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il dogma dell’inferno

Il Dogma dell’Inferno.

MOSTRATO DA FATTI

tolti dalla Storia sacra e profana

del R. P. SCHOUPPES S.J.

Versione italiana

di un Padre della Compagnia di Gesù

Tip. Pontificia ed Arcivescovile

dell’Immacolata Concezione

Modena – Via de’ Servi, 10

Modena – 1883

Con approvazione Ecclesiastica

***

INDICE

I. Il Dogma dell’Inferno.

II. Manifestazioni dell’Inferno.

III. Apparizioni di reprobi

IV. Il negare l’Inferno è braveria da insensato

V. Del risveglio dell’empio nell’Inferno.

VI. Verità dell’Inferno.

VII. Del supplizio dell’Inferno.

VIII Del Timor salutare dell’Inferno.

IX. Il Pensiero dell’Inferno

***

I. – Il Dogma dell’Inferno.

Il dogma dell’Inferno è la verità più terribile di nostra fede; e noi ne siamo certi come dell’esistenza di Dio e dell’esistenza del sole; non vi essendo verità più chiaramente rivelata che quella dell’Inferno, da Gesù Cristo ben quindici volte affermata nel suo Vangelo.

Nel che la ragione viene in aiuto della rivelazione; mentre l’esservi un Inferno si accorda colle immutabili nozioni di giustizia scolpite nel cuore umano, per modo che sì tremenda verità, rivelata fino dal principio agli uomini e sì conforme al lume naturale, fu sempre ed è tuttavia riconosciuta da quanti popoli non andarono per effetto di barbarie sommersi nella più selvaggia ignoranza.

Così non fu mai l’Inferno negato né da eretici, né dai giudei, né dai maomettani, e gli stessi gentili, tuttoché in mezzo a tanti errori ne avessero alterato il concetto, non ne perdettero però mai la credenza.

Alla moderna empietà delirante era serbato il superar quella di tutte le precedenti età col negare l’esistenza dell’Inferno. Sì, vi sono uomini che si ridono dell’Inferno, o lo mettono in dubbio, o lo negano apertamente!

Si ridono dell’Inferno; come? Ridersi della credenza universale dei popoli, di una dottrina che riguarda il destino eterno dell’uomo, del supplizio di fuoco da tollerarsi per una eternità! Mettono in dubbio, o negano anche l’Inferno; ma in un punto di religione non può decidere chi non è giudice competente; ma non si può mettere in dubbio, e meno ancora negare una credenza stabilita sì sodamente, senza recare irrepugnabili argomenti. Ora sono essi competenti in materia di religione coloro che negano il dogma dell’Inferno? o non sono anzi del tutto estranei a quella parte di scienza che appellasi teologia? e non ignorano per ordinario fino ai primi clementi del Catechismo?

Donde viene lor dunque la smania di metter bocca in una questione religiosa, che supera le loro facoltà? perché tanto ardore in combattere la credenza dell’Inferno? Ah troppo ne va del lor proprio interesse! Sentono eglino, che se l’Inferno vi è, sarà loro porzione, c vorrebbero pure i miseri che non vi fosse; quindi pongono sforzi a persuadersi che di fatto non vi è; sforzi che riescono per lo più ad una specie d’incredulità, la quale in sostanza è un puro dubbio, ma dagl’increduli manifestato con una negazione.

Dicono, non vi è Inferno! E per quali ragioni, negano sì arditamente? Ecco in breve tutte le loro ragioni e ragionamenti. – Io non credo l’Inferno. – Chi lo afferma, non ne sa nulla. – La vita futura è questione insolubile, un forse invincibile. – Nessuno è tornato mai dopo morte per attestare che vi sia inferno. – Qui stanno le pruove tutte dei dottori dell’empietà. Esaminiamole.

Io non vi credo. Non credete? E perché non credete voi, non vi è l’Inferno? Per questo solo vostro capriccio? Se un ladro fosse insensato al punto di negare che vi sia la prigione, la prigione cesserebbe per questo di essere? ed il ladro non vi potrebbe cadere?

La vita futura è un oscuro problema, l’Inferno è un forse. Vi ingannate: il problema è sciolto pienamente dalla rivelazione, né ombra di dubbio vi rimane. No, no, qui non han luogo i forse, ma tutto vi è salda certezza: l’Inferno è un fatto di fede, come l’esistenza del genere umano è un fatto indubitabile di natura. Ma poniamo pure per un istante che vi sia qualche incertezza, sì che possa dirsi con qualche probabilità: Forse non vi è punto l’Inferno; io domando a chiunque abbia sana ragione: Chi appoggiandosi a tale semplice forse si esponesse a cader nel supplizio dì un fuoco eterno, non sarebbe il più insensato degli uomini?

Nessuno é tornato dal sepolcro a parlarci dell’Inferno. E se ciò fosse vero, non esisterebbe l’Inferno? Tocca forse ai dannati il manifestarci che vi è? Tanto varrebbe a dire che ufficio è dei prigionieri l’attestarci che vi sono prigioni. Ah non è punto necessario che vengano i dannati ad accertarci esservi l’Inferno; ci basta la parola di Dio, che lo proclama per ammaestramento dell’uman genere.

Ma voi che pretendete, non essere alcuno dei trapassati venuto a parlarvi dell’Inferno, ne siete poi ben sicuro? Lo dite, lo affermate; ma vi stanno contro fatti storici, accertati, incontrastahili. Né parlo io qui di Gesù Cristo, disceso all’inferno e risorto da morte: altri morti vi sono che tornarono alla vita, e reprobi che ci hanno fatto riconoscere la loro eterna riprovazione. Tuttavolta, sia quale si voglia la certezza storica di tali fatti, non è su di essi, ripeto, che intendiamo stabilire il dogma dell’Inferno; ma sulla parola infallibile di Dio. I fatti però, che qui si arrecano, servono bene a confermarlo ed a metterlo in maggior luce.

II. – Manifestazioni dell’Inferno.

Come dicevamo, il dogma dell’Inferno appoggiasi all’infallibile parola di Dio, il quale peraltro, in aiuto della nostra fede, permette misericordiosamente che di quando in quando si appalesi questa verità in maniera sensibile. E di vero, siffatte manifestazioni sono più frequenti che non si pensa; e quando vengano con sufficienti testimonianze accertate, si debbono ammettere come ogni altro fatto della storia.

Eccovi uno di tali fatti, provato giuridicamente nel processo della canonizzazione di san Francesco di Girolamo, e deposto con giuramento da gran numero di testimoni oculari

L’anno 1707 predicava il Santo, secondo l’usato, per le contrade di Napoli, parlando dell’Inferno e dei castighi terribili che attendono i peccatori ostinati. Abitava lì vicino una donna di mala vita, la quale importunata da quella voce che destava in cuore i rimorsi, cercò di sopraffarla con ischerni e gridi, accompagnati dal suono di romorosi strumenti. E com’ella stavasi sfrontatamente alla finestra, il Santo le gridò su: Badate, figliuola, che se voi resistete alla grazia, il Signore prima di otto giorni vi punirà! Ma la infelice seguitò anche peggio. Trascorsi gli otto giorni, il Servo di Dio tornò a predicare di rimpetto alla medesima casa, che questa volta era in silenzio, a finestre chiuse; e gli uditori costernati gli si fanno incontro dicendo: Caterina, tal era di nome la mala femmina, è morta subitaneamente poche ore sono. È morta! rispose il Santo; ebbene, or ella ci dirà che abbia guadagnato a beffarsi dell’Inferno. Su, andiamo ad interrogarla. – Le quali parole, scolpite con accento da ispirato misero tutti in aspettazione di un miracolo. Ed egli, seguito da gran folla, sale di presente al camera mortuaria; dove fatta breve preghiera, scopre la faccia della estinta, chiedendo a gran voce: Catterina, di’ ove ora tu sei! A tale domanda, la morta solleva il capo aprendo le truci pupille, si ricolora in volto, contrae i lineamenti in aspetto di orribile disperazione e con lugubre voce risponde: All’Inferno, sono all’Inferno! E ripiomba cadavere. – Io fui presente a tale spettacolo, depone uno dei testimonii nei processi, ma non potrò mai spiegare l’impressione da esso prodotta in me e negli astanti; né quella che provo tuttora, ogni qualvolta passo davanti a quella casa e riguardo a quella finestra, parendomi udire risonar tuttavia da quella sinistra dimora il grido lugubre: All’Inferno, sono all’Inferno!

Radbodo re dei Frisoni, del quale si parla nella storia ecclesiastica al secolo ottavo, avea detto a san Vulfrando di non temere l’Inferno, e di volervi essere coi re suoi antenati ed altri illustri personaggi, aggiungendo: Del resto, potrò sempre ricevere il battesimo più tardi. Signore, gli rispose il Santo, non trascurate la grazia offertavi, mentre quel Dio che offre perdono al peccatore, non gli promette il domani. – Il re non diede ascolto e differì la conversione; ma un anno appresso, saputo l’arrivo di san Villibrordo, gli andò un messo pregandolo di venire in corte a battezzarlo. Troppo tardi, rispose il Santo all’inviato, il vostro signore, dopo la vostra partenza, è morto. Ha sfidato il fuoco eterno, e vi è caduto. Questa notte appunto l’ho io visto carico di ardenti catene in fondo all’abisso.

Ecco un’altra testimonianza di oltre tomba. Afferma la Storia che trovandosi san Francesco Saverio in Cangoscima nel Giappone, vi operò gran numero di miracoli, tra i quali il risorgimento di una illustre donzella, morta nel fiore degli anni, lasciando in estrema desolazione il genitore, che per essere idolatra non potea riceverne conforto alcuno da’ suoi. Prima però dei funerali, venuti a visitarlo due, neofiti lo consigliarono a cercare soccorso dal Servo di Dio; domandandogli con fiducia la vita della estinta figliuola. Così persuaso il pagano non essere niente impossibile al bonzo di Europa, cominciò a sperare contro tutte le umane apparenze; laonde condottosi al Santo, gli si gitta lagrimoso appiedi, supplicandolo di restituirgli viva l’unica figlia testè perduta, il che tornerebbe un rendere al padre medesimo la vita. S’impietosì a tanta fede e cordoglio il buon Santo, si ritrasse a pregare col compagno Fernandez, e poco appresso tornato: Andate, disse al desolato genitore, la figliuola vostra è viva. L’idolatra che sperava dovesse il Saverio venire da lui ed invocare il nome del Dio dei cristiani sul cadavere della defunta, ebbe la risposta per una beffa, e se ne dipartiva malcontento; ma fatti alcuni passi, ecco un suo domestico gli corre incontro, gridando con trasporti di gioia che la figliuola era viva; e ben tosto gli venne innanzi lei stessa. La quale dopo i primi abbracciamenti raccontò, come appena spirata due orribili demoni aveano ghermita l’anima sua per gittarla in un abisso di fuoco; ma due uomini di aspetto venerando e modesto l’aveano loro strappata di mano, rendendola al corpo, non sapea dirne il come. Il padre bene intese chi fossero i due uomini, e di presente menò la figliuola dal Santo a ringraziarlo di tanto favore. Questa, subito visto il Saverio ed il compagno, esclamò; Ecco i miei due liberatori! e nello stesso punto la figlia ed il Padre domandarono il battesimo.

Nella vita del venerabile Bernardo Colnago, morto gesuita in Catania l’anno 1611, si legge che per mantenersi ognor viva in cuore la memoria della morte, sì efficace a condurre una santa vita, si tenea dinanzi nella sua cameretta un teschio collocato su picciola base. Or una volta gli cadde in pensiero, come quello poteva essere stato di un’anima già ribelle a Dio, ed allora oggetto della collera di lui. Pregò adunque il Giudice supremo d’illuminarlo intorno a tale dubbio, facendo tremare il cranio, se lo spirito che avealo avvivato bruciava nell’Inferno. Non avea compiuto la breve preghiera, e quello si agitò con orribile tremito, segno evidente che era cranio di un riprovato. – Questo santo Religioso godette di straordinarii favori celesti, fra’ quali di conoscere i secreti delle coscienze, e talvolta i decreti della Giustizia divina. Un giorno il Signore gli rivelò la perdita eterna di un giovinastro, che formava la desolazione del proprio parentado, L’infelice; dopo essersi abbandonato ad ogni disordine, venne ucciso da un suo nemico. La madre, compresa per così trista fine da gravi timori sulla eterna salute del figliuolo, prega il Colnago di farle sapere dove si trovasse quell’anima; ed egli, malgrado le più vive istanze, non rispose parola, mostrando col suo silenzio di non aver nulla di consolante a dire. Ma poi ad un amico, che gli chiedea, perché non avesse risposto a quell’afflitta madre, disse apertamente di non averla voluta affliggere di vantaggio, mentre il disonesto giovane era dannato, come il Signore glielo avea nell’orazione dato a vedere, sotto un aspetto schifoso e spaventevole.

Il 1 agosto 1645, morì nel collegio di Evora in odore di santità il fratello Antonio Pereira, la cui vita è delle più straordinarie che si leggano negli annali della Compagnia di Gesù. Nel 1599, cinque anni dopo il suo ingresso nel noviziato, fu colto da mortale malattia nell’isola di San Michele, una delle Azori, e pochi momenti appresso ricevuti gli ultimi sacramenti, sotto gli occhi dell’intera comunità presente alle sue agonie, parve rendesse l’anima, riducendosi a freddo cadavere. Solo un leggerissimo palpito di cuore, appena sensibile, impedì che si pensasse tosto a seppellirlo, e così fu lasciato disteso sul suo letticciuolo per tre giorni. Quand’ecco al quarto, mentre i segni di putrefazione apparivano evidenti, egli di tratto apre gli occhi, respira e parla. Allora il padre Luigi Piyneiro suo superiore gli ordina per ubbidienza di raccontare ciò che gli avvenisse dopo gli ultimi tratti dell’agonia, ed eccone in breve la relazione da lui scritta poscia di propria mano. «Primieramente io vidi dal letto di morte il mio padre sant’Ignazio in compagnia di alcuni nostri Padri del cielo, il quale venia a visitare i suoi figliuoli ammalati, cercandovi coloro che a lui sembrassero degni di essere offerti da sé e dai compagni a nostro Signore. Quando egli mi venne vicino, io credetti un momento che mi menerebbe seco, ed il mio cuore balzò di allegrezza; ma di presente egli mi palesò in che dovessi correggermi prima di conseguire un sì gran bene». Allora tuttavia l’anima del Fratello, per arcana disposizione di Provvidenza, se ne spiccò momentaneamente dal corpo, e subito alla vista di un branco di orribili demonii si riempì di spavento. Ma nel tempo istesso l’angelo suo Custode e santo Antonio di Padova suo protettore, discesi dal cielo, misero in fuga i nemici, che le si precipitavano sopra, e la invitarono a venire con loro a veder e gustare per brev’ora un saggio delle gioie e dei dolori della eternità. «Essi dunque, seguita egli, mi condussero verso un luogo di delizie, dove mi mostrarono una corona di gloria incomparabile, ma da me non ancora meritata: poi sull’orlo del pozzo di abisso io vidi le maledette anime piombare nel fuoco eterno, alla maniera del grano gettato sotto una macina girante senza posa; la voragine infernale era come una divampante fornace, dove per intervalli rimanea la fiamma come soffocata sotto l’ammasso delle legna precipitatevi, delle quali alimentandosi si rilevava poi con violenza maggiore».  Condotto quindi il Pereira al tribunale del Giudice divino, si udì condannato al fuoco del Purgatorio, e niuna cosa di quaggiù, assicura egli, varrebbe di farci comprendere ciò che là si patisce, né l’angoscia prodotta dalla brama prolungata di godere Iddio e la beatissima sua presenza. Pertanto, dappoichè per ordine di Dio fu egli tornato in vita, né i nuovi dolori del male, continuato per sei interi mesi e vinto solo colla cura del ferro e del fuoco, né le terribili penitenze di quarantasei anni appresso, non bastarono a calmare la sua sete di patimenti e di espiazione; perciocché «Tutto questo, diceva egli, era un niente verso quello che la giustizia e la misericordia infinita del Signore mi ha fatto, non solamente vedere, ma sentire». Finalmente come a sigillo autentico di tante meraviglie, il Fratello svelò al Superiore i particolari disegni della Provvidenza sul ristabilimento del regno di Portogallo, come un mezzo secolo dopo avvenne precisamente secondo la predizione. Ma si può francamente aggiungere che la pruova più sicura di tutti questi prodigi si è la stupenda santità verso la quale il Pereira non cessò mai pure un giorno di sollevarsi.

