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Mondo

Cartoline dalla Mongolia

di Massimo Introvigne

Una prima cartolina dalla Mongolia – uno dei pochi paesi al mondo che il turismo di massa (che comincia pericolosamente a sfiorarlo) non ha ancora contaminato, e dove il visitatore può ancora scoprire modi di vita arcaici e radicamente alternativi alla modernità – dovrebbe raffigurare il “monumento nazionale” che il nuovo governo democratico ha eretto a Kharakorum, l’antica capitale di Chinggis (in Occidente chiamato Gengis) Khan (1162-1227). Il monumento è artisticamente discutibile, e storicamente aperto a infinite discussioni, ma rivendica in tre muri convessi, che vanno a confluire su un centro che reca i simboli dell’antica religiosità sciamanica locale, i tre imperi in cui tribù partite dalla Mongolia avrebbero cercato di conquistare il mondo. Prima gli Unni, per sette secoli, a partire dal terzo secolo avanti Cristo e fino alla morte di Attila nel 453 d.C.; poi i Turchi, partiti dalla loro roccaforte ancestrale mongola di Ungut verso il 500 d.C.; e quindi i Mongoli di Chinggis Khan, dall’impetuosa avanzata del XIII secolo – costata al mondo (ma il monumento non lo ricorda) decine di milioni di morti – fino all’apogeo con Khublai Khan (1260-1294), che conquista la Cina e fonda la dinastia Yuan. Per la verità gli storici non sono sicuri che gli Hunnu, i “barbari del Nord” che trecento anni prima di Cristo cominciano a minacciare la Cina, e gli Unni di Attila siano lo stesso popolo, anche se la tesi oggi non è più impresentabile in ambito accademico. Quanto ai Turchi, che vengano dalla Mongolia e che Ungut – dove, all’interno del parco nazionale di Hustai in cui vivono tra l’altro gli ultimi centocinquanta cavalli selvaggi in libertà del mondo (i “cavalli di Przewalski”, reintrodotti a poco a poco dagli zoo occidentali dove erano sopravvissuti all’estinzione), rimane qualche suggestiva tomba di loro principi di epoca pre-islamica – sia davvero il loro sito ancestrale è tesi ormai dominante fra i turcologi.

Ma tutto è anche parte di un complicato gioco politico: nel luglio 2005 (mentre anche chi scrive si trovava nel paese) il premier turco Erdogan è stato il primo leader della Turchia a visitare la Mongolia. In un curioso discorso ha evocato la “grande Turchia” dai monti Altai a Istanbul, una tesi tradizionalmente più cara al nazionalismo turco laico che al conservatorismo islamico di cui Erdogan è esponente. Tuttavia il primo ministro di Istanbul ha raccolto più applausi che critiche. La prospettiva di una “Grande Turchia” imperiale che riunisca tutti i popoli di vera o presunta etnia turco-mongola da Istanbul al Sinkiang cinese, evocata da qualche estremista di destra turco nell’Ottocento e nel Novecento, sembra oggi molto remota, mentre del tutto concreti sono gli aiuti economici che il governo di Erdogan ha cominciato a fare affluire in nome di una lontana etnicità comune. Anche le scuole che movimenti e organizzazioni islamiche turche aprono in Mongolia non spaventano più di tanto. Tra la minoranza musulmana del paese – circa il 4 per cento della popolazione, quasi tutta di origine kazakha – diffondono il moderato islam turco, che è considerato comunque preferibile alla propaganda di tono ben diverso che arriva dall’Arabia Saudita. Speciale interesse sembra suscitare in Mongolia il movimento riformista turco Nur, fondato da Said Nursi (nato nel 1873 o nel 1876-77 e morto nel 1960), anch’esso una delle principali forze dell’islam moderato turco e centro-asiatico. Peraltro, se il discorso di Erdogan lascia intendere ai Mongoli che sono Turchi, il “monumento nazionale” di Kharakorum ricorda per converso ai Turchi che sono Mongoli.

