cfr., tra l’altro, 1 Corinzi, 1, 30; Romani, 3, 24; Efesini, 1, 7), il termine redemptio si mantiene nella tradizione patristica ed è presente in Anselmo insieme con altri termini latini dal significato convergente:  restauratio, satisfactio, salvare hominem, restituere, tutti termini accolti dalla cristologia scolastica, come anche da Dante. Da che cosa Dio redime l’uomo compiendo la sua azione salvifica? La risposta dei cristiani:  Dio libera dal peccato, dall’ira di Dio, dal dominio del diavolo. Passando all’interrogativo circa il come:  è forse giusto far soffrire e far morire l’uomo più giusto per salvare un peccatore? Questo è il quesito centrale, intorno al quale Anselmo costruisce la teoria della soddisfazione (satisfactio), connessa con l’enunciato iniziale:  “ad ogni peccato segue necessariamente la soddisfazione o il castigo” (i, 15). Satisfacere, soddisfare, è termine proveniente dal diritto romano, e significa “fare abbastanza”, oggi diremmo fare il possibile per estinguere il debito. Per Anselmo invece la soddisfazione deve essere commisurata al danno e alle conseguenze del danno:  soddisfare per il peccato non significa allora “fare abbastanza”, come nel diritto romano, ma “fare di più”, ossia riparare in maniera da riuscire pienamente gradito a chi ha subito il danno.
Dante sviluppa quasi letteralmente il nodo problematico della restaurazione dopo la caduta esposto da Anselmo, e osserva che la ragione umana non scorge che due possibili vie d’uscita:  o l’uomo riesce a dare a Dio soddisfazione del peccato, restituendogli l’onore tolto, onore che consiste in tutto ciò che Dio si era proposto di fare creando la natura umana; oppure Dio rimette il debito per sua benevolenza (cortesia), con un atto gratuito di perdono:
“Né ricovrar potiensi, se tu badi / ben sottilmente, per alcuna via, / senza passar per un di questi guadi:  / o che Dio solo per sua cortesia / dimesso avesse, o che l’uom per sé isso / avesse sodisfatto a sua follia” (vv. 88-93).
Invero, non è data all’uomo alcuna possibilità di recuperare solo con i propri mezzi lo stato di felicità perduto col peccato; quanto all’altra possibilità, ossia la via della remissione unilaterale da parte di Dio, Anselmo aveva prodotto una motivazione ben articolata e personale circa l’improponibilità di un atto di condono divino per pura misericordia:
“Ma se rimette ciò che l’uomo deve liberamente restituire, perché l’uomo non può restituire, che altro significa se non che Dio rimette quanto non può avere? Ma è una derisione attribuire a Dio una tale misericordia” (Cur Deus homo, i, 24).
A questo punto è chiaro che solo Dio poteva escogitare un percorso che sanasse la condizione di condanna dell’uomo per il peccato, vincendo le impossibilità e le preclusioni esaminate. Dante usa nuovamente il termine “via” e parla delle “vie sue” (cioè di Dio), e questa volta non si tratta di ipotesi della ragione; ispirandosi al salmo 24 (8-10), che connota tutte le vie del Signore come “verità e grazia”, dice che Dio aveva a disposizione due vie, la misericordia e la giustizia, e credo che lo dica proprio sotto la suggestione del testo di Anselmo, il quale scrive che per la redenzione dell’uomo bisognava escogitare un percorso in cui la misericordia di Dio non confliggesse con la sua giustizia, e viceversa.
“Dunque a Dio convenia con le vie sue / riparar l’omo a sua intera vita / dico con l’una o ver con amendue (…) Ché più largo fu Dio a dar sé stesso / per far l’uom sufficiente a rilevarsi, / che s’elli avesse sol da sé dimesso, / e tutti li altri modi erano scarsi / a la giustizia, se ‘l Figliuol di Dio / non si fosse umiliato ad incarnarsi” (vv. 103-105; 115-120).
È qui che il summum opus della redenzione attraverso l’incarnazione voluto da Dio si mostra come una manifestazione del suo essere anselmianamente maius quam cogitari possit:  Dio assume il compito di intervenire, ma senza contravvenire o alla misericordia o alla giustizia. Anzi Anselmo arriva a dire che Dio ha mostrato maggiore iniziativa nel redimere l’uomo che nel crearlo; la maniera “più mirabile” lascia intendere che nel Verbo incarnato, vertice della creazione, Dio ha dispiegato qualcosa di sommamente degno di sé, qualcosa che è “più mirabile” perché l’unità di Dio e uomo è qualcosa che eccede qualsiasi pensabilità o aspettativa. È un percorso inaudito, che Dante tratteggia come “alto e magnifico processo” (v. 113), che non ha avuto e non avrà eguali per tutta la durata della creazione, distesa tra il primo die dell’in principio creavit Deus caelum et terram, e “l’ultima notte” che si dischiuderà nel giorno senza tramonto della Parusìa.

(©L’Osservatore Romano – 17 settembre 2009)

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