III. – Apparizioni di Reprobi.

Santo Antonino arcivescovo di Firenze, riporta ne’ suoi scritti un terribil fatto, accaduto nel decimoquinto secolo, con ispavento di tutto il settentrione d’Italia. Un giovinetto tra i sedici e diciassette anni, avendo taciuto un grave peccato in confessione, e poi così comunicatosi, avea differito di settimana in settimana, di mesi in mesi, l’accusa dell’orrendo suo sacrilegio; e sebbene tormentato dal rimorso, in luogo di scoprire con semplicità la sua disgrazia, si studiava di tranquillarsi facendo di gran penitenza, ma indarno. Non potendo più reggere, entrò in un monastero, dove almeno, si riprometteva egli, avrebbe detto tutto ed espiare le spaventose sue colpe. Per sua sventura vi fu accolto dai superiori, che lo conosceano di fama, come soggetto di rara virtù, e di qui venne a crescere in lui vergogna. Così egli durò un anno, due, tre nel doplorabile suo stato, senza osar mai di svelarlo. Sopravvenne alfine una malattia che sembrò agevolargliene il modo, ed egli disse: Voglio palesar tutto, voglio prima di morire far una buona confessione. Ma pur troppo venuto al punto, anzichè manifestare sinceramente i suoi falli, li palliò di maniera che il sacro ministro non ne poté intender niente. Sperava il misero di porvi riparo il domani, ed intanto in un accesso di delirio inaspettatamente morì. La Comunità, ignara di quello che era, si sentiva compresa di venerazione per lo defunto, sicché il cadavere ne fu trasferito con ogni solennità nella chiesa e lasciato esposto in coro fino al mattino seguente, in cui doveansi celebrare i funerali. Ma che? pochi momenti prima dell’ora a ciò fissata, uno di que’ Religiosi, mandato a suonar la campana, di colpo si vede innanzi il trapassato, carico di roventi catene, e con tutta la persona come incandescente. Si spaventò il poveretto, e caduto in ginocchio tenea fisso lo sguardo nella orribile apparizione. Allora gli disse il riprovato: «Non pregate punto per me, che sono all’Inferno per tutta la eternità!» E qui si fece a raccontare la storia lagrimevole de’ suoi sacrilegi e della sua sciagurata vergogna. Dopo ciò disparve, lasciando nella chiesa un odore infetto, che si sparse anche per tutto il monastero, come a testimonianza della verità delle cose udite dal Religioso. Onde avvisatine i Superiori, fecero tosto levar via il cadavere, come indegno della ecclesiastica sepoltura.

Dopo citato questo esempio nel suo opuscolo sull’Inferno, monsignor de Sègur aggiunge: Nel nostro secolo, tre fatti somiglianti, certissimi quanto mai, sono venuti a mia conoscenza. Il primo ebbe luogo quasi nella mia famiglia, e fu a Mosca in Russia, poco prima dell’orrenda Campagna del 1812. Il mio avo materno, conte di Rostopchine governatore militare di quella città, era molto intrinseco del generale conte Orloff, empio del pari che valoroso. Or questi una volta, dopo cenato col generale V… suo amico e volteriano come lui, prese con esso a beffarsi orribilmente della religione e sopratutto dell’Inferno. Peraltro, venne a dire, peraltro, e se vi fosse qualche cosa al di là della cortina?… Allora, rispose il compagno, chi di noi se ne andrà il primo, vengane a dar notizie all’altro. Siamo intesi? Egregiamente! conchiuse l’Orloff; ed ambedue s’impegnarono sul serio a non mancar di parola. Alcune settimane appresso scoppiò la guerra, l’esercito russo si mise in campo, ed il V. ricevette ordine di partire immantinente con un comando di grande rilevanza. Da due o tre settimane avea lasciato Mosca, quando una mattina di buonissima ora, mentre il mio avo si vestiva, bruscamente si apre l’uscio di sua stanza, ed ecco il conte Orloff, in veste da camera, in pianelle, coll’occhio impietrito, pallido come un cadavere. Come! Orloff, voi! a quest’ora? in tale abito? che avete? che vi accade? Oh mio caro, risponde il Conte, credo d’impazzire! Ho veduto testè il generale V. – Il generale V.? È dunque tornato? Ah! no, ripiglia Orloff, gittandosi sopra un sofà e stringendosi la testa fra le mani, non è tornato, no; e questo appunto mi spaventa! – Il mio avo non intendea nulla, e cercava di calmarlo, dicendo: Su, dite, che vi accade? Io non capisco! Allora il Conte, sforzandosi di reprimere la sua commozione, così raccontò: Il Rostopchine mio caro, poco tempo fa il V… ed io ci eravamo dato parola giurata, che il primo di noi a morire venisse a dire all’altro, se alcuna cosa vi è al di là del tendone, Or ecco, stamane, non è anche mezz’ora, stando io a letto, desto da gran tempo, non pensando per niente all’amico, di tratto mi si aprono le cortine, e mi vedo a due passi il general V., pallido, colla destra sul petto, che mi dice: «Un Inferno vi è, e vi sono!» e così disparve. «Io sono venuto a voi subitamente; la mia testa se ne va; quale strano evento! non so che pensarne!» L’avo mio lo acquietò del suo meglio; ma non era facile impresa. Gli parlò di allucinazioni, di asma notturno, di possibilità che dormisse, ed altrettali fanfaluche, e poi lo fece ricondurre nel proprio calesse a casa. Intanto trascorsi dieci o dodici giorni; un corriere arreca dal campo fra le altre notizie anche quella della morte del generale V., il quale uscito per riconoscere le posizioni del nemico, caduto era trapassato da una palla di cannone, in quel giorno ed ora precisa che comparve al conte Orloff. Vi è un Inferno, ed io vi sono! ecco le parole di qualcuno che ne è ritornato.

Il secondo fatto è il seguente, narrato al Segur nel 1859 da un venerando sacerdote, superiore di ragguardevoli Comunità. Durante l’inverno 1847-48, dimorava in Londra una vedova Dama di circa ventinove anni, ricca molto e molto mondana. Tra coloro che ne frequentavano la casa era un giovane signore, la cui soverchia assiduità e mal regolati diportamenti non poco nuocevano alla buona riputazione di lei. Una notte leggeva ella sul proprio letto non so quale romanzo; ma udito scoccar l’ora, spense il lume per pigliar sonno. Ed ecco a suo grande stupore, una strana luce biancastra, che parea venir dalla porta della sala, e lentamente diffondendesi per la stanza, a ciascuno istante si aumentava. Rimase la donna sulle prime attonita, non sapendo che fosse, ma poi cominciò a sgomentarsi; quando vide a poco a poco aprirsi la porta nell’attigua sala e per essa entrare il giovin signore suo complice Il quale, prima ch’ella potesse dire pur sillaba, le fu da presso, ed afferratala per la giuntura della man sinistra, con voce stridente esclamò: Vi è un inferno! La misera ne risentì al braccio tale dolore che svenne. Riavutasi dopo una mezz’ora, suonò alla cameriera, la quale al primo ingresso sentì odore d’abbrustolito, e fattasi vicino alla padrona, che a stento potea parlare, le scoperse intorno al braccio una scottatura profonda fino a all’osso, larga quanto la mano di un uomo. Inoltre osservò che dalla porta al letto, e dal letto alla porta, il tappeto era impresso da vestige di piè umano, che ne aveano bruciato il tessuto da parte a parte, ed al di là in sala scomparivano affatto. Il dì appresso l’infelice Dama riseppe, con un terrore facile ad immaginare, come la notte precedente, ad un’ora, quel signore erasi trovato briaco fradicio sotto la tavola, e portato dai domestici nella sua stanza, tra le loro braccia era spirato. Io non so, aggiunge quel superiore, se così terribil lezione abbia convertito la sciagurata femmina, ma ben so ch’ella vive ancora, e per sottrarre agli sguardi le tracce della funesta sua bruciatura, portasi a guisa di smaniglia un largo nastro d’oro al polso manco, né lo depone giammai. Questi particolari, lo ripeto, tengo da un prossimo parente di lei, cristiano assai di proposito, alla parola del quale io presto fede pienamente. In sua famiglia non se ne parla mai, ed anche a voi lo confido tacendone al tutto i nomi delle persone. Ed io, ancora conchiude il Ségur, nonostante l’arcano onde si volle coperto il fatto, giudico non potersene menomamente chiamare in dubbio la terribile autenticità.

Il terzo caso arrecato dallo stesso scrittore è questo. Nel 1873 pochi dì prima dell’Assunzione ebbe luogo in Roma una di quelle apparizioni che confermano sì efficacemente la verità dell’Inferno. Una casa di peccato, aperta colà dopo l’invasione savoina, era situata presso l’ufficio di questura, ed una delle miserabili abitatrici, feritasi una mano, dovette trasportarsi all’ospitale della Consolazione, dove qual che ne fosse la causa, ella durante la notte inaspettatamente morì. Nello stesso punto una delle sue compagne, ignara certo dell’avvenuto allo spedale, si mise a gridare disperatamente, per modo da mettere in iscompiglio la casa, da destare i vicini, da far correre le guardie di polizia. Che era mai? La morta nello spedale erale apparsa circondata di fiamme, dicendo: «Sono dannata! Se tu non vuoi essere come me, esci da questo infame luogo, e fa ritorno a Dio!» Niente poté calmare lo spavento di quella meschina, che al rompere dell’alba se ne fuggì, lasciando le altre disgraziate immerse nello stupore, sopratutto dacché riseppero la morte dell’altra compagna. In questi fatti, la padrona del luogo, garibaldina esaltata e come tale riconosciuta fra’ suoi, caduta inferma fa ben tosto chiamare un sacerdote per provvedere all’anima sua. Ci venne il degno prelato monsignor Sirolli, parroco di San Salvatore in Laura, il quale prima di ogni altra cosa esigette dall’inferma la piena ed intera ritrattazione delle sue bestemmie contro il Papa e la pronta cessazione del mestiere infame da lei esercitato. Ella senza esitare acconsentì, fece purgare la casa, poi si confessò e ricevette il santo Viatico con gran sentimento di penitenza e di umiltà. Sentendosi presso a morire, come nella notte avvenne, ella supplicava il caritatevole ministro del Signore di non abbandonarla, per lo continuo spavento in che era, a cagione dell’apparizione di quella dannata figliuola. Tutta Roma ebbe tra breve notizia di questi paurosi avvenimenti; ma gli empi ed i libertini, al loro solito, se ne beffarono; i buoni ne approfittarono per migliorarsi e mantenersi ancor più fedeli ai loro doveri.

IV. – Il negare l’Inferno è braveria da insensato.

Si danno sciagurati, o per dir meglio insensati, i quali nel delirio di loro empietà osano beffarsi dell’Inferno dicendo, ma solo a fior di labbra, che la coscienza loro vi protesta contro con un’aperta mentita. Collot d’Herbois, famigerato per la sua empietà egualmente che per la sanguinaria ferocia, fu l’autor principale dei macelli di Lione nel 1795, ove perirono da mille e seicento vittime. Nel 1799 venne rilegato a Caienna e continuava esalando la rabbia sua infernale col bestemmiare ogni cosa più santa. Il minimo atto di religione, la minima apparenza di cristiana pietà, riusciva oggetto de’ suoi scherni, ed avendo una volta veduto un soldato segnarsi, gli gridò: «Imbecille! ancora tu credi alla superstizione? Non sai che il buon Dio, la Vergine, il Paradiso, l’Inferno sono invenzione della maledetta razza dei preti?» Poco appresso ammalò; pativa violenti dolori, ed in un accesso di febbre trangugiò d’un tratto una bottiglia di liquore, onde il suo male aggravossi a segno, che egli si sentiva come bruciare le viscere da un fuoco divorante. Mandava urli spaventosi, invocava Dio, la Vergine, un sacerdote in suo aiuto. Come! domandò il soldato, voi un prete? Voi temere l’Inferno? Non imprecavate al prete? Non vi burlavate dell’Inferno? ahimè, diss’egli allora, la mia bocca mentiva al mio cuore! Così a non molto spirò, vomitando bava e sangue.

Il fallo seguente accadde nel 1857. Un sottotenente, entrato nella chiesa dell’Assunzione a Parigi, vide un sacerdote inginocchiato presso un confessionale; e com’egli avea per abito di fare oggetto de’ suoi scherni ogni cosa di religione, pensò di prendersi sollazzo; fingendo di volersi confessare. Onde accostatosi al prete dimandò: Reverendo, vorreste voi confessarmi? Volentieri, rispose quegli, confessatevi pure liberamente. – Ma bisogna che prima vi dica esser io un peccator singolare. – Non importa; il sacramento di penitenza è istituito per ogni sorta di peccatori – Ma io non credo più che tanto alle cose di religione. – Vi credete più di quello che pensate. – Vi credo? Io? Me ne rido di tutto – Vedendo allora il sacerdote che si trattava di una beffa, rispose sorridendo: Vi ridete di tutto? Anche di me? – Il finto penitente sorrise anch’egli. Ascoltate dunque, ripigliò l’altro, poiché non fate davvero, lasciamo da parte la confessione, e se vi piace facciamo un po’ di conversazione. Io amo assai i soldati, e poi voi mi avete l’aria di buon figliuolo. Ditemi, qual è il vostro grado? – Sottotenente – Fino a quando? – Per due, tre, forse anche quattro anni. – E poi? – Salirò a tenente, – E poi? ­ Spero di riuscire capitano – E poi? – Tenente colonnello. – E poi? – Colonnello. ­ Quanti anni avrete allora? – Dai quaranta ai quarantacinque. – E poi? – Sarò promosso generale di brigata. – E poi? – Se vado più su, potrò esser generale di divisione. – E poi? – E poi rimane solo il bastone da maresciallo; ma tanto non pretendo. – Sia, con bene. Ma e non pensate voi di collocarvi? ­ Anzi, quando sarò ufficiale superiore. – Benissimo! Eccovi sposo, ufficiale superiore, generale, forse anche maresciallo di Francia, chi sa? E poi? – E poi? Per fermo, io non ne so altro. – Vedete cosa singolare? disse allora il prete in tono sempre più grave. Voi sapete ciò che avverrà fino a quel punto, ed ignorate ciò che verrà appresso. – Ebbene, lo so io, e ve lo dirò. Appresso, voi morrete, voi sarete giudicato, e se continuate a vivere così, andrete dannato a bruciare nell’Inferno Questo verrà appresso. – A questo termine, parendo che il giovane annoiato mirasse a bellamente svignarsela: Un momento, signor mio, disse il sacerdote. Voi sentite il punto d’onore, ed io pure: e poiché non potete negare di aver mancato con me, mi dovete una riparazione. Ve la domando ben semplice. Prima di coricarvi, direte per otto giorni: Un giorno io morrò, ma me ne rido; dopo morto sarò giudicato, ma me ne rido; dopo giudicato andrò perduto, ma me ne rido; dovrò abbruciare nell’Inferno eternamente, ma me ne rido! Ecco tutto; ma voi dovete darmi parola d’onore di non mancarvi. La date? L’ufficiale, per liberarsi da quella noia, promise. Venuta la sera, si mise alla prova: Io morrò, dicendo; sarò giudicato… ma non gli bastò l’animo di aggiungere: Me ne rido. Né gli otto di erano scorsi, che tornò alla chiesa stessa, si confessò seriamente, tornando dal sacro tribunale col volto bagnato di lagrime, col cuore innondato di gioia.