Controversie di storici a parte, in Mongolia la geografia prevale sulla storia. Qualcuno ha parlato di “tirannia dello spazio”, croce e delizia di un grande paese che – anche nei confini attuali ridotti dall’espansione russa e cinese – resta con il suo milione e mezzo di chilometri quadrati grande tre volte la Francia, ma ha una popolazione di soli due milioni e mezzo di abitanti e la più bassa densità del mondo. Fin dalle origini più remote, la maggioranza della popolazione della Mongolia è costituita da nomadi. A differenza, per esempio, dei nomadi del Sahara, quelli mongoli non vivono in tribù. Percorrendo le steppe del Centro- Nord o il deserto del Gobi al Sud non incontriamo gruppi di una dozzina di tende come nel Niger o nel Sud dell’Algeria. Le tende mongole (ger) sono sempre al massimo due o tre: non si tratta di tribù, ma di nuclei familiari estesi, ognuno fieramente indipendente. E per il nomade, fin da tempi precedenti a Chinggis Khan, la ger è l’universo: i letti sono disposti ai lati di un altare di solito orientato a Nord e il sistema di pali di sostegno centrali simboleggia l’axis mundi. Fra un gruppo di ger e l’altro ci sono spesso anche venti o cinquanta chilometri. Ogni famiglia di nomadi afferma di saper badare a se stessa, e di avere bisogno di ben poco dal mondo esterno.

Dai tempi degli antichi Hunnu che terrorizzavano i cinesi, chi è riuscito nell’impresa apparentemente impossibile di mettere insieme i nomadi e governarli ha finito per dire – quasi naturalmente – a se stesso che al condottiero capace di un’impresa così titanica nessun traguardo era precluso, ed era ora di partire alla conquista del mondo. Del resto, leggende antichissime insistono sul fatto che l’umanità sia nata in Mongolia e che qui, nascosto in una dimensione inaccessibile ai profani, regni un mistico re del mondo. Sono leggende prese sul serio a suo tempo sia da esoteristi come René Guénon (1886-1951), sia dal pur laicissimo Kemal Atatürk (1881-1933), intento a risvegliare un orgoglio nazionale legato alle remote origini dei Turchi in Mongolia. E anche dal personaggio che ha ispirato l’Indiana Jones cinematografico, il paleontologo e avventuriero americano Roy Chapman Andrews (1884-1960), che negli anni Venti cercò le prove che nel Gobi era nato l’uomo. Fallì, ma provò che nel Gobi erano probabilmente nati i dinosauri, e ancora oggi sulle dune fiammeggianti di Bayanzag o le sabbie di Moltsog els, paradiso dei paleontologi, si ritrovano spesso uova e frammenti di dinosauro.

Nel mito della Mongolia come origine e centro del mondo sta tutta la mistica dei Turchi pre-islamici e dell’impero con pretese universali di Chinggis Khan, accompagnata dall’autentico culto che il nomade mongolo vota al cavallo. Ci spiega lo storico e l’uomo politico Bat-Erdene Batbayar, più noto in Mongolia con il nom de plume di Baabar, che quello mongolo è un “popolo equestre”. Steppa e deserto ci fanno incontrare spesso bambini di tre o quattro anni che cavalcano da soli con rara maestria. E ancora oggi il latte di cavallo fermentato – l’ayrag, che spesso causa qualche problema di digestione agli stranieri – resta la bevanda nazionale, circondata da una sorta di mistica e che il nomade offre immediatamente al visitatore di riguardo, ancorché la capra da cashmere e il cammello (più la prima del secondo, dal momento che il gusto occidentale per golf e cappotti in cammello sembra in declino) costituiscano investimenti economici migliori dei cavalli. Spiega ancora Baabar – le cui tesi storiche, talora considerate singolari in occidente, sono comunque seguite con interesse – che i due caratteri salienti del popolo mongolo, l’essere nomade ed equestre, spiegano anche perché i suoi imperi non siano mai riusciti a durare. Morto il grande capo carismatico alla Chinggis Khan, i nomadi venuti dalla Mongolia o si fissano in terre lontane dimenticando la loro origine – che magari riscopriranno dopo secoli – o tornano a casa e cominciano a litigare fra loro, rendendo immensi imperi ingovernabili per i rappresentanti di etnie comunque troppo poco numerose per gestire grandi spazi. E’ questa la ragione del declino della Mongolia imperiale: e un nome che non si ritrova nel monumento nazionale di Kharakorum è quello di Tamerlano (Timur, 1336-1405), un musulmano nato nell’attuale Kazakhistan che tra il XIV e il XV secolo ricostruisce un impero “mongolo” ma la cui discendenza da Chinggis Khan sembra ai Mongoli di oggi poco più di un’invenzione propagandistica. Nel 1368 i Mongoli perdono la Cina e ritornano in Mongolia, divisi in piccoli clan rivali: a questa data la storiografia attuale riferisce la fine dell’impero. Stupisce quanto poco abbia lasciato Chinggis Khan in Mongolia: un paio di tartarughe di pietra che delimitavano i confini della sua capitale Kharakorum. C’è chi insiste sul fatto che i cinesi – per vendicare le cocenti sconfitte subite dal grande conquistatore – ne abbiano fatto sparire tutte le tracce durante i secoli successivi in cui hanno occupato la Mongolia. Ma lo stesso Chinggis Khan, da buon nomade, costruiva accampamenti di tende più che monumenti di pietre destinati a durare nel tempo, anche se storia e leggenda raccontano di una grande fontana sormontata da un angelo – mutuato da un cristianesimo che l’imperatore conosceva dai nestoriani rifugiatisi nelle sue terre – oggi ricostruita a pochi chilometri dalla moderna capitale Ulanbaatar al centro del modernissimo cinque stelle Hotel Mongolia.

Chinggis Khan accoglie alla sua corte cristiani, musulmani, induisti e buddhisti ma resta legato allo sciamanismo dei nomadi, venerazione degli spiriti del Cielo, della Terra e del mondo dei morti. Insieme a quella siberiana, proprio la variante mongola è stata usata da Mircea Eliade (1907- 1986) per definire la nozione di sciamanismo. Lo stesso Eliade ha definito l’ovoo mongolo “la più tipica delle ierofanie”, delle manifestazioni di un divino che fa irruzione improvvisa nel mondo. Si tratta di un mucchio di pietre con un palo centrale (l’axis mundi, ancora) sormontato da uno stendardo, dove si ritiene dimorino gli spiriti. Quando Khublai Khan (figlio di una cristiana) si converte al buddhismo nel 1242, i monaci che affluiscono dal Tibet sopprimono alcuni elementi sciamanici (tra cui i sacrifici umani). Ma in gran parte incorporano lo sciamanismo nel buddhismo, trasformando gli spiriti degli ovoo in divinità buddhiste. I lama presiedono spesso ai riti degli ovoo. Sociologi di oggi assicurano che oltre il cinquanta per cento dei Mongoli ancora oggi si ferma e compie i tre giri rituali dell’ovoo (gettando ogni volta una pietra) quando ne incontra uno delle migliaia che tuttora esistono. Noi stessi abbiamo visto automobili inchiodare sulla strada fra Ulanbaatar e Kharakorum per permettere ai conducenti di compiere il rito, non disdegnato neppure da giovani accademici e funzionari che ci hanno accompagnato nelle nostre peregrinazioni nella Mongolia profonda dei nomadi. Oggi esistono associazioni, come il Center for Shaman Eternal Heavenly Sophistication che abbiamo visitato nella capitale Ulanbaatar, che si propongono di difendere lo sciamanismo mongolo e diffonderlo all’estero. Ma in realtà lo sciamanismo, nella simbiosi in cui vive con il buddhismo, sembra godere ottima salute. Il film del 2003 “Il cammello che piange” del regista mongolo Byambasuren (aiuto-regista l’italiano Luigi Falorni) è stato un successo internazionale. Anche in Mongolia ha avuto grandi consensi e ha rilanciato l’idea di uno sciamanismo “buddhizzato” come parte integrante dell’ethos mongolo. Il cammello che piange è la storia di come una famiglia di nomadi riesce a fare accettare un cammello bianco alla madre che lo rifiuta, una cammella bruna, attraverso due rituali sciamanici. La storia è solo in parte romanzata: con perseveranza e una certa dose di fortuna ritroviamo nel Gobi la famiglia di nomadi protagonista. Ci accoglie con semplicità: continua ad allevare cammelli e a esporre insieme nella sua ger simboli sciamanici e buddhisti, anche se – come molti altri nomadi cui il cashmere ha garantito un principio di benessere – si è dotata di un generatore elettrico che fa funzionare una televisione satellitare, idolo moderno esposto a sinistra del millenario altare sulla parete Nord della tenda e particolarmente apprezzato dai bambini.