Una giovane, fattasi per colpa del brutto suo vivere incredula, non cessava di aguzzare la rea lingua contro la religione e di metterne in ridicolo le più terribili verità. Giulietta, le dissero un giorno, la vuoi finir male; Dio si stancherà delle vostre bestemmie, e ne sarete castigata. Ih, rispose colei procacemente, ben poco me ne do pensiero! Chi è tornato a dirci che avviene di là? Men di otto giorni appresso la fu trovata in camera senza verun segno di vita e già fredda, laonde giudicata per morta, fu messa nella bara e sotterrata. Il giorno dopo, venuto il becchino a scavare presso la fossa della infelice Giulietta, ode romore, come di chi ne percotesse la cassa. Appressa tosto al suolo l’orecchio, e di fatto sente una cupa voce gridare aiuto! aiuto! Le autorità vi sono chiamate, si apre per ordine loro la fossa, se ne ritrae e dischioda la cassa, cessa ogni dubbio, la donzella era stata sepolta viva. I suoi capegli erano scarmigliati, sconvolto il lenzuolo mortuario, il volto sanguinava. Mentre la disciolgono e pongono al cuore la mano per accertarsi se ancor palpitasse,  ella manda un sospiro come persona da gran tempo priva di aria, poi apre gli occhi, fa uno sforzo per sollevarsi e dice: Dio mio vi ringrazio! E come ebbe ripreso bene i sensi e ricuperate con un poco di cibo le forze, aggiunse: Quando rinvenni entro la fossa, e riconobbi la spaventosa verità del mio sotterramento, e dopo mandate grida, cercato di sforzare la cassa, percossa la fronte contro le tavole, vidi che tutto era inutile, la morte mi si fece presente con tutti i suoi orrori: ma la morte temporale mi sgomentava meno assai della morte eterna; vedea chiaramente che andava dannata… Dio mio, troppo lo avea meritato! Allora pregai, gridai, aiuto, riperdetti i sensi, fino al momento che li riacquistai disseppellita. O bontà del mio Dio! diceva ella versando lagrime, io vi avea disprezzato; voi mi avete punita, ma nella vostra misericordia; non son più quella; credo, mi pento!Chi nega l’Inferno, sarà ben presto sforzato ad ammetterlo, ma ohimè, troppo tardi! Il padre Nieremberg, nel suo libro Differenza tra il tempo e l’eternità, parla di uno sventurato peccatore, che per effetto de’ suoi disordini avea perduta la fede. La buona sua moglie esortavalo a tornare a Dio, rammentandogli l’Inferno; ma egli rispondeva ostinato: Non vi è Inferno. Un giorno ella lo trovò morto, e, cosa strana, con in mano una misteriosa carta, ove a grandi caratteri era scritta la terribile confessione: Ora so che vi è l’Inferno!

V. – Del Risveglio dell’Empio nell’Inferno.

Gli sciagurati peccatori, che addormentati nelle illusioni del mondo, vivono come non vi fosse Inferno, saranno di subito tratti d’inganno, precipitando dai loro piaceri nel baratro dì ogni tormento. La catastrofe del caffè Kivoto a Smirne ci porge una ben languida imagine di quella ben più tremenda che tosto o tardi li attende. Tale caffè teatro, come si dice, si sporgea sul mare, sostenuto da fitti pali, ma dal tempo e dalle acque corrosi. Eravamo all’11 febbraio 1873 alle 10 di notte, e là stavano un duecento persone intente alla commedia, che molto le sollazzava; quando un orrendo scroscio d’improvviso si fa udire, e nello stesso punto crolla l’edificio che cogli spettatori rimane inghiottito dal mare. Quale spaventoso trapasso per quei miseri gaudenti! Ma quanto più spaventoso sarà quello del mondano nel dì che andrà improvvisamente travolto in un pelago di zolfo e di fuoco!

Nella notte del 31 marzo al 1 aprile 1875, l’Atlantico, ampio e magnifico naviglio, andò a picco, lungo le coste del Canadà presso Halifax, e di novecento cinquanta persone che vi erano, perirono settecento. Il maggior numero dormiva tranquillamente, quando il legno die’ negli scogli e quasi all’istante calò a fondo. Terribile risveglio degl’infelici nell’atto stesso di essere inghiottiti nell’abisso! ma quanto più terribile sarà quello dell’empio, subitaneamente precipitato nell’Inferno!

Il 28 dicembre 1879, avvenne la ruina del ponte della ferrovia sul Tay, fra Edimburgo e Londra presso Dundee. Era di ferro, lungo una mezza lega, e per quanto robusto, ai ripetuti colpi delle onde sollevate da fiera burrasca durante il giorno, crollò alfine in parecchie arcate; ma era già notte e nessuno se ne accorse. Ed ecco alle sette e mezzo un treno spiccatosi da Edimburgo entra volando con un centinaio di viaggiatori sul fatal ponte, e giunto al vuoto si precipita nelle onde. Un grido non si udì, e in men di un batter d’occhio quegli sventurati si trovarono in fondo alle acque. Quale sorpresa! quale istantaneo mutamento! Ma che sarà mai, quando in meno di un batter d’occhi si troverà il peccatore sommerso nella voragine dell’Inferno!

VI. –  Verità dell’Inferno.

Ora vediamo come il Figliuol di Dio ci parla dell’Inferno

«Guai al mondo per causa degli scandali. Imperocché necessaria cosa è che sianvi degli scandali; ma guai all’uomo, per colpa del quale viene lo scandalo. Che se la tua mano e il tuo piede ti serve di scandalo, troncali e gettali via da te: è meglio per te di giungere alla vita con un piede e una mano di meno, che con tutte due le mani e tutti due i piedi essere gittato nel fuoco eterno. E se l’occhio tuo ti serve di scandalo, cavatelo e gittalo via da te: è meglio per te l’entrare nella vita con un sol occhio, che con due occhi esser gittato nel fuoco dell’Inferno».  (S. Matt. XVIII. 7 ss. e V. 29 )

«Non temete coloro che uccidono il corpo, e non possono uccidere l’anima; ma temete piuttosto colui, che può mandar in perdizione e l’anima e il corpo nell’Inferno». (Id. X. 28.)

«Morì anche il ricco, e fu sepolto nell’Inferno. E alzando gli occhi suoi, essendo nei tormenti, vide da lungi Abramo, e Lazzaro nel suo seno. Esclamò, e disse; Padre Abramo, abbi misericordia di me, e manda Lazzaro, che intinga la punta del suo dito nell’acqua per rinfrescar la mia lingua; imperocché io sono tormentato in questa fiamma». (S. Luc. XVI. 22. ss.).

«Allora il Giudice dirà anche a coloro che saranno alla sinistra: Via da me, maledetti, al fuoco eterno, che fu preparato pel diavolo e pe’ suoi angeli». (S. Matt XXV. 41)

«E vi dico che molti verranno dall’oriente e dall’occidente e sederanno nel regno dei cieli; ma i figliuoli del regno saranno gittati nelle tenebre esteriori; ivi sarà pianto c stridore di denti». (Id. VIII. 11, 12).

«Ma entrato il re per vedere i convitati, vi osservò un uomo, che non era in abito da nozze. E dissegli: Amico, come sei tu entrato qua, non avendo la veste nuziale? Ma quegli ammutolì. Allora il re disse a suoi ministri: Legatelo per le mani e per li piedi, e gettatelo nelle tenebre esteriori: i vi sarà pianto e stridore di denti» (Id. XXII. 41 ss.)

«E il servo inutile gettatelo nelle tenebre esteriori: ivi sarà pianto e stridore di denti». (Id. XXV. 50.)

«Ma io vi dico che chiunque si adirerà contro del suo fratello, sarà reo in giudizio. E chi gli avrà detto stolto, sarà reo del fuoco della geenna». (Id. V. 22)

«Il Figliuolo dell’uomo manderà i suoi Angeli; e torranno via dal suo regno tutti gli scandali e tutti coloro che esercitano l’iniquità. E li getteranno nella fornace di fuoco: ivi sarà pianto e stridore di denti». (Id. XIII. 41-42.)

«Se la tua mano ti scandalizza, troncala: è meglio per te giungere alla vita con solo una mano, che avendone due andare all’Inferno in un fuoco inestinguibile; dove il loro verme non muore, e il fuoco non si smorza. E se il tuo piede ti scandalizza, troncalo: è meglio per te il giungere alla vita eterna con solo un piede, che avendo due piedi essere gettato nell’Inferno in un fuoco inestinguibile; dove il loro verme non muore, e il fuoco non si smorza. E se il tuo occhio ti scandalizza, cavatelo: è meglio per te l’entrare con un solo occhio nel regno di Dio, che avendo due occhi essere gettato nel fuoco dell’inferno; dove il loro verme non muore, e il fuoco non si smorza». (S. Marc. IX. 42. ss.).

«Qualunque pianta non porti buon frutto, si taglia e si getta al fuoco» (S. Matt. VII. 19.)

«Io sono la vite, voi i tralci: chi si tiene in me, e in chi io mi tengo, questi porta gran frutto. Quei che non si terranno in me, li gitteranno sul fuoco a bruciare». (S. Giov. XV. 5, 6)

«Figliuole di Gerusalemme, non piangete sopra di me; ma piangete sopra voi stesse, e sopra i vostri figliuoli. Poiché verrà giorno che cominceranno a dire alle montagne: «Cadete sopra di noi; e alle colline: Ricopriteci. Imperocché se tali cose si fanno del legno verde, del secco che sarà?» E vuol dire: Che sarà dei peccatori, destinati come il legno secco a bruciare? (S. Luc. XXIII 28. ss.)

«La scure sta già alla radice degli alberi. Qualunque albero adunque, che non fa buon frutto, sarà tagliato e gettato nel fuoco. Quegli che verrà dopo di me, è più potente di me; egli vi battezzerà collo Spirito Santo e col fuoco. Egli ha la sua pala nella sua mano: e purgherà affatto la sua aia; e radunerà il suo frumento nel granaio; ma brucierà le paglie con fuoco inestinguibile». Parole del santo precursore. (S. Matt. III. 40 ss.)

«E fu presa la bestia, e con essa il falso profeta, che fece prodigi, coi quali sedusse coloro che ricevettero il carattere della bestia e adorarono la sua imagine. Tutti due furono messi vivi in uno stagno di fuoco ardente di zolfo. Saranno tormentati dì e notte nei secoli de’ secoli. E chi non si trovò scritto nel libro della vita, fu gettato nello stagno di fuoco». (Apoc. XIX 20, XX 10, 15)

A fronte di tali testimonianze è manifesto, che chi vuole dubitar dell’Inferno, vuol dubitare della infallibile parola di Dio; vuole ascoltare il linguaggio dei libertini anzichè la dottrina infallibile della Chiesa. La Chiesa insegna che vi è l’Inferno; il libertino lo nega; a questo vorrete credere? Emilio Scauro nobile Romano, costretto a scolparsi dinanzi al popolo da un’accusa mossa gli da certo Varo, uomo senza fede e onore, parlò così: Romani, voi conoscete Varo e conoscete me: or egli mi accusa come reo, io mi protesto innocente: egli dice sì, io dico no; a chi crederete voi? Il popolo applaudì, e l’accusatore se ne andò confuso.

Anche la ragion naturale conferma il dogma dell’Inferno. Un empio si vantava di non credervi; ma un uomo di buon senso e modesto stimò suo dovere di chiuder la bocca al fatuo ciarlone con questa semplice domanda:  «I re della terra hanno prigioni a castigo dei loro sudditi ribelli, e Dio re dell’universo non le avrà per gli oltraggiatori della sua maestà?» Il malvagio non ebbe replica.

L’empio che nega l’Inferno rassomiglia proprio al ladro che volesse negar la prigione. Ad uno dì questi si minacciava il giudice ed il carcere: l’insensato risponde: «Che giudice, che prigione? non ve ne sono». Non avea finito, che il pubblico ufficiale lo ghermì e lo tradusse al giudice. Ecco l’imagine dell’empio, insensato a segno da negare l’Inferno. Giorno verrà, in cui egli sorpreso dalla Giustizia divina vedrassi precipitare nell’abisso da sé ostinatamente negato, a riconoscerne per forza la formidabile realtà!

L’empio che nega l’Inferno è somigliante all’aghirone di Africa, sciocco uccello, del quale si dice che vedendosi dietro i cacciatori, ficca il capo nell’arena e si tiene così al sicuro, perché non iscorge più l’inimico; ma ben presto viene a disingannarlo il dardo che lo trafigge. Allo stesso modo confitto nelle terrene cose si dà il peccatore a credere che non è a temere l’Inferno; ma viene poi la morte fargli conoscere per funesta esperienza quanto sia stato grande il suo inganno.

La verità dell’Inferno è sì chiaramente rivelata, che l’eresia non osò mai di negarla. Perfino i protestanti, che per poco hanno abbattuto ogni dogma, innanzi a questo ristettero. Laonde una signora cattolica, stimolata da due di quei ministri a farsi dei loro, ebbe a dare tale spiritosa risposta: «Signori, voi avete per verità una bella riforma: avete tolto via il digiuno, la confessione, il purgatorio; ma per mala sorte avete conservato l’Inferno: togliete via questo, e sono dei vostri». Sì, o signori miei, liberi pensatori, togliete l’Inferno, e noi pure saremo dei vostri. Ma sappiate che a tal effetto non basta il dire: Non lo credo.

E non è inconcepibile follia l’esporsi a cader nell’Inferno, appoggiandosi ad un misero forse? Due increduli entrarono un dì nella cella di un anacoreta, ed alla vista de’ suoi strumenti di penitenza, lo chiesero perché menasse vita così austera. Per meritarmi il Paradiso, egli rispose. E quelli sorridendo: O buon padre, ti saresti bene illuso, se dopo morte non evvi niente! Ed il sant’uomo, volgendo loro uno sguardo di compassione: Molto peggio sareste illusi voi, se vi è qualche cosa.

Un giovine olandese di famiglia cattolica ebbe la disgrazia per le sue malvagie letture di perdere al tutto la fede, il che ai parenti, e sopra tutti alla pia genitrice, tornò di amarissimo dolore. Invano questa novella Monica gli porgeva i più sani ammonimenti; invano lo esortava, caldamente piangendo, a tornare a Dio; a tutto il male arrivato figliuolo si mantenea sordo ed insensibile. Alla fine per contentare la madre si piegò ad entrare in una casa religiosa, per farvi alcuni giorni di Esercizii, o com’egli dicea, per riposarsi fumando a piacer suo, Ascoltava dunque sbadatamente le prediche, e tosto dopo ripigliava il fumare, senza pensar più a quello che avea udito. Anche alla meditazione dell’inferno parve contenersi come alle altre; ma rientrato in camera, mentre al solito fumava, una riflessione a mal suo grado gli sorse in meni e: «E se fosse vero che vi è l’Inferno? Se uno ve ne ha, evidentemente sarebbe per me! E di vero, come so io che non vi è l’Inferno? Convien dirlo, non ne ho certezza di sorta; solo mi va per la mente un forse! E con un forse arrischiarmi a bruciare in eterno, per fermo sarebbe stranezza al di là d’ogni termine. Se altri può tanto, io non mi sento spoglio di ragione a segno di seguirlo». Con questo si mette a pregare, la grazia gli penetra l’anima, i suoi dubbii svaniscono, ed egli si alzò convertito.