Nonostante la conversione di Khublai Khan, il buddhismo diventa maggioritario in Mongolia solo nel XVI secolo, quando sono armi mongole a garantire la vittoria del “sistema” Gelug in Tibet e a conferire al suo leader il titolo e il potere di Dalai Lama. Le lotte fra i vari “sistemi” buddhisti rivali durano per quasi due secoli: lo storico monastero rupestre di Khogno Khan (oggi riaperto, con una monaca residente) è più volte distrutto e i monaci sterminati. L’illustre Zanabazar (1635-1723) – filosofo, scultore fra i maggiori della storia buddhista, uomo politico, e discendente di Chinggis Khan – consacra la vittoria del buddhismo tibetano Gelug in Mongolia. Grande figura della storia mongola, è però controverso perché chiama in soccorso le armi cinesi, che faranno della Mongolia una provincia della Cina fino al 1911. Zanabazar è il primo Bogd Khan, una figura equivalente al Dalai Lama, e dà grande impulso alla vita monastica, soprattutto nel grande monastero di Erdene Züü, fondato da suo nonno a Kharakorum e di cui rimangono importanti vestigia nonostante le devastazioni dell’epoca comunista. Tra il XVIII secolo e gli inizi del XX, la popolazione maschile della Mongolia arriva a essere composta per oltre un terzo da monaci, il che non dispiace troppo ai cinesi perché i monaci non combattono, non si ribellano e non chiedono l’indipendenza.

Più apertamente che nel Tibet di ieri (e certo in quello di oggi e nella diaspora tibetana, dove l’attuale Dalai Lama predica piuttosto un buddhismo “modernista” che vorrebbe attirare anche gli occidentali) il buddhismo mongolo si presenta come intrinsecamente tantrico. Il tantrismo è una vasta corrente che a partire dal IV secolo d.C. penetra nell’induismo, nel buddhismo e nel giainismo come “via rapida” all’illuminazione a partire da supporti materiali, sessualità compresa. La versione mongola del tantrismo dà grande importanza a riti per propiziare divinità in parte miti, in parte ostili e spaventose. Decisive sono anche le iniziazioni, l’astrologia e il ruolo degli oracoli, il più importante dei quali risiede nel XX secolo nel tempio del Choijin Lama a Urga (la capitale dell’epoca cinese, più tardi rinominata con il nome attuale Ulanbaatar, “eroe rosso”, dai comunisti), vero centro del tantrismo spesso escluso dai circuiti turistici “ufficiali”. Qui dominano le immagini dei vari inferni buddhisti e delle divinità da propiziare. Tra i reperti più curiosi strumenti musicali costruiti con le ossa di giovani donne che hanno aiutato l’oracolo a conseguire la sua suprema iniziazione. Non sono state uccise (il buddhismo aborre i sacrifici umani), ma sono morte in seguito all’asportazione delle ossa, come è capitato ad altre giovani donne – vergini – le cui ossa sono state destinate alla stessa funzione in numerosi monasteri mongoli e tibetani.

Nel dicembre 1911, profittando della situazione in Cina, la Mongolia si dichiara indipendente. L’ottavo Bogd Khan (1869-1924) diventa re della Mongolia e si installa in un palazzo reale a Urga. Ma Cina, Russia e Giappone minacciano l’indipendenza del nuovo Stato. Nel 1920, in una situazione estremamente confusa, il nobile anticomunista russo barone Roman von Ungern- Sternberg (1886-1921) occupa la Mongolia alla testa di un esercito personale. Tollerato dal Bogd Khan, si rivela un dittatore capriccioso e crudele. Con lui arriva tra l’altro a Urga l’esoterista Ferdinand Ossendowski (1878-1945), che in “Bestie, uomini e dei” darà fama imperitura alla leggenda del re del mondo celato in Mongolia. Due gruppi pre-esistenti di indipendentisti mongoli, di cui fanno parte rispettivamente il generale Sühbaatar (1893-1923) e l’ex lama divenuto marxista Choybalsan (1895-1952) lottano contro il regime del barone. Nel 1921 proclamano per la seconda volta l’indipendenza, con il Bogd Khan che rimane sul trono. Ma questa volta chiamano in aiuto le truppe sovietiche, che rimarranno per settant’anni. Tra l’altro, Sühbaatar è stato tardivamente “beatificato” in epoca comunista e proclamato il Lenin (1870-1924) mongolo. In realtà, può essere paragonato piuttosto a Kerensky (1881-1970): sognava una Mongolia democratica alleata dell’Urss in funzione anti-cinese, ma non retta da un regime comunista.

Nel 1924 muore l’ultimo Bogd Khan; i sovietici dichiarano che non ha reincarnazioni (anche se un pretendente vive oggi in India) e proclamano la repubblica comunista. Documenti emersi solo di recente dimostrano che Stalin (1879-1953) considera la spopolata Mongolia un laboratorio per esperimenti da riproporre in caso di successo in Russia. Comincia per la Mongolia una lunga epoca – per molti versi tragica – in cui diversi potenti della Terra la considerano il luogo ideale per spericolati e qualche volta criminali esperimenti sociali. Dapprima, Stalin sperimenta in Mongolia il tentativo di raggiungere la fase utopica del comunismo sognata da Karl Marx (1818- 1883) senza passare da quella intermedia del socialismo. Il tentativo richiede – purtroppo per la Mongolia – la soppressione fisica degli appartenenti alle classi sociali considerate strutturalmente incompatibili con il comunismo. Si uccidono i nomadi più ricchi, una parte cospicua della minoranza musulmana, i nobili e la quasi totalità dei lama: nel solo periodo 1937-39 i morti sono oltre ventimila. Soltanto oggi con la scoperta di grandi fosse comuni per i religiosi si sta valutando il costo umano dell’esperimento (50.000-70.000 morti). E’ la famiglia del primo ministro Genden (1892-1937), corresponsabile delle prime purghe ma liquidato da Stalin perché contrario allo sterminio dei lama, ad avere aperto un museo delle stragi comuniste, peraltro sconosciuto a molti turisti, dove la nipote dell’ex-dirigente comunista oggi accoglie i visitatori (ancora piuttosto rari) con tristezza e dignità. Nel 1937 Stalin sostituisce Genden con il già citato Choybalsan, il vero Stalin della Mongolia, cui è tributato un culto della personalità con toni spesso grotteschi.

Ma i documenti degli archivi sovietici rivelano anche un secondo, sorprendente esperimento. Ben prima della Cina o di Gorbaciov, lo stesso Stalin, constatato il fallimento del passaggio diretto al comunismo, sperimenta in Mongolia quello che chiama letteralmente “capitalismo comunista”, con elementi di proprietà privata. L’esperimento procede “a scossoni” e in modo contraddittorio, ma contribuisce all’unico risultato positivo del regime comunista in Mongolia: il sostegno ai nomadi. Questi trovano nelle numerose “sotto-capitali”, cittadine artificiali create dal regime, piccoli empori, ospedali, scuole e posti telefonici che servono qualche centinaio di famiglie di nomadi e diminuiscono l’isolamento. La polizia comunista trascina i piccoli nomadi, che i genitori preferirebbero utilizzare per la pastorizia, nelle scuole delle “sotto-capitali”: qui sono indottrinati al marxismo-leninismo, ma la Mongolia ne ricava comunque il più alto tasso di alfabetizzazione dell’Asia dopo il Giappone, un sorprendente 98 per cento.