Racconta un pio autore il grave castigo, onde fu colpito un empio diniegatore dell’Inferno, cui per riguardo alla famiglia dà il finto nome di Leonzio. L’infelice faceasi vanto di sfidare il Cielo e l’Inferno, da lui spacciati quali chimeriche superstizioni. Un dì che dove a tenere un convito nel proprio castello, volle traversarlo con un amico il cimitero, ed avendo a caso urtato in un teschio, lo respinse da sè, dicendo empiamente: Via di qua, ossa infette, vani avanzi di ciò che non è più! Il compagno, che era di ben altro pensare, gli oppose: Fate male così parlando. Conviene rispettare le spoglie dei trapassati, per riguardo alle lor anime, che vivono sempre, e verranno a riprenderle nel giorno della risurrezione. Leonzio rispose volgendo al cranio cotale sfida: «Se lo spirito che ti animò esiste ancora, vengami a recar notizie dell’altro mondo, che io l’invito per questa sera al mio banchetto». All’ora posta sedutosi a mensa con numerosi amici, raccontava l’avventura del cimitero, ripetendo le medesime empietà; quand’ecco un repentino fracasso si fa udire, e quasi al tempo istesso appare in sala con ispavento indicibile dei convitati un orrendo spettro. A tal vista Leonzio, smessa ogni audacia, impallidisce e trema, come fuori di sè; vorrebbe fuggire, ma lo spettro gli è sopra come folgore, e afferratolo pel collo, gli fracassa il capo contro la parete. – Io non so fino a che punto sia il racconto autentico; ma il certo si è, che verrà giorno, nel quale sarà la superbia degli empii abbattuta, e stritolato il loro capo dal Giudice dei vivi e dei morti: Egli giudicherà le nazioni, le riempirà di cadaveri, conquasserà il capo di molti a terra. (Salm CIX, 6.)

Or ecco un altro evento, quasi contemporaneo, riferito da un autore degno di fede. Due giovani, già condiscepoli ed amici di collegio, che per mantenere il secreto io chiamerò Eugenio ed Alessandro, l’uno era rimasto in famiglia, spendendosi in opere di carità nella pia opera di S. Vincenzo; l’altro entrato nella milizia vi avea conseguito il grado di colonnello, ma perduto ogni traccia di religione. Tornato questi dopo gran tempo a rivedere i suoi, ritrovossi una domenica anche coll’amico Eugenio. Il quale ad un certo punto del prolungato colloquio: Amico, dice, è ora di lasciarvi. Ed Alessandro: Per dove sì sollecitamente? ­ Prima alla benedizione; poi ad una seduta di beneficenza. – Povero Eugenio! Credete ancora al Paradiso e all’Inferno? Chimere, vi dico, superstizioni, fanatismo… – Caro Alessandro, non dite così voi, che meco già imparaste, come le verità della fede si appoggiano a fatti incontrastabili. – Chimere, vi ripeto, alle quali io non credo più. Se inferno vi è, acconsento di andarvi oggi stesso. Venite, venite meco a teatro. – Caro amico, accomodatevi; ma non provocate la giustizia di Dio. Ma Eugenio parlava a sordo che udir non volea salutari avvisi; quindi coll’animo amareggiato se ne andò. A tarda notte però, essendo egli già coricato: Su, presto, gli corrono a dire, da Alessandro, ricondotto da teatro con un male che fa spavento! Vola Eugenio, e lo trova agitato da violenti convulsioni, colla bocca schiumosa ed il torbido sguardo errante! Al primo ravvisarlo: O Eugenio, esclamò l’infelice, tu dici che vi è l’Inferno, e dici vero! Sì, vi è l’Inferno, e io ci vado; già vi sono; già ne sento il supplizio e la rabbia! Indarno l’amico si provò a calmarlo; che lo sciagurato non rispose se non con urli e bestemmie. Ne suoi furibondi trasporti si lacerava con morsi le braccia, sputando i brani di carne contro di lui, contro la madre, contro le sorelle; ed in questi orrendi accessi spirò! La madre se ne morì di dolore; le due sorelle entrarono in religione, ed Eugenio ancora voltò le spalle al mondo, rinunziando una splendida fortuna, per evitar, consecrandosi a Dio, l’Inferno.

VII. – Del supplizio dell’Inferno

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Il terribile tormento del fuoco primeggia nella Scrittura, ove si tratti dell’Inferno, da essa chiamato stagno di solfo e di fuoco, la geenna del fuoco, il fuoco eterno, la fornace ardente ove il fuoco non estinguerassi giammai. Ma questo fuoco, acceso dalla divina Giustizia, sarà di efficacia incomparabilmente superiore a quella di tutte le fornaci e di tutti gl’incendii del mondo. Ahimè, chi potrà intendere come sia possibile il sopportarlo? Eppure vi si dovrà dimorare in eterno! Chi di voi, domanda il Profeta, potrà abitare nel fuoco divorante, tra gli ardori sempiterni?

Il fatto seguente, accaduto nel 1604, venne raccontato al padre Andrada, missionario gesuita in Giappone, da quel medesimo che ne fu testimonio e parte. Era questi fra Riccardo, religioso francescano, martirizzato poi colà stesso nel 1626 col tormento del fuoco. Ed in pruova dello straordinario fatto mostrava il proprio abito, vestito appunto in conseguenza di quello. Egli dunque, giovine ancora, ebbe la disgrazia di praticare con un reo compagno, dal quale trascinato per la via del vizio, smise ogni pratica di pietà, salvo che recitava tutte le sere tre Ave. Una volta i due si erano trattenuti fino a tarda notte, in una casa di peccato, e Riccardo, non potendo menarne seco il compagno peggiore di lui, si ridusse da solo a casa, dove recitata la solita preghiera, si pose a letto. Ed era già immerso nel primo sonno, quando ripetuti colpi lo fecero destare di soprassalto; riguarda egli, e senza che l’uscio si fosse aperto, si vede innanzi un giovane, che riconosce per l’amico suo. Sì, certo, son io, disse colui con voce spaventevole, son io, morto e dannato. All’uscire da quel covo, rimasi pugnalato, e tu ne troverai disteso alla soglia il mio corpo. L’anima è nell’Inferno, e tu vi saresti meco, se non fossero state le tue preghiere alla santissima Vergine. Ahi che io sono molto più di te infelice! Mira! E così dicendo, aperte le vesti, si mostra tutto in fiamme e dispare. Riccardo allora, sciogliendosi in lacrime, balzò a terra, rese grazie a Maria, domandò perdono de’ suoi peccati e promise di mutar vita. In questi pensieri ode la campana dei Padri di S. Francesco suonare a mattutino, e tosto esclama: Là Dio mi chiama ad espiare le mie colpe! E di fatto corre difilato al Guardiano del convento, supplicando dì esservi ricevuto. Ma perché, a cagione della conosciuta sua mala vita, non si voleva esaudire, egli narrò il recente fatto; e due religiosi, andati alla via segnata, trovarono realmente il cadavere dell’infelice, nuotante nel proprio sangue, tutto nero e di orribile aspetto in volto. Con ciò Riccardo fu accolto nell’Ordine, dove condusse una vita esemplare, ed andato a predicare il Vangelo nelle Indie passò al Giappone, dove incontrossi col padre Andrada, e con tanto zelo affaticò, da meritare in ricompensa la beata corona del martirio.

Il fatto seguente si toglie dagli Annali della Compagnia di Gesù. Trattasi di un’apparizione avvenuta nel Perù l’anno 1590, attestata da parecchi autorevoli testimoni. Abitava non lungi da Lima una buona signora con tre domestiche, una delle quali indiana, di circa sedici anni, appellata Maria. Era questa battezzata; ma dimenticando a poco a poco i santi propositi mostrati dapprima, la diede attraverso, fino a che caduta in grave malattia ricevette gli ultimi sacramenti, ma con segni di molto scarsa pietà; di guisa che ebbe a dir sorridendo alle due compagne di essersi ben guardata dal palesare tutte le sue colpe al sacerdote. Quelle, sgomentate a tale parlare, ne avvisarono la padrona, la quale tanto si adoperò con preghiere e minacce, che l’inferma diè mostra di pentirsi con promessa di riparare il mal fatto. Si confessò dunque di nuovo, e poco appresso morì. Ma tosto il cadavere cominciò esalare un insolito ed insopportabile fetore, onde fu mestieri portarlo fuori all’aperto in cortile; il cane di guardia, animale abitualmente tranquillo, prese ad ululare in maniera lugubre e strana: compiuta la sepoltura, mentre la padrona, secondo l’usanza del paese, desinava in giardino, un sasso venne repente a cadere con orribil fracasso in mezzo alla tavola, facendone balzare piatti e stoviglie senza rottura di sorta: una delle serventi, coricatasi nella camera stata della defunta, venne destata da paurosi strepiti, come se i mobili tutti vi fossero da forza occulta conquassati e gittati a terra: la poveretta se ne fuggì: volle provare a pigliarne il posto la compagna, ma collo stesso effetto. Allora si accordarono a passarvi la notte insieme; e questa volta intesero chiaramente la voce di Marta, e tosto videro anche la sciagurata, comparsa nel più orribile stato e tutta in fiamme. Ella disse di esser venuta per ordine di Dio a far loro conoscere il proprio stato; di esser dannata per le colpe d’impurità e per le confessioni sacrileghe continuate fino alla morte; e aggiunse: Raccontate quel che vi dico, affinchè altri approfittino della mia disgrazia. Alle quali parole mandò un disperato urlo e disparve.

Il fuoco dell’Inferno è fuoco reale, fuoco che brucia come il nostro, ma incomparabilmente più attivo. Non vi sarà fuoco reale nell’Inferno, mentre vi è nel Purgatorio? «Lo stesso fuoco, afferma santo Agostino, tormenta i dannati e purifica gli eletti. «Questa verità si dimostra da gran numero di fatti; ed eccone uno attestato da monsignore di Ségur. Nell’aprile del 1870, scrive egli, ho veduto, a Foligno, e toccato una di quelle impronte di fuoco, talora prodotte dalle anime che appariscono e attestano che il fuoco dell’altra vita è fuoco reale. Nel convento delle Terziarie Francescane morì di apoplessia fulminante, al 4 novembre 1859, una buona suora, Teresa Gesta di nome, da molti anni maestra delle novizie e custode delle povere vesti del convento. Due giorni appresso suor Anna Felicia, succedutale in questo ufficio, all’entrare in guardaroba, udì gemiti che pareano provenienti dall’interno della stanza. Ne fu scossa, aperse tosto l’uscio, ma non vide alcuno. Intanto nuovi gemiti le vennero all’orecchio, sì spiccati, che malgrado il suo coraggio ordinario, ella ne prese paura, e: Gesù, Maria! gridò, che è questo! Non avea finito, che sentì una voce lamentevole, accompagnata da dolenti sospiri, che diceva: Oh Dio, che peno tanto! La religiosa stupefatta riconobbe tosto la voce di suor Teresa. Allora tutta la stanza riempissi di denso fumo, e l’ombra della defunta comparve, strisciandosi lungo la parete, diretta verso la porta. Come vi giunse, gridò con forza: Ecco un testimonio della misericordia di Dio! E insieme diede un colpo nella superior parte della porta, lasciandovi spiccata nel legno riarso l’impronta della sua destra, e disparve. Suor Anna Felicia era rimasta mezzo morta di spavento; poi si mise a gridare aiuto! Accorre una delle consorelle, poi un’altra, poi tutta la comunità, che si serra intorno a lei e stupisce al sentire odor di bruciato. Suor Anna racconta l’accaduto, mostrando la terribile impronta; e tutte riconosconvi la mano, notabilmente picciola, della già suor Teresa. Fuggono sgomentate in coro a pregare, passano così la notte in penitenza, e la mattina si comunicano per la defunta. Intanto se ne sparge al di fuori la novella, le altre religiose famiglie della città si associano con loro pregando, ed il giorno appresso, che fu il 18 novembre, suor Anna, sul punto di coricarsi, udissi chiamar nettamente per nome dalla voce di suor Teresa. Nel medesimo istante le si presenta uno splendido globo ad illuminar la celletta come di pieno giorno, e la voce della defunta si spicca in accento di gioioso trionfo: Sono morta di venerdì, giorno della Passione; e di venerdì me ne vado alla gloria! Siate forti a portare la croce, siate coraggiose a patire, amate la povertà! E aggiungendo con amore addio, addio, addio! si trasforma in una leggiera nuvoletta di smagliante candore e dispare, volandosene al cielo. Apertosi tosto dal Vescovo e dai magistrati di Foligno regolare processo del fatto, il 25 novembre si scoprì alla presenza di numerosi testimonii la tomba di suor Teresa, e confrontata l’impronta dell’uscio colla mano di lei, si trovò rispondere perfettamente. Laonde per autorevole sentenza le cose su esposte vennero confermate per vere. La porta colla sua impronta si conserva religiosamente da quelle monache, e la madre Badessa, già testimonio del fatto, compiacquesi ella medesima di farla vedere anche a me.

San Pier Damiano parla di un cotale che vivea solo per godere e sollazzarsi, né per quanto l’avvisassero di pensare all’anima, in pericolo di finire come il ricco malvagio, volle mai ravvedersi. Dopo morto fu visto da un santo anacoreta, sommerso in uno stagno di fuoco, somigliante a immenso mare, ove: andavan travolti innumerevoli dannati, che mandavano disperate grida, sempre in isforzi per guadagnare la riva, e sempre da orribili demonii impediti di approssimarsi e risospinti in quell’oceano di fiamme.

Nicolò di Nizza, parlando del fuoco dell’Inferno, attesta che se di tutti gli alberi delle foreste si formasse una immensa pira e si accendesse, tanto incendio non varrebbe una scintilla di quello, e però niuna cosa della terra ce ne può fornire una conveniente idea.

Vincenzo di Beauvais, al ventesimoquinto libro della sua Storia, racconta il fatto seguente, avvenuto egli dice nel 1090. Due giovani libertini si erano, o davvero o da burla, insieme accordati che chi di loro morisse il primo, venisse a dar notizia del suo stato al superstite. Morì dunque l’uno, e Dio permise che apparisse al compagno: era in orribile stato, tormentato come da una febbre divampante. che ne spremea copiosi sudori. Asciugandosi egli con una mano la fronte, lasciò cadere una goccia sul braccio dell’amico, dicendo: Ecco il sudor dell’Inferno; tu ne porterai il marchio fino alla morte. Quella goccia bruciò il braccio del vivo e ne penetrò le carni con ispasimo inaudito. Ma buon per lui, che approfittò del terribile avvertimento, raccogliendosi in un monastero.

Pietro il Venerabile, abbate di Cluny, racconta un caso del medesimo genere. Un moribondo ostinato nella colpa era per finire impenitente. Bruciava di febbre, ed a refrigerio della sete chiedea dell’acqua fresca; e grazie alle preghiere fatte per lui, il Signore permise che due spiriti dannati gli si presentassero in forma visibile, con una tazza contenente un liquido, di cui gittarono una goccia sulla mano dell’infermo, dicendo: Ecco l’acqua fresca, onde ci refrigeriamo nell’Inferno! La stilla trapassò la mano da parte a parte, bruciandone carni ed ossa. Gli astanti videro sbalorditi l’orribile effetto e le violenti convulsioni, nelle quali per indicibil tormento il misero si contorceva. Ma se l’acqua fresca di laggiù cuoce a tal segno, che farà l’acqua bollente ed i solfi divampanti?

Nel 1875 la città di New-York vide un incendio, di cui le circostanze rappresentano una imagine dell’Inferno. Il serraglio Baunum, pieno di lioni, di tigri e di altre belve feroci, andò in fiamme, onde tutte quelle perirono bruciate vive tra le roventi sbarre dei loro gabbioni. A misura che crescea la vampa, le fiere maggiormente si irritavano; sopra tutte gli orsi e le tigri erano agitati da rabbioso furore Si lanciavano con violenza spaventosa contro le ferree pareti di loro prigioni, ricadendo come masse di piombo, per balzar su di nuovo contro l’invincibile ostacolo che li ritenea cattivi. I disperati ruggiti dei leoni, i fremiti delle tigri, le urla di tutte le altre belve faceano un formidabil tumulto, che potea in alcun modo adombrare quello dei dannati nell’Inferno. Ma l’orribil frastuono andavasi di mano in mano illanguidendo; fino a che succedette il silenzio della morte. Ora figuratevi di vedere chiusi tra quelle gabbie arroventate. non più animali selvaggi, ma uomini; ed uomini, che in luogo di morir tra le fiamme, vi continuano a vivere, come se le loro persone fossero di gran lunga più dure del ferro; questo sarebbe una imagine dell’Inferno, ma molto languida ancora ed imperfetta.

Il venerdì 18 febbraio 1881, avea luogo in Monaco il ballo carnevalesco dei giovani pittori. Vi erano essi numerosi, travestiti ridicolmente chi da frate, chi da prete, chi da pellegrino, con bordoni e rosarii grotteschi, contraffacendo i riti e le pratiche di religione; gli altri da eschimese, coperti di canape e di capecchio. Un zolfino sbadatamente acceso mette fuoco ad uno di questi, che vedendosi ad un tratto divampante, gittasi all’impazzata sopra i compagni, sicché in men che si dice tutte quelle vestimenta di stoppa sono in fiamme. Dodici di quei danzatori, quali faci viventi, corrono disperati, buttandosi gli uni sugli altri, ravvoltolandosi con dolorosi urli per ogni angolo della sala, esalando un infetto odore. In breve tre di loro rimangono abbrustolati cadaveri: nove spirano poco appresso; tredici vengono trasportati allo spedale, ed uno di questi, Giuseppe Sebmertzer, rende l’anima al primo arrivo, mentre gli si staccava dalle braccia e dal petto la pelle accartocciandosi, lasciando a nudo le vive carni, anch’esse intaccate dal fuoco. Tale orribil morte fu riguardata, non senza ragione, come un castigo della Giustizia divina, provocato dall’empia scostumatezza di quei disgraziati; ma fu supplizio di brevissima durata, e ben più leggiero di quello interminabile dell’Inferno.

Il 24 marzo 1881, un altro disastro gittò lo spavento e la costernazione nella città di Nizza coll’incendio del teatro municipale. Avea questo le porte molto anguste ed al tutto insufficienti per la pronta uscita in caso di pressante bisogno. Quella sera essendovi lo spettacolo più splendido dell’usato, gli spettatori vi erano accalcati. E già il tendone era levato per il primo atto, allorché il fuoco si apprende in fondo al palco, e ad un tratto la scena è da ogni parte invasa dalle fiamme. Un grido si levò da tutto il teatro: il fuoco! il fuoco! e lo scompiglio e l’affollamento fu generale, mentre tutti i lumi si trovarono spenti. Solo il bagliore dell’incendio, che rapidamente si propagava, dava in confuso a vedere qualche spaventato attore traversare il palco, in cerca di una uscita, dalle fiamme al misero negata. Gli spettatori delle gallerie giù si precipitavano alla rinfusa per le tortuose scale, con una veemenza da frenetico: le donne ed i fanciulli erano abbattuti e calpesti dai sorvenienti: tutto era pieno di grida di terrore e disperazione! di tanti esseri umani, che lottavano per salvare la vita, e si sentivano morire, soffocati da fumo, o pigiati sotto i piè dei vicini. Quando pompieri, soldati e marinai poterono colà entrare, lo spettacolo vi era orribile; si vedeano ammonticchiati cadaveri, brutti, anneriti, alcuni anche resi carbone, di uomini, donne, fanciulli, che indarno aveano lottato per trovarsi scampo all’aperto. Deh quali dovettero essere per loro quegli estremi momenti, nei quali conobbero che il salvarsi più non era possibile! Alle tre del mattino, sessanta e più cadaveri si trovarono trasportati nella vicina chiesa di san Francesco di Paola; erano mezzo bruciati, e dai lineamenti dei loro volti, e dagli atteggiamenti delle persone, ancora si potevano scorgere le angosce della più atroce agonia. Or che vorrà essere nell’Inferno? Anche là di mezzo all’incendio è chiuso ogni scampo; anche là sono le angosce dell’agonia più crudele; ma la morte non verrà mai a mettervi fine! E questi miseri abbruciati erano essi bene disposti a morire? Ah non è luogo il teatro, dove apparecchiarsi a ben morire! E non è però a temere che sia stato per loro veramente la porta dell’Inferno? Deh se queste vittime avessero conosciuto qual sorte le aspettava, non avrebbero di buon grado rinunciato ad un piacere, che dovea costar loro sì caro? Ma i vostri peccaminosi piaceri, o mondani, vi costeranno assai più caro, e voi non vi rinunciate!

Un sinistro ancor più spaventevole fu l’incendio del teatro in Vienna, successo l’8 dicembre 1881. Vi si dovea rappresentare la prima volta il Conte di Hoffman dell’Offenbach, e più di mille e cinquecento erano gli accorsi ad esserne spettatori. Ma sul punto di cominciare, alle sette di sera, scoppia l’incendio, ed un grido di spavento mette tutta sossopra l’assemblea; lo spavento diventò frenesia, allorquando si videro lanciar le fiamme a rapidamente invadere quel vasto ricinto, per modo che in un attimo si trovò tutto invaso dal fuoco e cangiato in un vero Inferno. Il descrivere il tumulto di tanta gente ivi stivata, le grida di orrore, di rabbia, di disperazione, la è cosa del tutto impossibile. I mal capitati si precipitano verso le porte, si travolgono, si schiacciano gli uni gli altri, con di più il soffitto che roso dalle fiamme cade loro in parte sui capi. Altri per le gallerie si accalcano alle finestre del secondo e del terzo piano, per gittarsi da quelle giù sulla strada; e si vedono dal di fuori sporgersi ed aggrapparsi l’uno all’altro, sospesi per un momento in aria, poi abbandonati al vuoto, per isfuggire il terribile supplizio del fuoco. Ma il maggior numero si trovava imprigionato al di dentro. Un migliaio di uomini, donne e bambini periscono tra le fiamme, abbruciati vivi, ridotti in cenere! Di parecchi si rinvennero le sole ossa calcinate; di più altri i corpi mezzo abbrustolati; grandissimo numero poi di abbracciati e stretti gli uni contro gli altri, come in suprema lotta, nella quale erano spirati; onde si dovette con orrore rilevare, che in quella fornace una disperata battaglia erasi fatta tra’ fuggitivi, spingendosi, afferrandosi, percotendosi per aprirsi uno scampo; ma fu loro forza di sostenere lo spasimo del fuoco e di morirvi. Imagine assai smorta dell’Inferno, dove i reprobi sono bensì tormentati dal fuoco, ma non vi posson morire; perché il loro bruciare deve essere inestinguibile. In occasione di questo spaventoso avvenimento, sì fece il novero dei teatri incendiati da un secolo in qua, e si trovò di parecchie centinaia. Non sembra però questo una lezione della Provvidenza in confermazione degli avvisi dati dalla Chiesa continuamente ai fedeli? Certo, il teatro a’ nostri giorni è d’ordinario una scuola di empietà e di malcostume; ed i perenni incendii non danno quindi bastevolmente a conoscere, come tali edificii dannati alle fiamme, sono per le anime le porte dell’Inferno?

La vista di un’anima che piomba nell’Inferno è per sè sola un incomparabile supplizio. La beata Margherita Maria, leggesi nella sua vita, si vide comparire una consorella poco anzi defunta a domandarle suffragi, perché pativa crudelmente in Purgatorio: Vedete, le dicea, il letto dove sono coricata e patisco intollerabili mali, Ed, io lo vidi, scrive la Beata, questo letto che mi fa tuttavia fremere, irto di acute punte infuocate, entranti nelle vive carni di quella poverina, la quale dicea, ciò avvenire per colpa della sua pigrizia e negligenza nell’osservanza della regola, ed aggiungeva: Mi straziano il cuore con pettini di ferro roventi, per li pensieri di biasimo c disapprovazione nudriti contro le mie superiore; la mia lingua è rosa da vermini a castigo delle mie parole contro la carità; e per le mie mancanze al silenzio mi porto la bocca tutta ulcerata. Ma tutto questo è poca cosa verso un’altra pena da Dio fattami soffrire, la quale, benché non durasse molto, pure la fu il più doloroso di tutti li miei patimenti! Avendo la Beata mostrato desiderio di conoscerla, l’altra ripigliò: Dio mi ha dato a vedere una mia stretta parente, morta in peccato mortale, condannata dal divin Giudice, precipitata nell’Inferno; tal vista mi cagionò uno spavento, un orrore, un travaglio, che niuna lingua potrà spiegare giammai!

Racconta il Surio nella Vita di santa Liduina, che in un rapimento ella vide un abisso, di cui l’ampia apertura era contornata di fiori, e la profondità, riguardandovi, agghiacciava di spavento: un tumulto indescrivibile ne usciva, misto di urla, di bestemmie, di fracassi, di percosse rimbombanti, e dal suo buon Angelo seppe che là era la dimora dei riprovati, dei quali volea mostrare a lei i tormenti. Ahimè, risposegli ella, io non ne potrei sostenere la vista! E come potrei, mentre il solo strepito di quei disperati gridori mi cagiona un orrore insopportabile?

Se i reprobi non sofferissero altra pena nell’Inferno fuorché quella di restare perpetuamente immobili, senza mai cambiar luogo né positura, questo solo deve riuscire intollerabil supplizio. Un ricco voluttuoso, carico di peccati e pieno di timor dell’Inferno, non avea cuore di finirla con una salutare penitenza; ricorse però a santa Liduvina, prodigio di pazienza, pregandola di farla per lui. Volontieri, quella rispose, offerirò per voi i miei patimenti, a condizione che però per una sola notte vi teniate a letto senza cangiar lato né fare il più picciolo movimento. Egli vi si provò, e trascorsa mezz’ora appena, non ne poteva più; pure si rattenne; ma crescendo il travaglio, al termine di un’ora gli venne a parere affatto insopportabile. A tal punto gli sorse in mente il salutare pensiero: Se il durarla immobile per una notte in un soffice letto è tormento sì grande, che sarebbe il giacere così entro un letto di fuoco per un secolo, per una eternità? Ed io esiterò a liberarmene con un poco di penitenza?

Santa Cristina vergine, giustamente sopranomata l’Ammirabile, nata a Santrond nel 1150, risuscitò da morte, e visse di poi quarantadue anni, sopportando inauditi patimenti per sollievo delle anime purganti e per la conversione dei peccatori. Dopo la giovinezza passata nell’innocenza, pazienza ed umiltà, morì ella di trentadue anni in odore di santità, e ne fu portato il cadavere scoperto nella chiesa di Nostra Signora per celebrarvi le esequie. Or mentre i fedeli, concorsivi numerosi, le stanno pregando requie, all’Agnus Dei; la defunta si solleva dal feretro, e pochi momenti appresso si lancia leggiera come piuma in alto, e tranquilla si asside sopra una cornice. A tale portento tutta la gente fugge atterrita, lasciando soli la maggior sorella della morta ed il parroco celebrante. Il quale, compiuta la messa, ordina a Cristina di calare; ed ella scende all’istante soavemente, come non avesse peso il suo corpo, e colla sorella tornasi tranquillamente a casa; dove interrogata dai parenti e dagli amici, ella rispose così: «Quando ebbi dato l’estremo sospiro, l’anima mia uscita dal corpo trovossi attorniata da uno stuolo di angeli, che la trasferirono in luogo buio e pauroso, dove accoglieasi moltitudine innumerevole di anime umane. Ed io vidi pene e tormenti da non potersi esprimere da lingua creata. Fra’ tormentati ravvisai parecchi da me conosciuti in vita; all’aspetto dei crudi loro supplizii mi senti a compresa da vivissima compassione, e chiesi alle mie guide che luogo fosse quello. Io lo riputava l’Inferno; ma mi fu risposto che era il Purgatorio. Appresso mi furono dati a vedere i tormenti dei reprobi, e là pure ravvisai alcuni di mia conoscenza. Poscia gli angeli mi trasportarono in Paradiso al trono di Dio; e lo sguardo pieno di amore, a me da lui rivolto, mi ricolmò d’ineffabile allegrezza, che mi facea sentire come per tutta l’eternità io avrei goduto di quella beatissima presenza. Ma il Signore, in risposta a’ miei pensieri, disse: Sì, o figliuola, tu sarai meco eternamente: ma per ora lascio a tua scelta, o di goder subito della beatitudine, o di tornare anche in vita, a soffrire in corpo mortale le pene delle anime immortali, senza però che possano queste arrecargli guasto alcuno. Per tali pene libererai tu le anime testè vedute con sì grande tua compassione, e contribuirai validamente alla conversione e santificazione dei vivi, compiuto il tempo di tua missione, qua ritornerai al possesso del mio regno. – Non esitai punto a scegliere la parte della carità, e Dio mostrandosene contento ordinò agli angeli di ricondurmi sulla terra. E voi, o miei cari, non vi maraviglierete ai grandi portenti che vedrannosi nella mia persona; poiché saranno opera del Signore, il quale fa ciò che gli piace, secondo i suoi disegni, sovente occulti, ma sempre adorabili». A tale narrazione, ben si capisce, gli astanti rimasero colpiti di un santo sbigottimento, e mirando sbalorditi a Cristina, tremavano al pensiero dei patimenti serbati a questa risorta figliuola. E di fatto, ella da quel punto venne a parere un’anima del Purgatorio in corpo mortale, di maniera che la vita sua riuscì un tessuto di prodigii e di dolori non più veduti. Si ritrasse dal commercio degli uomini, vivendo abitualmente in solitudine. Dopo udita messa, ove sovente comunicava, si vedea fuggire verso i boschi e le selve, a durarvi giorno e notte in orazione; e com’era dotata dell’agilità, volava da un luogo all’altro colla prestezza del lampo, lanciavasi al sommo degli alberi, sui tetti delle case, sulle torri dei castelli e delle chiese; sicché spesso i passaggeri la vedeano posare sui rami di una pianta, e tosto dileguavasi via al loro approssimarsi. Non usava di ricovero alcuno; ma vivea come gli animali del bosco, esposta a tutte le ingiurie del cielo, anche nella più rigida stagione: il suo vestire era modesto, ma grossolano e poverissimo: mangiava, come gli animali, ciò che incontrava per via. Se vedeva un fuoco acceso, v’introducea le mani, i piedi, e, se potea, tutto il corpo, durando nel tormento quanto più le era possibile: spiava le occasioni di gittarsi nelle ardenti fornaci, nei forni arroventati, nelle caldaie bollenti. D’inverno passava le notti nelle gelate acque dei fiumi: talvolta lasciavasene portare dalla corrente sotto le ruote dei mulini, ad esserne travolta, sbattuta, conquassata. Altra industria della insaziabile sua brama di tormenti era di stuzzicare le frotte di cani, perché la mordessero e straziassero; o di ravvoltolarsi fra sterpi e spine, fino a grondare tutta di sangue. Sono questi alcuni dei modi, ond’ella non cessava di tormentare il proprio corpo; e cosa mirabile, ma conforme alla promessa fattagliene da Dio, all’uscire del suo supplizio non ritenea veruna piaga, né si vedea tocco il suo corpo dalla minima lesione. La quale vita di patimento tornò ad edificazione di un numero grandissimo di fedeli, che ne furono testimonio per tanti anni; ed ella dopo convertiti moltissimi peccatori, volò infine a goder della gloria degli eletti, l’anno 1224. Ora se rigori somiglianti ci fanno fremere, che pensare dei tormenti dell’altra vita? Là un’ora di pena sarà più tremenda che cento anni passati quaggiù in rigorosissima penitenza, dice l’autore della Imitazione.