Dopo il crollo dell’Unione Sovietica è sufficiente uno sciopero della fame di qualche studente e intellettuale per convincere il Partito Comunista a promettere libertà religiosa e di stampa, ed elezioni, che pensa comunque di vincere in quanto unico partito organizzato. Vince infatti le elezioni del 1992. Perde quelle del 1996 a vantaggio del Partito Democratico, ma torna al potere nel 2000 (complice una versione mongola della nostra operazione “Mani pulite”, dove i giudici arrestano diversi dirigenti democratici) mentre nel 2004 un Parlamento spaccato esattamente a metà costringe i due maggiori partiti a una “grande coalizione”, con un presidente comunista e un primo ministro democratico. L’esperimento mongolo, studiato con grande interesse a Washington perché anticipa quanto fra qualche anno potrebbe succedere in Cina, dimostra che un Partito Comunista, dopo il passaggio al capitalismo, può decidere di gestire quello alla democrazia. Soprattutto se il territorio è vasto, l’opposizione rischia di essere disorganizzata e il Partito Comunista (in Mongolia Mprp) vittorioso. La “lezione mongola” – che comincia a essere capita ora, almeno negli Stati Uniti – è che non basta chiedere democrazia ma occorre insegnare all’opposizione un’appropriata tecnologia elettorale. Lentamente e faticosamente, con l’aiuto degli strateghi del Partito Repubblicano americano, il Partito Democratico mongolo è riuscito a organizzarsi e ora i suoi dirigenti ci assicurano che può combattere ad armi pari con il Mprp. Tutto questo nonostante il duro colpo ricevuto con l’assassinio del “padre della democrazia mongola” Zorig (1962-1998), variamente imputato al Mprp o a uomini d’affari corrotti che aveva denunciato.

Dopo la democratizzazione, la Banca Mondiale e le grandi fondazioni americane considerano anche loro la Mongolia il paese ideale per un esperimento. Una “terapia di shock” privatizza l’intera economia in poche settimane. I risultati iniziali sono disastrosi soprattutto per i nomadi, privati dei servizi gratuiti delle “sotto-capitali” che emigrano in gran numero a Ulanbaatar con le loro ger, che vanno a costituire delle sorta di enormi bidonville ignote alla precedente epoca comunista. Per colmo di sfortuna, inverni particolarmente gelidi seguiti da estati caldissime fanno coincidere il passaggio alla democrazia di mercato con morie di animali in cui periscono milioni di capi. La “privatizzazione”, del resto, comporta pratiche burocratiche difficili da capire per nomadi abituati a una situazione cui la proprietà degli animali – in teoria dello Stato – era di fatto dei gruppi familiari allargati. In una “sottocapitale” del Gobi ho visitato l’emporio che appare nel “Cammello che piange”. E’ stato “privatizzato” dividendolo in stanze di cui ciascun commesso è diventato proprietario: ogni stanza vende un po’ di tutto, e gli affari non vanno bene. Qualcuno dice che i consulenti delle fondazioni americane venuti a predicare il verbo capitalista in Mongolia avrebbero dovuto studiare meglio il paese.

L’economia mongola, tra l’altro, vive sulle miniere (soprattutto di rame) e sul cashmere: quest’ultimo è minacciato dal dumping cinese, un problema che non riguarda solo la Mongolia, anche se marche mongole come Gobi hanno sviluppato per il prodotto finito un design di buon gusto la cui qualità compensa il prezzo relativamente più elevato rispetto alla concorrenza della regione cinese (detta Mongolia interna). Anche la qualità della materia prima resta molto buona, e spiega tra l’altro perché l’Italia delle grandi industrie tessili di qualità sia il settimo partner commerciale della Mongolia. Si è trovato anche l’oro, ma questo ha aggravato i problemi sociali anziché risolverli: squatter che si infiltrano nelle zone concesse in esclusiva a società russe, canadesi e tedesche sfidano la polizia per poche once del metallo e vivono in condizioni pericolose e miserabili.