La Storia del Giappone ci parla degli orribili gorghi del monte Ungen vicino a Nangasachi. La vetta di questo, molto alta, si sparte in tre punte, di cui gli intervalli formano voragini spaventose; donde si levano intermittenti vortici di fiamme, e boglienti acque e fanghi cocenti, con esalazioni sì fetide, che quelle gore si hanno dalla gente del paese per fogne dell’Inferno. Tutti gli animali le sfuggono con orrore, e gli stessi uccelli non volanvi sopra impunemente, per quanto in alto levati. Il tiranno Bugondono, signore di Ximabara, pensò di farvi tuffar dentro i cristiani; ed ognuno si figuri la spaventevole agonia, di quei miseri, alla quale non venia la morte a por fine, perché si avea cura di estrarne i dolenti, prima che rimanessero soffocati; ed allora, inzuppati da quelle sulfuree acque, i corpi dei martiri si copriano di orrende pustule, scoppianti ben tosto in maligna piaga, onde ne cadeano putrefatte le carni; e così ridotti, come cadaveri in luoghi immondi si abbandonavano. Sono questi però i tormenti dell’Inferno? Un’ombra, se pure!

Il medesimo Bugondono inventò altri non più uditi supplizii per combattere il cristianesimo. Un giorno gli furono condotti sette cristiani, giubilanti in aver da patire per Gesù Cristo. Montò in furore a tal vista il tiranno, e fatte piantar sette croci, quelli vi fece configgere, ordinando che lor si segasser le membra con taglienti canne ed insieme s’introducesse del sale nelle ferite, Il supplizio si eseguì con lentezza crudele, tanto che durò cinque giorni; e per raffinatezza di barbarie vi erano medici a far prendere dei cordiali ai martiri, con che potessero più a lungo reggere nel supplizio. È questo uno dei tormenti dell’Inferno? Un’ombra, se pure!

All’invasione dei calvinisti in Olanda, avendo questi settarii preso alcuni sacerdoti gesuiti a Mastricht, vollero su di essi sbramare tutta la crudeltà del diabolico loro odio. Dopo averli dunque colmati di scherni e di oltraggi, fecer loro serrare il collo in cerchi di ferro armati di punte e di coltelli; e così le braccia e le gambe in anella somiglianti; poi li misero a sedere su scanni gremiti di chiodi; di sorte che i martiri non poteano stare né muoversi senza tormento. Appresso li attorniarono di fiamme per bruciarli a fuoco lento; quale tortura! Se i pazienti duravano immobili, erano bruciati; se agitavansi erano straziati dalle punte e dai coltelli. I servi di Dio trionfarono coll’aiuto della grazia di tanta barbarie; ma non è men vero però che i tormenti furono oltre misura spietati. Ma sono poi uno di quelli dell’Inferno? Un’ombra, se pure!

L’antichità ci ha conservato il nome di tre tiranni, famigerati per la loro crudeltà, Massenzio, Ezzelino, Falaride. Il primo si dice che legava faccia a faccia, e corpo a corpo le sue vittime a cadaveri, e così le abbandonava fino a che la fetente putredine del morto avesse ucciso il vivo. Il secondo avea prigioni sì orribili, che i condannati chiedeano la grazia di essere scannati per non entrarvi; ma non l’ottenevano, e con funi erano giù calati in sotterranei infetti ad immergersi nella putredine. Il terzo chiudeva i miseri entro un toro di bronzo, che facea poi lentamente arroventare per arrostirli vivi. Supplizii orribili; ma non sono che un’ombra di quelli dell’Inferno, se pure!

I Romani punivano i parricidi con un particolare tormento; precipitavano giù nel mare il reo, cucito entro un sacco in compagnia di serpenti: debolissima imagine del supplizio rìservato nell’Infermo a rei di parricidio contro Dio!

Si freme leggendo nella storia il supplizio atroce dell’uccisore di Guglielmo d’Orange. Ebbe la persona tutta pesta da ferree verghe, trafitta da punte acute, esposta così agli ardori di un lento fuoco, e mentre dopo indicibili spasimi era sullo spirare, Venne con rovente metallo abbrustolato alle mani, e squartato. Questo infelice avea commesso un delitto enorme, ma contro un principe mortale; quale vorrà esser però il castigo di chi si volse contro l’immortale Re dei re?

Secondo alcuni storici, Zenone imperatore, empio del pari che dissoluto, perì di una tragica morte; Nella notte del 9 aprile 91, dopo un’orgia, cadde in sincope si violenta, che si credette estinto, e fu quindi al più presto sepolto nella tomba imperiale. Ivi tornato in sè, chiama indarno i servi e le guardie; nessuno risponde alle sue grida, ed egli si trova nelle tenebre, chiuso tra i morti; con d’intorno da ogni parte fredde muraglie e ferree porte: allora non serba più ritegno; abbandonasi ad ogni trasporto di rabbia e di disperazione, fino a spaccarsi contro la parete il cranio. Così fu trovato il miserabile suo cadavere. Quale orribile condizione di codesto principe sepolto vivo! E la condizione dei riprovati giù nell’Inferno?

L’Inferno è la fogna del mondo ed il ricettacolo di tutte le immondizie morali dell’umanità. Là si trovano ammassate la disonestà, l’intemperanza, la bestemmia, la superbia, l’ingiustizia e gli altri vizii tutti quanti, che sono come la putredine delle anime. A queste immondizie morali si accoppia una corporale infezione, più insopportabile di tutto il fetore degli spedali e dei cadaveri; onde se il corpo di un solo riprovato, afferma san Bonaventura, fosse portato sulla terra, basterebbe a renderla inabitabile, più che una stanza con entro un cadavere putresente. A Lione un uomo, entrato in una tomba cadde morto all’istante; tanto le infette esalazioni vi erano violenti, che lo soffocarono. Sulpizio Severo scrive di san Martino, che questi sul finir della vita fu tentato dal demonio, venuto a lui sotto forma visibile, vestito alla reale, colla corona in testa, affermando di esser il Re della gloria; il Cristo Figliuol di Dio. Ma il santo Vescovo lo riconobbe sotto quelle bugiarde apparenze di umana grandezza, e da sè lo cacciò con dispregio. Così svergognato disparve il superbo spirito, ma per vendetta lasciò la camera del Santo ripiena di tal puzzo, che non vi si potea più stare. I Padri della Compagnia di Gesù aveano, vivente sant’Ignazio, una casa presso il Santuario di Loreto, e perché operavano gran bene nelle anime, l’invidioso demonio, permettendolo Iddio, venne a disturbarli con visibili apparizioni. Tutta la casa era infestata da maligni spiriti, i quali ora spaventavano, ora maltrattavano, or anche cercavano con seducenti illusioni di risospingere quei religiosi nel mondo. Uno di quei perfidi ricacciato da un padre e costretto ad uscir dalla cella, se ne andò dicendo: Ah non ti piacciono i miei consigli; vedi dunque se ti aggradirà meglio il mio alito! A questi detti, spalancata orribilmente la bocca, mandò un soffio di aria sì fetida in volto all’altro, che questi ne rimanea per poco soffocato; e la stanza per parecchi giorni non si potè più abitare.

Altro tormento dell’Inferno è la orribile compagnia dei demonii e degli uomini riprovati. Si danno sciagurati peccatori, che vedendosi chiaramente incamminati a quel termine, si rassicurano dicendo: Non vi sarò solo! Oh tristissima consolazione! È quella dei condannati a portar le catene dentro l’ergastolo. Tuttavia si può ancora intendere come un forzato trovi qualche sollievo nella compagnia de’ suoi simili; ma ohimè, così non sarà nell’Inferno, dove i reprobi addiverranno carnefici gli uni degli altri! «Là, dice san Tommaso, i compagni d’infortunio, anzi che alleviare la sorte dei reprobi, la renderanno più insopportabile». Così anche la società di quei medesimi, che furono in vita i migliori amici, sarà laggiù intollerabile ai dannati, che riputerebbonsi felici della compagnia di tigri e di leoni, piuttosto che dei loro prossimi, dei loro fratelli, dei loro proprii genitori!

Volete or vedere la povertà dell’Inferno e le privazioni soffertevi da coloro, i quali hanno fatto lor dio dei beni del mondo? Considerate il Ricco malvagio. Era in vita assuefatto a delicati cibi, recati in vasellame prezioso; a bere in coppe d’oro vini squisiti; a rivestirsi di bisso e di porpora; ma divenuto abitatore dell’Inferno, si vede ridotto all’estrema indigenza; ed egli che al mendico Lazzaro negava le bricciole della sua mensa, è costretto a mendicare alla sua volta. né domanda lautezze, ma una goccia di acqua, che beato sarebbe a ricevere dal dito di un lebbroso; e questa pure gli è negata! Non lo ha detto il Salvatore? «Guai a voi, o ricchi, perché avete la vostra consolazione! Guai a voi, che siete satolli, perché patirete la fame!» (S. Luc. VI, 24, 25).

Nell’eterno abisso, scrive santa Teresa nella propria Vita, non è luce; ma tenebre delta più cupa oscurità; e tuttavia, oh mistero! senza che alcun raggio vi trapeli, si scorge tutto quello che può arrecar maggior pena alla vista. E fra gli oggetti di tormento agli occhi dei reprobi, i più orrendi sono i demonii, che a loro si scuoprono in tutta la propria mostruosità. San Bernardo parla di un monaco, il quale tutto ad un tratto mandò dalla cella tali grida di spavento, che fecero accorrere tutta la Comunità. Fu trovato fuori di sè, in atto di ripetere queste tristi parole: Maledetto il giorno che sono entrato in religione! Tutti si conturbarono a tale maledizione, di cui non intendevano la causa; e si fecero ad interrogarlo, ad animarlo, a parlargli della fiducia in Dio; ed egli ben presto ritornato alla calma: No, no, riprese, non debbo io maledire la vita religiosa; anzi benedetto il giorno che divenni monaco! Ma, o fratelli, non vi faccia meraviglia, se mi vedete conturbato. Due demoni si sono mostrati a me; e l’orribile loro aspetto mi ha tratto al tutto di senno. Quale mostruosità! Ah piuttosto ogni altro tormento, che sostenerne ancora la vista!

Un santo prete, esorcizzando un ossesso, chiese al demonio, quali pene soffrisse egli nell’Inferno? Un eterno fuoco, rispose colui, un’eterna maledizione, un’eterna rabbia, un’orribile disperazione di non poter mai contemplare quello che mi ha creato. – E che vorresti tu fare per avere il bene di veder Dio? – Per vederlo, fosse pure un solo istante, consentirei di buon grado a sopportare i miei tormenti dieci migliaia di anni… Ma vani desiderii! Io patirò sempre, e non lo vedrò mai! – In altra somigliante occasione, l’esorcista domandò al demonio, quale fosse il suo maggior supplizio nell’Inferno. Rispose quegli con un disperato accento indescrivibile: Sempre, sempre! Mai, mai!

Un giorno meditava una sant’anima sull’Inferno, e considerandone la eternità dei tormenti nelle parole sempre, mai, entrò in turbamento, perché non vedea come conciliare questa grande severità colla bontà e colle altre perfezioni divine: Signore, diceva, io mi sottometto ai vostri giudizii; ma non pare che voi spingiate troppo lontano i rigori della vostra giustizia! – Comprendi tu, si udì rispondere, che cosa sia il peccato? Chi pecca dice a Dio: Io non voglio servirvi! io sprezzo la vostra legge! io mi rido delle vostre minacce! – Comprendo, Signore, che il peccato è un oltraggio alla vostra Maestà. – Ebbene, misura, se puoi la grandezza di tale oltraggio. – Signore, tale oltraggio è infinito, perché si porta contro un’infinita Maestà, – Non è dunque a punire con un castigo infinito? Or come tale non può essere nella intensità, così vuole giustizia che almeno sia tale nella durata. La giustizia divina dunque vuole la eternità delle pene, il terribile sempre, il terribile mai; e li stessi reprobi saranno sforzati a renderle omaggio, gridando in mezzo ai loro tormenti: Giusto siete, o Signore, e retto è il vostro giudizio! (Salm. CXVIII).

S. Giovanni Damasceno riporta nella vita di S. Giosafatte, come trovandosi una volta questo giovane principe travagliato da violenti tentazioni, pregò lagrimando il Signore di esserne liberato. Fu esaudito, e si vide condotto in ispirito entro un luogo buio, pieno di orrore e di confusione e di spettri spaventevoli. Ivi era uno stagno di fuoco e di zolfo, con entro sommersi a divampare innumerevoli sciagurati, tra le disperate urla dei quali una celeste voce si fece udire così: «Qua riceve il peccato il suo castigo! Qua un piacer momentaneo si punisce con una eternità di tormenti!» A tale spettacolo si sentì egli colmare di una forza novella, onde si rese vincitore di tutti gli assalti dell’inimico.

Il più acerbo rammarico dei riprovati, dice san Tomaso, sarà quello di essersi perduti per un niente, mentre era loro sì facile il conseguire una eterna felicità. Gionata venne condannato a morte per avere, contro il divieto di Saulle, gustato un tantino di miele. Ma come sarà più amaro il cordoglio dei reprobi, al vedere come per poco miele, per godimento fuggevole, hanno incontrato la eterna morte! Il re Lisimaco, assediato dagli Sciti che gli aveano tagliato il corso a tutte le fonti, non potendo più reggere ai bruciori della sete, si arrese, ed ebbe salva la vita. Avuta dal nemico una tazza di acqua, bevette avidamente, ma subito esclamando: «Deh come presto trascorse il piacere, a comperare il quale ho perduto il regno e la libertà!» Così ripeteranno i dannati, ma con amaritudine immensamente maggiore: Oh come presto passò il piacere colpevole, a cagione del quale ho perduto una corona di eterna felicità! Tornava Esaù stanco dalla caccia, e per ottenere da Giacobbe una scodella di lenti, gli cedette il suo diritto di primogenitura, e poi se ne andò, poco dandosi pensiero di quello che avea fatto. Ma oh quanto rimase costernato, e quali disperate grida levò, allorquando venuto a raccogliere l’eredità, vide il molto lasciato al fratello ed il pochissimo a sè rimasto! Irrugiit clamore magno, dice la Scrittura. Quali saranno però le urla dei reprobi, quando riconosceranno di avere venduto la celeste loro eredità per manco di un piatto di lenticchie? Quando vedranno di avere per un niente perduto i beni eterni, per un niente incorsi gli eterni supplicii? Geremia profeta predisse a Sedecia re di Giuda la futura sua sorte con queste parole: «Ecco la vita e la morte. Se ascolterai il Signore, rimarrai sul trono tuo in pace; se lo disprezzerai, sarai dato nelle mani al re di Babilonia.» Sedecia non tenne conto del divino avvertimento, ed in breve gli piombò sopra il minacciato castigo; perché caduto in potere di Nabucodonosor, venne accecato e carico di catene gittato nelle prigioni di Babilonia. Quale allora esser dovette l’atrocissimo suo rammarico al ricordarsi della predizione di Geremia? Troppo sparuta imagine dei tardi rammarichi, delle angosce crudeli, onde invano si consumeranno i riprovati! Piangeranno il tempo sprecato in vani sollazzi e nell’obblio di loro salute. Un’ora, ripeteranno per sempre, un’ora ci avrebbe acquistato quello che una eternità non potrà darci giammai! Racconta il padre Nieremberg di un servo di Dio, che trovandosi in un’abbandonata solitudine udì lugubri gemiti, che non poteano provenire se non da cagione soprannaturale; il perché domandò chi fossero gli autori di quelle dolorose grida, e che volessero. Noi siamo riprovati, sì udì risposto da una lamentevole voce, che deploriamo nell’Inferno il tempo perduto, il tempo prezioso, da noi consumato sopra la terra nella vanità e nel peccato. Ah un’ora ci avrebbe dato quello che non potrà mai renderci una eternità!