Qualche economista di sinistra vorrebbe farci credere che “si stava meglio quando si stava peggio” e che in Mongolia oggi, come in Cina domani, passare dal comunismo a una democrazia vicina nell’impostazione economica e politica all’attuale amministrazione americana (tra l’altro, la Mongolia democratica ha mandato truppe in Iraq) danneggia il popolo e i poveri. In realtà, il connubio fra economia di mercato e democrazia comincia a produrre risultati: a partire dal 2003 gli indici economici e sociali hanno preso a crescere, superando quelli precedenti al 1991. L’immagine del più importante campione di sumo giapponese (un mongolo), messa al servizio della pubblicità, simboleggia il nuovo capitalismo. E le immense bidonville di ger alla periferia di Ulanbaatar stanno cominciando per la prima volta a decrescere: i nomadi, fatta l’esperienza non necessariamente positiva della grande città, tornano a fare i nomadi, sperando che l’inverno sia mite, l’estate non troppo torrida, e le organizzazioni del commercio internazionale persuasive nel convincere i cinesi a non vendere il cashmere sottocosto.

Non si deve neppure dimenticare che in un paese così intimamente legato a tradizioni spirituali e colpito in epoca staliniana da una repressione religiosa di una ferocia uguagliata solo dall’Albania e dalla Corea del Nord, la rivoluzione del 1991 ha almeno concesso la libertà di religione. Ne è risultata anche un’espansione di gruppi di origine cristiana, facilitata da missionari che vengono dalla Cina (un paese che ormai esporta cristianesimo) e di cui beneficiano per ora soprattutto mormoni (sorprendentemente la terza religione del paese), avventisti e pentecostali. La Chiesa cattolica manca di sacerdoti e conta solo qualche centinaio di fedeli, ma il tasso di crescita annuo (30 per cento) è incoraggiante. Molti di più partecipano alle sue attività culturali. Padre Patrick, un sacerdote cattolico afro-americano che lavora con i missionari salesiani, ci parla con entusiasmo dei centocinquanta giovani mongoli che partecipano a una festa cattolica in campagna per salutare quelli fra loro che andranno dal Papa alle Giornate Mondiali della Gioventù nella lontana Colonia. L’interesse per il cristianesimo appare evidente da una semplice visita a qualsiasi libreria. In un paese dove il buddhismo popolare è culturalmente debole le prospettive di crescita non mancano, e l’universalismo della Chiesa cattolica è più accettato dalle élite culturali rispetto a movimenti di origine cristiana di cui si teme la capacità di “americanizzare” la spiritualità rompendo con l’eredità culturale locale. Già ai tempi di Khublai Khan e del suo celebre ospite Marco Polo (1254- 1324) l’ipotesi di una conversione dei Mongoli al cattolicesimo era del resto apparsa per un momento possibile, forse una grande occasione storica non capita nella lontana Roma e perduta.

Comunque sia, in Mongolia è già successo quello che da anni si attende in Cina. Salendo la pressione che deriva dalla libertà economica, il Partito comunista finisce per concedere libertà politica e religiosa senza che si spari un colpo, perché pensa che la sua superiore organizzazione gli consentirà comunque di prevalere nelle elezioni. La lezione mongola per la Cina è che se l’occidente vuole una democrazia dove quello comunista non resti per decenni il primo partito, deve anzitutto insistere sulla libertà religiosa, che non è un optional ma è la conferma che le altre libertà non sono concesse solo per finta, e aiutare le forze democratiche e filo-occidentali a dotarsi non solo di programmi economici realistici e graduali ma anche di serie capacità organizzative. A queste condizioni, la serie di passaggi che osservo in Mongolia può davvero anticipare quello che succederà nei prossimi anni in Cina.

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