VIII. – Del Timor salutare dell’Inferno.

Dobbiamo temere l’Inferno, perché vi possiamo precipitare. Ahimè, troppo è facile il dannarsi, e molti di fatto si dannano. S. Teresa li paragona ai fiocchi di neve cadenti nelle fosche giornate invernali. Il servo di Dio Antonio Pereira, citato di sopra, vide le anime peccatrici calare nell’abisso; come i grani di frumento sotto la macina, come le pietre ammassate dentro un’ampia fornace di calcina. Il venerabile Padre Baldinucci, celebre missionario della Compagnia di Gesù, morto in odore di santità l’anno 1717, predicando in aperta campagna, perché la chiesa non potea contenere la gran moltitudine: Fratelli miei, dicea parlando dell’Inferno, volete sapere in quanto gran numero sono quelli che si dannano? Riguardate questo albero! Tutti gli occhi furono rivolti ad una pianta, carica di foglie; e nello stesso punto un improvviso soffio di vento agitò tutti quei rami, facendone cadere le foglie in tale abbondanza, che le rimaste qua e là si contavano. Ecco, riprese l’apostolico uomo, ecco le anime che si perdono; ecco le anime che si salvano. Provvedete a tempo, a fine di essere tra le seconde! Ancora il padre Nieremberg narra di un vescovo, che per una speciale permissione di Dio ebbe la visita di un infelice morto impenitente. Questi domandò se erano tuttavia uomini sulla terra. E perché il prelato mostrava stupore di siffatta interrogazione, soggiunse: Dappoichè io sono nella trista dimora, vidi arrivarvi una sì sterminata moltitudine, che stento a capire come rimangano ancora uomini sulla terra! La quale parola ricorda quella del divino Maestro in san Matteo: «Entrate per l’angusta porta; perché larga e spaziosa è la via che mena in perdizione, e molti vi entrano. Quanto angusta e quanto stretta è la porta che conduce alla vita, e quanto pochi vi entrano!».

Per mettersi al sicuro dell’Inferno, bisogna schivare di prenderne il cammino, bisogna schivare il peccato di ogni maniera. Gli uomini si lasciano strascinare in perdizione, quando per uno, quando per altro legame d’iniquità: Molti muoiono nelle lor colpe, perché privati degli ultimi sacramenti; e fra quelli che li ricevono non pochi ancora si perdono, perché li ricevono male. Ecco un fatto riferito negli Annali del paraguai al 1640. Nella Riduzione dell’Assunta, una donna era morta, lasciando un figliuolo di circa vent’anni, il quale si vide apparire nel più orribile stato la madre, con queste parole: sono dannata, per aver mancato di sincerità in confessione; e molti altri per questo medesimo sono dannati con me. E tu approfitta dell’esempio della disgraziata tua madre! Il padre Nieremberg ricorda di un altro dannato per la stessa cagione. Era un giovane, che con un’apparenza di vita cristiana, odiava però un suo nemico, e frequentando i sacramenti, nudriva in cuore sensi di vendetta, cui Gesù Cristo comanda di deporre. Dopo morte apparve al proprio genitore, dicendo di essere perduto per non aver perdonato al nemico. E appresso con accento di dolore indicibile gridò: Ah se tutte le stelle del cielo fossero altrettante lingue di fuoco, non potrebbero esprimere i miei tormenti!

Ascoltiamo ancora il medesimo autore. Un infelice abituato a compiacersi in disonesti pensieri cadde malato, e ricevette gli ultimi sacramenti. Il dì appresso il suo confessore, mentre tornava per visitarlo, se lo mirò venire incontro dicendo: Non andate più oltre; sono morto e dannato. – perché mai? Non vi siete ben confessato? – Sì, bene: ma dopo il demonio mi rappresentò vietati piaceri, chiedendo se in caso di guarigione vi ritornerei: ho acconsentito alla rea suggestione, e lo stesso momento mi sorprese la morte! Ciò detto aperse le vesti, mostrò il fuoco che lo divorava, e disparve. Una nobile dama e molto pia, narra lo stesso Padre, pregava il Signore di farle conoscere, quali persone del suo sesso maggiormente a lui dispiaceano; e ne fu esaudita in miracolosa maniera. perché si vide aperto sotto gli occhi l’eterno abisso, e dentrovi una femmina in crudeli tormenti, da lei riconosciuta per una sua amica, morta non era molto. Tale aspetto le cagionò stupore pari alla tristezza; perché riputava che la persona in pena non avesse vissuto male. Allora quella perduta le disse: Ho praticata la religione, è vero; ma vissi schiava della vanità; e dominata dalla passione di piacere non temetti di adottare fogge indecenti per attirare gli sguardi altrui, e così accesi il fuoco impuro in più di un cuore. Ah se le donne cristiane intendessero come dispiace a Dio l’immodestia nel vestire! Nello stesso punto la misera venne trafitta da due lance di fuoco e cacciata dentro una caldaia di piombo liquefatto.

Tomaso Cantipratense, dotto religioso domenicano, racconta di un misero peccatore di Bruxelles, dedito all’intemperanza e ad altri vizii prodottine, che avea con morte prematura posto fine a’ suoi disordini. Un suo amico é compagno negli stravizii, dopo assistitone ai funerali, era tornato a casa e stava solo in camera, quando intese gemiti sotterranei. Sgomentato dapprima, non sapea che fare; ma infine arrischiossi a chiedere: Chi è che geme? – Sono io, tuo compagno, si udì rispondere, del quale tu hai seguito il corpo al sepolcro. Ahimè, l’anima mia è sepolta nell’Inferno! Poi con un grido, anzi ruggito spaventoso: Guai a me! l’abisso mi ha inghiottito, e la sua bocca si è chiusa sopra di me!

Anche Enrico di Granata ricorda una giovine, di vita regolata, ma di continuo tormentata dalla bramosa vanità di piacere. Si ammalò e morì, dopo ricevuti tutti i sacramenti. Or mentre il confessore pregava per l’anima di lei, essa gli apparve, affermando di essere dannata, per causa della sua vanità, e, aggiunse: Ho cercato di piacere agli occhi degli uomini, e tale passione mi ha fatto commettere quantità grande di colpe, mi ha impedito di ricever bene i sacramenti, mi ha condotto ai tormenti eterni!

Un usuraio avea due figliuoli che seguivano i mali esempi del padre. L’uno di questi, tocco da Dio, rinunciò al colpevole mestiere e ritirossi nel deserto. Prima di partire però, si fece lagrimando ad esortare il padre ed il fratello a pensar come lui alla propria salvezza, ma indarno; chè quelli durarono nel peccato e morirono nella impenitenza. Iddio permise appresso che il solitario venisse in cognizione del tristo loro stato. In un rapimento egli si trovò sopra un’alta montagna, appiè della quale vedevasi un mare di fuoco, donde si alzava come una tempesta di confuse grida; e poco stette a scorgere tra quei fluiti divampanti suo padre e suo fratello, furibondi l’uno contro l’altro, scagliandosi reciprocamente rimproveri e maledizioni, con tale orribile diverbio: Io ti maledico, figliuolo detestabile! per te ho commesso l’ingiustizia e perduto l’anima! Io ti maledico, padre indegno! perché mi hai perduto co’ tuoi mali esempi! – Io ti maledico, figliuolo insensato, che ti sei associato ai peccati di tuo padre! – Io ti maledico; crudele autor de’ miei giorni, che mi hai allevato alla dannazione. – Così si legge raccontato nelle Vite dei Padri.

IX. – Il Pensiero dell’Inferno.

San Dositeo, vissuto nel sesto secolo, fu allevato come paggio nella corte di Costantinopoli, e sul principio condusse una vita tutta mondana, in profonda ignoranza delle verità della fede. E come avea molto udito parlare di Gerusalemme, volle andarvi per curiosità; ma quivi appunto lo aspettava la misericordia di Dio; la quale a toccargli il cuore servissi di un quadro, esposto in una chiesa, dove erano rappresentati i supplizii dell’Inferno, coi reprobi disperati, sommersi entro un pelago di fiamme, ed orribili mostri, furiosi nello straziarli. Dositeo, colpito da quella paurosa scena, ne domandò spiegazione; ed a lui una persona incognita là presente: È l’Inferno, in cui sono i supplizii dei riprovati. – E quanto durano tali supplizi!? perché sono riprovati quelli che vi sono? Potrei forse anch’io incontrare tanta sventura? Che debbo fare per mettermene al sicuro? Così domandava Dositeo, e di mano in mano fu risposto alle sue domande; e n’ebbe impressione sì viva, che da quell’istante lasciò il mondo per vivere nel ritiro. Entrò dunque in un monastero, dove coll’aiuto della grazia, col pensiero dell’Inferno sempre presente, colla direzione del santo abbate Doroteo, fece rapidissimi avanzamenti nella virtù.

Chi pensa all’Inferno, non vi cadrà, perché al momento della tentazione con tale aiuto si manterrà nel dovere. San Martiniano avea trascorsi venticinque anni nella solitudine, quando il Signore permise che la sua fedeltà venisse posta a fortissimo cimento. La perfida meretrice Zoe, in mentito abito di mendicante, venne sotto una pioggia dirotta a chieder ricovero da lui, per sedurlo. In somigliante occorrenza non poteva il santo anacoreta ricusarsi; lasciò entrare la straniera, ed accese il fuoco, invitandola ad asciugarsi. Ma ben tosto la ribalda, gittati da sè i cenci, si scoperse vestita nella maniera più splendida ed attraente. In tanto pericolo, il servo di Dio si sovvenne dell’Inferno; onde fattosi al fuoco, si tolse i calzari e cacciò i piedi entro le brage. Per dolore mandava lamenti, ma pensava insieme: Ahimè, anima mia, se tu non puoi sopportare un sì debole fuoco, come potrai sopportare il fuoco dell’Inferno? La tentazione fu vinta; Zoe si convertì. Ecco un effetto salutare del pensiero dell’Inferno.

Un altro anacoreta, assalito da violenta tentazione e temendo di cedere, accese la propria lucerna; e poi per concepire al vivo il pensier dell’Inferno, mise il dito sulla fiamma, e lasciandovelo con tanto suo spasimo bruciare, diceva a sè medesimo: Poiché tu vuoi peccare, ed averne in castigo l’Inferno, prova prima se avrai la forza di sostenere quegli eterni tormenti.

Si racconta di san Filippo Neri che ricevette un dì la visita di un uomo di rea vita ed a lui nemico, il quale gli volse ingiusti rimproveri e lo ricolmò d’ingiurie. Allora il Santo lo fece avvicinare al camino, dicendo: Riguardate quel fuoco! Il mal uomo riguardò; ma in luogo del focolare vide un abisso tutto di fiamme, in fondo al quale egli riconobbe il posto a sè destinato. Per la qual cosa il furioso peccatore, compreso di spavento, tosto si calmò, vide il pericoloso stato dell’anima sua, e cangiò costumi.

Nel 1815, passò di vita nel collegio di Saint – Acheul, presso Amiens, il giovinetto Luigi Francesco de Beauvais, a soli quattordici anni, ma già maturo pel cielo; tanto la vita sua era stata innocente e santa, grazie specialmente al pensiero dell’Inferno. Una volta stando ancor piccino presso al fuoco da lato alla madre, domandò se come quello fosse ardente il fuoco dell’Inferno. Ah, bambino mio, rispose la donna, questo fuoco è un niente in confronto dell’Inferno. Ed egli sbigottito: E se io vi avessi a cadere? L’Inferno aspetta solamente i peccatori, e se tu fuggi la colpa, non hai che temere, conchiuse la madre. Le sue parole scolpironsi nell’animo del fanciullo per modo, che furono il principio dell’orrore al peccato e della santa vita di lui.

Andando nel 1540 da Parma a Roma, per la via tra Siena e Firenze, il beato Pietro Fabro, uno dei primi compagni di santo Ignazio, si trovò sorpreso dalla notte in paese infestato da ladri e da banditi. Egli ricorse, conforme l’usato, al suo angelo custode, e ben presto scoperta una casa, andò a chiedervi ospizio. Era di ottobre, e la stagione correa fredda e piovosa. La gente del luogo, vedendo un sacerdote, lo accolse con rispettosa benevolenza, e gli offerse ristoro invitandolo al fuoco per rasciugarsi. Ma mentre ivi assiso parlava egli a’ suoi ospitatori delle cose di Dio, si fece udire un romore di passi precipitosi; poi colpi violenti alla porta; ed ecco uomini armati fino ai denti gittarsi dentro la casa. Erano in sedici masnadieri, che tumultuosamente chiedevano si desse loro quanto eravi di provvisione; poi accomodatisi d’intorno ad una tavola, presero a mangiare e bere in mezzo a villane canzoni ed indecenti propositi. Il beato Fabro non si era mosso; ma tranquillo e pensieroso manteneasi cogli occhi fissi al fuoco. Il capo dei banditi domandò: Che fai tu costà? L’uomo di Dio si taceva; e l’altro: Non rispondi tu? Sei tu sordo? Sei tu muto? No, diss’egli allora; ma un pensiero mi tiene sospesa la mente. – Qual è questo grande pensiero? Su, dillo a noi. – Io penso, egli rispose in tono posato e grave, che l’allegrezza dei peccatori è molto infelice; perché questo fuoco mi ricorda l’Inferno, da cui essi non potranno campare, se non si affrettano di tornare a Dio. – Le quali parole spiccaronsi con tale forza ed unzione, da impor riverenza a quelli omacci, che non proferirono più sillaba, e così ebbe agio il Beato di parlare del loro pericolo di cader nelle mani della giustizia umana, e più ancora in quelle della giustizia divina; poi venne alla sicurezza di una buona coscienza, alla misericordia di Dio, della quale disse cose tanto commoventi, che quei meschini proruppero in lagrime, implorando perdono dei loro peccati. Il buon Padre fece lor animo, e tanto bene li dispose, che tutti a lui durante la notte si confessarono.

Il pensiero dell’Inferno fortifica i deboli. Due cristiane, Donnina e Teonilla, vennero condotte innanzi al prefetto Lisia, che loro intimò l’ordine di rinnegar la fede, e sacrificare agl’idoli. E rifiutandosi, elleno fermamente, un rogo fu acceso ed insieme eretto l’altare di un falso nume, e: Scegliete, fu lor detto, o bruciare incenso su quell’altare, o bruciare voi stesse in quelle fiamme. La risposta delle eroine non si fece attendere: Noi non temiamo un fuoco, che presto si estingue; ma ben temiamo il fuoco dell’Inferno, che non si estingue giammai. Per isfuggirlo, detestiamo i vostri idoli ed adoriamo Gesù Cristo. Così sostennero da forti il martirio nel 285.

Cesario ci narra, come un uomo perverso, pel quale molto si era pregato, venne a morire, e nel momento di seppellirlo, egli rilevossi vivo, pieno di forza, ma compreso di sommo terrore. Interrogato che gli avvenisse, rispose: Dio mi accorda una grazia insigne; perché dopo avermi fatto vedere l’Inferno, oceano immenso di fuoco, nel quale io dovea piombare, mi concede spazio di espiare i miei peccati colla penitenza. Da quel punto il peccatore si vide cangiato in altro uomo, tutto lacrime, macerazioni e preghiere. Camminava tra bronchi e spine a piè nudi, vivea di solo pane ed acqua, il suo guadagno lavorando donava ai poveri; e se altri esortavalo a mitigare le sue austerità: Ho veduto l’Inferno, rispondea, e so che non potrei fare mai troppo per evitarlo. Ah l’Inferno! Se tutti gli alberi di tutte le foreste venissero ammassati in una immensa catasta ed accesi, vorrei meglio gittarmivi a bruciare sino alla fine del mondo, che soffrire una sola ora il fuoco dell’Inferno!

Il Venerabile Beda parla di un ricco del Nortbumberland, cambiato pari mente in altro uomo alla vista dell’Inferno. Chiamavasi Tritelmo, e menava una vita da Epulone. Il Signore per singolarissima grazia gli mostrò in visione i supplizii eterni dei dannati; ond’egli tornato in sè, tosto si confessò, distribuì ai poveri i suoi beni, entrò in un monastero, né mise più limite alle austere sue penitenze. D’inverno immergeasi nell’acqua gelata; d’estate sostenea il travaglio del caldo e della fatica, con rigorosi digiuni e macerazioni, fino alla decrepitezza. E quando gli parlavano di temperare alquanto i suoi rigori, rispondea: Se aveste veduto meco l’Inferno, parlereste altrimenti. – Ma come potete voi tollerare sì eccessivi rigori? – Io non li conto per nulla verso l’Inferno, meritato dalle mie colpe.

Monsignor de Ségur narra un caso molto singolare, avvenuto verso il 1830 nella scuola militare di Saint-Cyr. L’abbate Rigolot dava gli esercizii spirituali a quei giovani, che si radunavano in cappella, prima di salire al dormitorio. Una sera, dopo aver parlato dell’Inferno, tornava egli con una bugia in mano alla propria stanza, e nell’aprirne l’uscio udì chiamarsi da uno che lo seguia su per le scale. Era un vecchio e baffuto capitano, che si fece ironicamente a dirgli: Scusate, abbate mio, voi ci avete fatto testè un magnifico discorso sull’Inferno; ma solo avete ommesso di farci sapere, se vi avremo a cuocere in pignatta, o a spiedo, o alla graticola; vorreste dirmelo? Il sacerdote, veduto con chi avesse a fare, lo mirò fiso; ed appressandogli al naso la candela, rispose tranquillamente: Voi lo vedrete, capitano; e senza più si serrò in camera. Sopravvenne a non molto la rivolta di Parigi, i cappellani militari furono tolti, ed il Rigolot mandato dal suo Arcivescovo ad altro posto, non meno onorevole. Un venti anni appresso, conversava egli tra gran numero di persone in una sala, quando si vede salutare da un vecchione in bianchi mustacchi, che gli domanda, se egli è 1’abbate Rigolot, già cappellano di Saint-Cyr; e udito, che sì, ripiglia commosso: Deh lasciate che vi stringa la mano, e vi esprima tutta la mia riconoscenza! Voi mi avete salvato! – Io? come mai? – Come? Non mi ravvisate voi? Non vi sovviene del capitano, istruttore della scuola, che all’uscire di un ragionamento sull’Inferno vi mosse una molto ridicola domanda, e voi appressandogli al naso la bugia, rispondeste: Lo vedrete? Sono io quel desso, D’allora in poi quella parola mi tenea dietro dappertutto, come il pensiero che andrei a bruciar nell’Inferno. Dieci anni resistetti, ma infine dovetti arrendermi; mi sono confessato, sono tornato cristiano, alla militare, cioè tutto di un pezzo. A voi debbo sì bella ventura, e sono in gran maniera contento di potervelo manifestare.

Il padre de Bussy della Compagnia di Gesù dava in non so quale città della Francia una missione, che mise in commovimento tutto quel popolo. Era presso Natale, e facendo gran freddo, la stanza dove il predicatore accoglieva gli uomini era scaldata da una buona stufa. Quivi il buon Padre vede farsegli avanti un giovane, a lui raccomandato in causa del suo mal costume e degli empi suoi vantamenti; ond’egli sapendo di che si trattava: Venite, mio buon amico, disse gaiamente, non abbiate paura, che io non confesso veruno per forza; sedete, e discorriamo a un poco riscaldandoci. In questo dire, aperta la stufa, vi scorge quasi consumate le legna; però dice al giovine: Di grazia, prima di porvi a sedere date qua un paio di stecconi da rifornire il fuoco. Quegli, benché alquanto meravigliato, fece; e l’altro: Metteteli dentro, ma fino al fondo. E come il giovine introducea la legna per l’apertura, il Padre di repente gli afferra il braccio e ve lo spinge bene avanti. Mise un grido, quel poverino, e balzò indietro dicendo: Che è questo? Siete in senno? Volete bruciarmi? Ed a lui: il Missionario tranquillamente: Che dunque, mio caro? Bisogna bene avvezzarvici; giacché nell’Inferno, a cui vi conduce il vostro modo di vivere, avrete a bruciare, non solo in un braccio, ma in tutto il corpo; e questo fuocherello è un nulla in comparazione dell’altro. Su, su, amico mio, coraggio; conviene assuefarsi a tutto. Il giovane libertino se ne andò, rifletté, e sì di proposito, che a non molto rivenne al Padre, il quale lo aiutò a rimondar l’anima delle colpe ed a rientrare nella buona via.

Io non esito punto a sostenere, soggiunge il Ségur, che tra mille, tra dieci mila uomini, viventi lungi da Dio e perciò sulla strada dell’Inferno, neppur uno per ventura si troverebbe capace di tollerare la prova del fuoco; neppur uno sì stolto da accettare il patto seguente: Ti è concesso di abbandonarti durante un anno a tutte le tue passioni, di soddisfare a tutti li tuoi capricci; purché al fine passi un giorno, anzi un’ora sola nel fuoco. No, lo ripeto, niuno ardirebbe accettare un tal patto. Ne volete una prova? Udite la storia di tre figliuoli di un vecchio usuriere. Un padre di famiglia, fattosi ricco con ingiustizie patenti, venne a termine di vita, e tuttavia non potea risolversi a restituire, pensando; Se io restituisco, che sarà de’ miei figliuoli? Il confessore, a salvezza di quel meschino, si apprese ad un molto accorto partito. Gli disse che se volea guarire, un rimedio semplicissimo era pronto, ma caro, molto caro. Costi quel che costi, rispose animato il vecchio, non importa. Di che si tratta? – Di far colare sulle parti del vostro corpo incancrenito del grasso di una persona vivente. Ah, disse il pover uomo sospirando, temo assai di non trovare alcuno al bisogno. Ve ne offro modo, oppose quietamente il sacerdote. Chiamate vostro il figliuolo maggiore, che vi ama e deve essere vostro erede, e ditegli: Figliuol caro, tu puoi salvare al vecchio tuo padre la vita, se acconsenti a lasciarti abbruciare una mano per un solo quarticel d’ora. Se egli si rifiuta, volgetevi al secondo con promessa di farlo vostro erede in luogo del primo. Se questi ancora non vuole, il terzo accetterà senza dubbio. La proposta si fece successivamente ai tre, che l’uno dopo l’altro la respinsero spaventati. Allora disse il padre: Come! Vi spaventa un istante di dolore per salvarmi la vita? E io per mantener voi agiati dovrò bruciare nell’Inferno eternamente? Per fermo, sarei troppo stolto? Laonde senza più altro riguardo, affrettossi a restituire il mal tolto. Egli ebbe ragione, ed i suoi tre figli ancora: poiché il lasciarsi bruciare una mano non più di un quarticello, sia pure per salvare la vita di un padre, è sacrificio al di sopra delle forze umane.

Nel 1844, scrive ancora il Ségur, ho conosciuto nel seminario di san Sulpizio un molto insigne professore, del quale ognuno ammirava l’umiltà e lo spirito di mortificazione. Era l’abbate Pinault, che da secolare avea insegnato nelle più alle scuole politecniche; e nel seminario faceva i corsi di fisica e chimica. Un giorno durante un esperimento, il fosforo gli prese fuoco in mano, e questa in un istante si trovò involta di fiamme. Indarno si provò il disgraziato a spegnere coll’aiuto degli scolari il fuoco; e per eccesso di dolore perdette i sensi. La mano orribilmente abbrustolata, a temperarne in alcun modo lo spasimo, fu immersa in un secchio di acqua, e per tutto un giorno ed una notte il paziente, ritornato in sè, non potè a meno di mandare un continuo grido straziante; e quando ad intervalli gli riusciva di articolare parola, ripetea ai tre o quattro alunni che lo assistevano: O figliuoli! figliuoli miei! Non andate all’Inferno! Non andate all’Inferno!

Ai tempi di sant’Ignazio di Loiola, vivea nella sua casa professa di Roma un Fratello, segnalato per lo spirito di fervore e di mortificazione, da lui mantenuto col pensiero dell’Inferno, Era cuoco, ed in quell’umile ufficio dal fuoco, che avea di continuo sotto gli occhi, volgea la mente a quello che tormenterà per sempre i reprobi nell’Inferno, infiammandosi così di odio contro il peccato, meritevole di sì orrendi castighi. Una volta che assorto in tali pensieri, abbandonavasi al dolore delle proprie colpe, spinto da indiscreto fervore cacciò la mano dentro le vive brace, tenendolavi a bruciare. Un Padre senti l’odore che ne esalava, ed entrato in cucina domandò al Fratello che fosse. Questi, non potendo più dissimulare l’eccesso dello spasimo, si chiamò in colpa, chiedendone in ginocchio perdono. Ma sant’Ignazio, avvisatone, trovò il fallo più degno di compassione che di castigo: si mise in preghiera, vi durò gran parte della notte, ed al mattino la mano del povero Fratello apparve sana come prima. Nel che mostrò il Signore, che se l’atto del fervente religioso fu inconsiderato, il timore però dell’Inferno gli era gradito.

Santa Teresa narra, nel capo trentesimo­secondo della propria Vita, di aver veduto il posto a lei preparato nell’Inferno, ed ecco le sue parole: «Stando un giorno in orazione, mi trovai, senza saper come, trasportata in un attimo, anima e corpo, all’Inferno. Intesi che Dio volea farmi vedere il posto che avrei occupato, se non avessi cangiato vita. Nessuna parola può dare la minima idea di un tale tormento incomprensibile. Io mi sentiva nell’anima un fuoco divorante, ed insieme il corpo in preda di intollerabili dolori. Avea durato in vita mia crudi patimenti; ma tutto quanto avea mai sofferto era un niente al confronto dei dolori provati da me in quel momento. E quello che vi mettea il colmo, era l’apprendere che sarebbero senza fine e senza sollievo. Le torture del corpo, per quanto crudeli, eran nulla verso l’agonia dell’anima. Mentre sentivami ardere e come tritare in minuzzoli, soffriva tutte le angosce della morte, tutti gli orrori della disperazione. Non la più tenue speranza di consolazione in quella spaventevole dimora. Vi si respira un odore pestilente da sentirsene di continuo soffocati. Non raggio di luce, ma tenebre della più cupa oscurità; eppure, o mistero! senza che alcun barlume rischiari, vi si scorge ciò che vi è di più penoso alla vista…. Insomma quanto io aveva inteso dire delle pene dell’Inferno, quanto ne avea letto, era un nulla innanzi alla realtà. Fra l’uno e l’altro corre la differenza che fra un ritratto inanimato ed una persona viva. Ah ben poca cosa è il fuoco nostro, anche più divampante! è come un fuoco dipinto in confronto di quello che brucia nell’Inferno i riprovati. Quasi dieci anni mi sono trascorsi da questa visione, e mi sento ancora colmar di tale sgomento scrivendola, che mi agghiaccia il sangue nelle vene. In mezzo ai travagli ed ai dolori io richiamo questa memoria, e ne traggo forza di tutto sopportare.

Monsignor Fitz Patrik, vescovo di Boston, raccontò nel Collegio di san Michele a Bruxelles, nel 1862, la conversione di una dama americana, protestante ostinata, consorte del generale Rosenkranz, abilissimo guerriero dell’esercito del Nord nella guerra del 1860. Questo soldato, anch’egli già protestante, avea avuta la sorte di udire una chiara e semplice esposizione della religione cattolica, e per tal uomo retto e generoso bastò questo a fargliela abbracciare. Da quel punto egli, pieno di fede e di fervore, applicossi non solo a vivere da vero cattolico, ma di più a procurare ad altri protestanti la conversione; di guisa che in breve guadagnò fino a venti ufficiali, e scrisse un libro per la istruzione religiosa dei soldati. È chiaro però quanto si dovesse adoperare in questa parte anche a pro della moglie; ma ebbe il dolore di vedervi cadere a vuoto tutti gli sforzi del suo zelo. Intanto permise il Signore che la Dama venisse colta da un male che in brev’ora la ridusse agli estremi. Il marito, dopo usato indarno ogni mezzo, suggeritogli dalla fede e dalla carità, vedendo la malata sul punto di morire nella sua ostinazione, ricorre ad un espediente ultimo. Chiama i quattro irlandesi suoi domestici, e dice loro piangendo: Amici, vedete come ella è protestante e non vuole udirsi parlare di religione cattolica: è presso a morire nella sua ostinazione, per cadere nell’Inferno. Al pensiero di tanta disgrazia, io fremo. Bisogna impedirla quanto possiamo. Facciamo dunque violenza, pregando al cuore misericordioso di Maria. Così detto, trae il suo rosario e si mette ginocchioni a pregare: i quattro fanno altrettanto con lui per un’ora intera. Appresso va il Generale al letto dell’inferma, e la trova in una specie di letargo, priva di conoscenza. Poco stante torna ella in sè, e con voce chiara dice al marito: «Chiamatemi un prete cattolico». Egli dapprima la credette in delirio, e le fece ripetere la domanda. Un prete cattolico, torna ella a dire; vi prego, senza indugio! – Ma, mia buona, non ne volevate! – Ah Generale! io sono tutta cangiata. Dio mi ha mostrato l’Inferno ed il luogo a me riserbato nell’eterno fuoco, se non mi faccio cattolica! Ebbe dunque la bella sorte di entrare in seno della Chiesa; e ricuperata eziandio la sanità, visse poi sempre da fervorosa cattolica. – E quel venerando Prelato affermava di avere udito questi particolari dalla bocca medesima del Rosenkranz.

Così è; a campare dall’orribile Inferno, dall’Inferno per infallibil testimonianza di Dio rivelato, dall’Inferno per una serie di irrepugnabili fatti comprovato, giova in gran maniera il salutare pensier dell’Inferno. Faccia il Signore, per intercessione della santissima sua Madre, che anche il presente libretto concorra in qualche parte a destarlo e nutrirlo nelle anime. Ah fosse pure in una sola, troppo sarebbe largamente compensata la tenue fatica spesa nel comporlo!

FINE.

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